
La fuga dei giovani costa 160 miliardi alla moda italiana Eppure la situazione resta la stessa
Occupazione, formazione e futuro delle nuove generazioni. Sono questi i temi che hanno animato la Giornata Altagamma 2026, tenutasi a Roma proprio ieri, dove istituzioni ed esperti si sono confrontati su una delle questioni più urgenti per il paese, sia nei suoi aspetti più generali sia per quanto riguarda il comparto moda e la filiera del Made in Italy. Infatti, stando alle rilevazioni Istat riportate da MF Fashion sui livelli di istruzione e partecipazione al mercato del lavoro, i giovani completamente esclusi dai percorsi formativi e occupazionali superano gli 1,8 milioni. Una ferita che si fa ancora più profonda nel Sud Italia, dove il fenomeno raggiunge un drammatico 20,2%.
È anche per questo motivo che quella che per anni è stata definita la “fuga dei cervelli” assomiglia ormai sempre più a una realtà consolidata: una perdita stimata in circa il 7,5% del PIL italiano, esattamente lo stesso valore generato dall’intero comparto dell’alto di gamma nazionale, che impiega oltre due milioni di persone. Nel corso dell’evento si è inoltre assistito al passaggio di consegne tra Matteo Lunelli, presidente uscente della Fondazione Altagamma e presidente di Ferrari Trento, e Giovanna Vitelli, presidente di Azimut Benetti Group e nuova guida della Fondazione. A introdurre il tema centrale della giornata è stata la direttrice Stefania Lazzaroni, che ha portato all’attenzione una questione cruciale per il futuro del paese, fulcro stesso del summit.
Una situazione disperata
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Il quadro emerso durante la conferenza restituisce l’immagine di un’Italia in forte ritardo nell’integrazione delle nuove generazioni nei percorsi formativi e professionali. Secondo i dati Istat, nell’ultimo anno 1.748.000 giovani tra i 15 e i 34 anni si sono trovati nella condizione di NEET (Not in Education, Employment or Training), ossia non studiano e non lavorano. Una cifra che corrisponde al 14,5% della popolazione giovanile italiana e che potrebbe essere il risultato di un sistema formativo percepito come distante dalle reali dinamiche del mercato del lavoro e dalle competenze richieste dalle aziende. Come ha dichiarato Lazzaroni: «Scontiamo una forte difficoltà nella transizione tra scuola e impresa, una carenza strutturale di orientamento, un cronico mismatch di competenze e un divario territoriale non più sostenibile».
Si può dire che questo si aggiunge ad una crescente sfiducia nei confronti del sistema educativo che, pur con le sue eccellenze, viene spesso percepito come poco meritocratico e poco tempestivo nell’adattarsi ai cambiamenti della società contemporanea. Non si tratta soltanto delle competenze tecniche o teoriche trasmesse durante il percorso di studi, ma anche della capacità di offrire ai giovani una visione concreta del proprio futuro professionale. Troppo spesso, infatti, gli studenti terminano il loro percorso formativo con strumenti che appaiono già obsoleti rispetto alle richieste del mercato del lavoro.
La formazione stessa è diventata, in molti casi, nemica di se stessa: per chi desidera proseguire gli studi conseguendo una laurea di primo o secondo livello, i costi rappresentano un problema significativo. Tra università pubbliche e private, tasse, affitti, trasporti e spese quotidiane, il peso economico grava sempre di più sulle famiglie. Gli aiuti statali, sebbene fondamentali, risultano spesso insufficienti a garantire condizioni di vita dignitose agli studenti, soprattutto a coloro che sono costretti a trasferirsi per studiare.
Un caro prezzo da pagare
@omar.musah_ Nel 2026 in Italia o ti reinventi… oppure resti bloccato. Stipendi bassi costo della vita sempre più alto tempo che non basta mai E la cosa più pericolosa è che ormai molti si stanno abituando a tutto questo. Una vita degna di essere vissuta non dovrebbe essere: lavorare pagare sopravvivere Per questo oggi bisogna imparare nuove skill, creare entrate extra e costruire qualcosa di proprio. Perché aspettare che il sistema cambi per te… potrebbe costarti la vita che volevi vivere. #perteeee #verità #disoccupazione audio originale - Omar Musah
L’Italia conta oggi 24,2 milioni di occupati, con un tasso di occupazione del 62,7%. Tuttavia, la crescita occupazionale riguarda prevalentemente la fascia over 50, evidenziando come molte aziende privilegino profili già dotati di un’esperienza consolidata. Una dinamica che finisce inevitabilmente per penalizzare le figure entry level: se mancano le opportunità di ingresso, viene meno anche la possibilità di costruire quell’esperienza che il mercato richiede. La disoccupazione giovanile si aggira intorno al 20%, contro una media europea del 14,7%, rispetto alle percentuali di altri Paesi: in Germania il tasso è del 6,8%, mentre in Spagna raggiunge il 23,4%.
Anche sul fronte dell’istruzione superiore il ritardo italiano è evidente. Solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea, contro una media europea del 44,8%. Il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 34 anni si ferma al 43%, ben al di sotto del 58% registrato nell’Unione Europea. Persino tra i laureati il divario rimane significativo: il tasso di occupazione è del 68% in Italia contro l’83,5% della media europea e circa un quarto dei laureati svolge mansioni a bassa o media qualificazione. A rendere il quadro ancora più complesso è la questione salariale. Persiste infatti l’idea che, soprattutto nelle prime fasi della carriera, la retribuzione debba passare in secondo piano rispetto all’esperienza acquisita. Una narrazione che, però, sempre più spesso appare come una giustificazione a condizioni economiche poco sostenibili.
Nel migliore dei casi, il primo stipendio medio in Italia si aggira intorno ai 32.000 euro lordi annui, pari a circa 1.700 euro netti al mese, tra i livelli più bassi d’Europa. Il 23,6% degli under 29 rientra nella categoria dei low-wage earners e il 44% dei giovani percepisce meno di 1.500 euro netti mensili. Inoltre, il 28% degli under 35 lavora con contratti a termine, percentuale che supera l’80% nella fascia tra i 15 e i 24 anni, rivelando come l’unica soluzione efficace sia la fuga dal paese. Come ha ribadito Lazzaroni a Milano Finanza: «Tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l’Italia 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Metà dei 25-39enni espatriati è laureata. Il costo stimato della fuga di capitale umano è pari a 160 miliardi di euro, il 7,5% del PIL, esattamente come il valore dell’alto di gamma».
Che l’Italia avesse un problema era evidente da tempo. Eppure, il dibattito pubblico continua spesso a ridurre la questione a una presunta mancanza di volontà da parte dei giovani o a un eccesso di aspettative rispetto alla propria esperienza professionale. I dati raccontano una storia diversa, quella di una generazione che fatica a trovare spazio, stabilità e prospettive all’interno del proprio Paese. E mentre si susseguono analisi, promesse non mantenute e possibili soluzioni, non resta che attendere che alle parole seguano i fatti. Nel frattempo, alle nuove generazioni non rimane che continuare a rivendicare il proprio diritto a un futuro costruito sul merito, sulle opportunità e sulla dignità del lavoro, nella speranza che il Bel Paese riesca, prima o poi, a rimarginare una ferita che oggi appare più profonda e dolorosa che mai.