Lo stile di Amy Winehouse vivrà per sempre L’evoluzione estetica dell'ultima diva del jazz

Lo stile di Amy Winehouse vivrà per sempre L’evoluzione estetica dell'ultima diva del jazz

Esiste un momento preciso in cui il mondo ha capito che Amy Winehouse non sarebbe mai stata una popstar come le altre. È il 2004, sul divano del Friday Night with Jonathan Ross, noto talk show britannico, la giovane cantautrice di Camden si racconta per la prima volta al grande pubblico in occasione del lancio del suo album di debutto.

Quando il conduttore le chiede se la 19 Management, l'agenzia di Simon Fuller che aveva plasmato il fenomeno delle Spice Girls, avesse tentato in qualche modo di cambiare anche lei, Amy risponde con spiazzante sicurezza: «Hanno provato a mettermi in un triangolo, ma quando c'è già tanto, non serve aggiungere altro». Una dichiarazione tagliente e sfacciata, che fotografa alla perfezione il suo rapporto con la musica e con la moda: istintivo, indomabile e totalmente estraneo all'estetica patinata delle popstar dell'epoca.

Oggi, a quindici anni dalla sua scomparsa, celebriamo l'evoluzione estetica e l'impatto culturale dell'ultima grande jazzista che il mondo abbia mai conosciuto. 

Una cantautrice geek 

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La spontanea genialità dello stile di Amy Winehouse è evidente sin da subito: dietro ai capri pants, ai maglioncini di lana consumati e a quel piercing sopra il labbro, si nascondevano una voce soul e un'anima antica. Eppure, diversamente dai suoi miti musicali come Dinah Washington o Sarah Vaughan, Amy si rifiutava di esibirsi in lunghi abiti da sera e fili di perle. Certo, all'epoca non poteva permetterseli, ma soprattutto era una ragazza di vent’anni, il cui unico desiderio era suonare in piccoli locali jazz con la sua chitarra, mostrandosi esattamente per ciò che era, senza filtri. La stessa copertina dell'album di debutto, Frank, è un manifesto della sua disarmante autenticità: chi altro sceglierebbe di farsi fotografare a Princelet Street in pigiama accanto a dei bidoni della spazzatura mentre porta a spasso i suoi cani?

Fin dagli esordi, Amy fa l'esatto opposto di ciò che ci si aspetterebbe da una giovane esordiente: il suo stile geek, sospeso tra il grunge e un gusto deliberatamente kitsch, raccontano la sua verve ironica e la sua passione per il brand della stylist Patricia Field. É in questa fase che Winehouse inizia a esplorare una femminilità tutta sua, mai ammiccante nel senso convenzionale del termine, ma profondamente consapevole. Lo si percepisce chiaramente nei videoclip di Stronger Than Me e Fuck Me Pumps, dove sfida l'obiettivo sfoggiando camicette succinte e maxi orecchini in plastica fluo mentre gioca a biliardo. In queste clip Amy non è una seduttrice sottomessa, al contrario, usa la sua sensualità per ironizzare sul mondo maschile, spogliandolo della sua prepotenza predatoria per trasformarlo, con sfrontata ironia, nel vero oggetto del desiderio. 

L’era Back to Black 

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Con il passare del tempo, Amy inizia a mettere sempre più a fuoco il legame tra il suono e l’immagine. In questa transizione verso l'era di Back to Black, la cantautrice si lascia ammaliare dal sound e dallo stile dei gruppi femminili degli anni Sessanta, come The Ronettes e The Shangri-Las. È da questa fascinazione che prende vita il suo iconico beehive, l'acconciatura a nido d'ape che, nata come una timida cotonatura rétro, crescerà nel tempo a dismisura. In questa evoluzione stilistica, Winehouse comincia a flirtare con l'immaginario pin-up degli anni Cinquanta: i tatuaggi old school invadono sempre più la sua pelle, l’eyeliner diventa più spesso mentre l’inconfondibile cofana si incornicia di fiori e foulard annodati. Sul palco si esibisce avvolta nei suoi amati tube dress con stampe animalier o a pois e in satin lucido. In alcune esibizioni, la biancheria intima di pizzo si mostra senza timore spuntando da corsetti e minigonne, interrotti da cinturoni a contrasto che sono esibiti con fierezza insieme a tacchi peep-toe altissimi.

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Lontano dal palcoscenico Amy rifiuta il glamour pettinato e usa la moda come specchio della sua verità. L'amore distruttivo e tormentato con Blake Fielder-Civil si riflette in uno stile dismesso che fonde polo slim fit di Fred Perry e canotte bianche dalle spalline sottili costellate da macchie di mascara. I suoi amatissimi skinny jeans si alternano a micro shorts inguinali abbinati alle immancabili ballerine di raso rosa, perennemente sporche e consumate dall'asfalto di Camden Town. Nella vita quotidiana, come davanti alla telecamera, Amy Winehouse non recita alcun personaggio: i suoi abiti raccontano esattamente come si sente mostrando una totale e dolorosa aderenza tra lei e il progetto artistico.

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Questa spietata verità emerge chiaramente nei suoi videoclip, che diventano dei piccoli cortometraggi cupi e disturbanti della sua vita. In Rehab, la cantautrice si mostra stesa sul pavimento in una vestaglia sgualcita, sospesa tra il sonno e l'overdose con una bottiglia di liquore sullo sfondo, mentre nel visual di Back to Black, il dramma personale diventa cinematografico: vestita con un trench scuro, guanti in pelle e una rosa bianca tra le mani, Amy adotta simboli funerari per raccontare l'abbandono da parte di Blake. Un'estetica del lutto che se all'epoca simboleggiava una rottura sentimentale, col senno di poi suona come un'involontaria e profetica premonizione del suo triste destino. 

L’eternità dello stile di Amy Winehouse 

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L'eredità estetica di Amy Winehouse va ben oltre la nostalgia, radicandosi profondamente nella moda e nella cultura pop. Il suo stile, tuttavia, è nato anche da una forma di isolamento: come raccontato dalla sua storica stylist Naomi Parry, la maggior parte dei grandi marchi si rifiutava di associarsi alla cantante a causa dei suoi eccessi. Tagliata fuori, Amy scelse di snobbare a sua volta molte griffe, preferendo il vintage e i brand indipendenti. Tra le eccezioni di questo beef con il fashion system troviamo Vivienne Westwood, il cui punk sartoriale accolse senza riserve la sua estetica ribelle. Memorabili rimangono i suoi court look: tailleur succinti ed estremamente sexy sfoggiati con sfrontatezza per andare in tribunale.

Questa attitudine drammatica e irriverente ha stregato i pesi massimi della moda: Karl Lagerfeld la elesse a musa al pari di Brigitte Bardot per una sfilata di Chanel (Pre-Fall 2008), mentre Jean Paul Gaultier (SS12) le dedicò un'intera collezione Haute Couture, portando in passerella la femminilità rockabilly e spigolosa dell’artista, amata e odiata dal pubblico. In un’epoca satura dell’estetica clean girl, fatta di corpi perfetti, sentimenti performativi e perfezione algoritmica, le nuove generazioni sembrano cercare rifugio nello stile e nelle parole dell'ultima, grandiosa diva del jazz forse perché oggi, più che mai, c'è un disperato bisogno di identità artistiche vulnerabili, radicalmente oneste e maledettamente vere come lo era la sua: è questo l’insegnamento di stile e di vita più profondo che Amy Winehouse ci ha lasciato.  

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