
Il grande segreto di "Company" non basta per salvarlo In concorso a Venezia83, il film di Casey Affleck affida la trama a a un colpo di scena che arriva troppo tardi

Per parlare bene di Company si dovrebbe fare spoiler del finale. Cosa che in questo articolo non faremo, ma che rende davvero difficile fare qualsiasi discorso anche minimamente stimolante attorno all’opera. Diretta da Casey Affleck, anche alla co-sceneggiatura insieme a Ron Hansen, la pellicola entra infatti nel vivo esattamente quando il mistero che la sorregge viene svelato. La rivelazione arriva inoltre anche troppo in là nella storia, tanto da renderla a tutti gli effetti un colpo di scena che, al massimo, può essere intrigante cercare di scoprire da soli durante la visione.
Tre storie, un solo cuore
Quello che si può definire interessante del film, senza rivelare nulla della trama, è la sua macro-struttura narrativa. Tre storie una dentro l’altra che portano avanti e parallelamente tre racconti con un cuore solo: in questo eco raddoppiato, i racconti riverberano e si assomigliano mescolandosi insieme. I personaggi sono per metà pedine delle storie e per metà narratori e il momento di trasmissione delle leggende o dei fatti del passato diventa piuttosto un momento di condivisione e convivialità.
È questa la compagnia che riprende il titolo del film e che si accompagna all’accoglienza di amici o sconosciuti. Aprire la propria porta a chi non si conosce o, anche a chi crediamo ci assomigli, cercando nel loro sguardo qualcosa di noi stessi. Ciò che però non si può perdonare a Company è proprio questo suo segreto finale. Non solo si fa attendere, ma pretende anche dal pubblico un'attenzione costante senza offrire in cambio suggestioni adeguate a giustificarla.
Se infatti la narrazione contiene in sé una componente affascinante, quest’ultima non viene riproposta dal punto di vista stilistico. L'apparato visivo rimane poco intrigante nell’estetica scelta, che appiattisce i paesaggi, le dimore e persino i costumi e l’aspetto dei personaggi, i quali sbiadiscono l’alone di mistero che aleggia costante nel film invece di esaltarlo.
E soli tre minuti di applausi
Anche la scelta del cast va nella stessa direzione. Le fisionomie e le interpretazioni di Company non sono all’altezza delle aspettative nonostante alcuni nomi noti ci siano: Nick Nolte è un anziano solitario che si intrattiene con una visita inattesa. Ben Mendelsohn lo abbiamo visto comparire nell’universo di Star Wars oltre che in film come L’ora più buia o Ready Player One. Vi sarà capitato di incrociare anche Scoot McNairy, uno di quegli attori di cui è difficile memorizzare il nome ma che si riconosce immediatamente appena lo si vede, protagonista recentemente dell’apprezzata serie Furious su Disney+.
In più ci sono i figli del regista, Indiana e Atticus Affleck. Il ruolo di Atticus è centrale nella trama, ma ha il problema di essere talmente simile a Timothée Chalamet e di recitare persino nella stessa maniera da dare l’impressione di trovarsi più davanti ad un’imitazione invece che ad una prova spontanea. L'attore inoltre assomiglia anche al papà, che di fatto era la versione adulta di Chalamet nell’Interstellar di Christopher Nolan.
Dilatato e claudicante, Company manca del fascino che gli serviva per mantenere alto il suo mistero, che si dissipa come la presa del film sullo spettatore. Il pubblico, similmente ai personaggi di contorno, si ritroverà a seguire con leggera curiosità le storie raccontate, ma non sicuramente con lo stesso trasporto. Il film è stato presentato in anteprima a Venezia83 e ha ricevuto l’applauso più breve della manifestazione per un’opera in concorso (tre minuti). Un titolo a cui si può provare comunque a dare un’occasione, magari meglio se in compagnia.