"Primetime" ci interroga su chi è una persona cattiva Presentato in concorso a Venezia 83, il film di Lance Oppenheim racconta "To Catch a Predator"

Lance Oppenheim ha sempre trovato dei soggetti accattivanti. Al lavoro nel cinema del reale, nel 2020 raccontava in Some Kind of Heaven della comunità di anziani del The Villages, il più grande centro di pensionati dell’intera America, mentre nel 2024 per la tv ha diretto il documentario Spermworld intrecciando le storie di alcuni donatori di sperma statunitensi e del loro strano commercio al dettaglio.

Per il suo debutto nella finzione doveva trovare una storia che fosse all’altezza delle precedenti e l’ha trovata nello show To Catch a Predator condotto da Chris Hansen per Primetime, film sul programma di Dateline NBC che divenne noto per il modo di incastrare in maniera sensazionalistica dei pedofili andando in onda con dei servizi televisivi.

Nessuna tesi, solo domande

@iwonderpictures Alla fine dei conti, ogni uomo deve rispondere delle proprie azioni... PRIMETIME di Lance Oppenheim, con Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers, arriva nei cinema italiani dal 15 ottobre. Guarda il teaser trailer ufficiale. #Primetime #IWonderPictures #CinemaTok #DaVedere suono originale - I Wonder Pictures

Il film, ambientato nel 2006, è tratto da una storia vera sebbene molte delle sue parti siano romanzate. Oppenheim, che da parte sua porta uno sguardo dalle tinte e la saturazione bruciata, tra l’estetica cinematografica e quella televisiva, si affida alla sceneggiatura di Ajon Singh.  Se  con i documentari Oppenheim molte volte si avvicinava vertiginosamente alla finzione, con la fiction cerca dei residui di realtà dietro alla costruzione delle sue immagini.

Quest'ambiguità gli permette di sfuggire anche da logiche stringenti riguardo le  tematiche del racconto. In questo caso non dà al pubblico una tesi, ma gli permette di formarsela da solo. Nonostante sia chiaro il rimprovero alle azioni di Hansen e la sua squadra, Primetime interroga i personaggi, e perciò di riflesso gli spettatori, su quali sono i metri di giudizio su cui si basano le persone quando si deve stabilire chi è cattivo e perché.

Nel ruolo degli sceriffi di sé stessi, il team di To Catch a Predator pensa di tenere in mano la giustizia e lo crede per due ragioni. Sia perché la loro bussola morale è, o almeno sembrerebbe, più pulita di chi finisce nel programma, sia perché non può esserci nulla di più grave di quello che stanno facendo i predatori sessuali da loro scoperti. Ciò giustifica un’aria da far west a puro scopo intrattenitivo.

Chi è innocente?

I criteri sono sballati quando il crimine è tanto grave. Ma come ci si regola e chi è che decide che una persona deve agire al posto di chi di dovere? È perché ci sentiamo noi stessi al di sopra di qualsiasi scelta si possa intraprendere? Non si tratta di empatizzare con degli uomini che adescano ragazzini su internet. Il film cerca di capire chi è che si può definire una persona cattiva, aprendo a letture stimolanti. Lance Oppenheim ci lascia carta bianca, evitando di mettersi qualche gradino al di sopra e cercando di capire cos’è che ha portato tanti spettatori a seguire un programma ritenuto di aiuto dai più.

In fondo, nessuno dei “buoni” è innocente. Hansen ha una relazione extra-matrimoniale, la producer Lynn Keller ama i programmi immorali da offrire alla gente e l’aspirante attore Dan Plum accetta di collaborare come esca pur di sentirsi validato, aspirando ad un posto nel sindacato attori.

Ogni casa ha la sua ghigliottina

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Con l’obiettivo della camera puntato addosso, poi, ogni cosa è amplificata. Imprigionare un criminale nel rettangolo di uno schermo è come incatenarlo per sempre alla sua vergogna. Quella che non provano gli spettatori che lo osservano da casa come davanti a carne da macello: «Una volta ogni città aveva la sua ghigliottina, oggi ogni casa ha un televisore» dice il protagonista.

Lo schermo mercifica la violenza, il dolore e lo shock i quali, dovendosi alimentare a vicenda e mai sazi, devono sempre superare se stessi, spesso in peggio. In questo caso l'asticella si alza con l’inseguimento della “balena” per il programma, in puro simbolismo da Moby Dick. Anche qui, però, non si fanno sconti a nessuno, notando come gli show che ci si spertica a dire di non aver mai visto sono pur sempre quelli col più alto numero di share e se quindi è questo che il pubblico chiede, è quanto Chris Hansen è pronto a dargli.

Spettatori inermi

Primetime, guidato da un bravo Robert Pattinson e da altrettanti ammirevoli compagni come Merritt Wever e Skyler Gisondo, scava in un male primordiale che la società moderna ha preso e riconfigurato, aggirandosi sempre tra le maglie di ciò che ci viene proposto ed osserviamo, che vogliamo sempre più assurdo e violento. Una deriva dell’occhio della telecamera e della degenerazione subita dal piccolo schermo.

Un ulteriore reminder, dopo Ink presentato a Venezia83 in concorso proprio come Primetime, sul fatto che l’informazione è ormai in pasto ai furfanti e che siamo tutti inermi spettatori. E, nel frattempo, ci vediamo l’ennesimo programma aggressivo, prepotente, feroce, umiliante e volgare per distrarci, con la convinzione di essere superiori rispetto a chi sta lì fuori o dall’altra parte dello schermo.  

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