
Il mondo intero nell’appartamento di “The Echo Chamber” L’ultimo film di Andrea Pallaoro è una storia d’amore che sfrutta lo spazio e il tempo
In The Echo Chamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e in sala dal 10 settembre con 01 Distribution, lo spazio e il tempo sono una cosa sola. E se il primo sembra essere più definito, perché costretto in una dimensione precisa, fatta di mura, mobili e oggetti diversi, colma di strumenti musicali e di quadri, il secondo si alterna rapidamente tra passato e presente. Non ci sono cartelli né indicazioni: The Echo Chamber si muove in modo fluido e dinamico, ed è in continuo divenire. Quella che racconta è, sostanzialmente, la storia d’amore di un uomo e di una donna che si incontrano, si piacciono e finiscono per non riuscire più a fare a meno l’uno dell’altra.
The Echo Chamber è l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini, e questa cosa, con il suo approccio e la sua visione, è più che evidente. Soprattutto se riflettiamo su quello che, negli ultimi anni, è stato il suo cinema. Più domestico, intimo, non alla ricerca di grandi spazi o di una spettacolarità visiva ostentata, ma sobrio, volutamente più piccolo. Pensiamo a The Dreamers o anche a Io e te, tratto dall’omonimo libro di Niccolò Ammaniti (in Italia pubblicato da Einaudi).
I due protagonisti sono interpretati da Luca Marinelli e da Alicia Vikander: lui è Leo, un produttore musicale; lei, invece, è Anne, una fisioterapista. Si incontrano perché Leo soffre di mal di schiena e ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a superare – anzi, a sopportare – il dolore.
Da questo primissimo incontro si sviluppa una storia intensa e appassionata, fatta di sguardi, silenzi e intesa. Mentre Leo lavora all’album di una cantante famosa, interpretata da Susan Sarandon, Anne impara a conoscerlo, a rispettare i suoi spazi, a vivere le stanze enormi del suo appartamento. The Echo Chamber non cambia mai ambientazione, al massimo la camera indugia sulla strada che c’è all’esterno, dove Leo parcheggia l’auto. Il mondo stesso del racconto coincide con il mondo del protagonista, con la sua quotidianità, con lo studio che si è costruito in una stanza, con la routine del bagno, della doccia e della fisioterapia. I gesti diventano la punteggiatura di uno spartito molto più ampio, che Bertolucci, Bernardini e Rampoldi hanno delineato con attenzione.
Visivamente Pallaoro sta attento a ogni singola inquadratura, esaltando le forme e le figure, concentrandosi sui volti, sulle labbra schiuse, su queste espressioni piene di desiderio e di paura. The Echo Chamber, però, è una storia che parla anche di ossessione e di dipendenza. E lo fa intelligentemente: in modo graduale, senza insistere, senza perdersi nei luoghi comuni.
Di nuovo, sono i gesti quelli che contano. Il lavoro degli attori, Marinelli e Vikander in primis, è estremamente a fuoco: credi a lui quando stringe i denti, quando sorride, quando mischia qualche parola di italiano all’inglese; e credi a lei, a questa risata piena e allegra, alla malinconia che le riempie la voce e alla preoccupazione che le attraversa gli occhi. Vivono l’uno nell’assenza dell’altro, come due sagome complementari, pezzi dello stesso puzzle.
@01distribution Luca Marinelli ci parla dal set di #TheEchoChamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro in Concorso #Venezia83 e al cinema dal 10 settembre. Con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Dall'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Il film è una coproduzione italo-belga: Indigo Film con Rai Cinema per l’Italia e Versus per il Belgio. Opera realizzata e distribuita con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo del ministero della cultura. #cinematok #filmdavedere audio originale - 01 Distribution
Il personaggio di Sarandon è una sorta di guida: una che ha visto e fatto qualunque cosa, che ha dato la vita per l’arte e per la musica, che poi ha deciso di ritirarsi e che proprio grazie alla sua esperienza riesce a radiografare il singolo attimo. Per tre quarti della sua durata, ma anche per qualcosina di più, The Echo Chamber è tutto così. E mette insieme i momenti del passato con quelli del presente, arrivando al futuro prossimo e tornando, subito dopo, indietro. Ci sono più piani temporali che si incastrano e si accavallano e questo andamento, scandito più dal montaggio e dalla scrittura che dalla regia, funziona.
Verso la fine, però, il film di Pallaoro prende un’altra direzione: isola il presente e lo racconta linearmente, perdendo, in parte, la sua forza propulsiva. Di colpo, una storia che si era ramificata in più periodi contemporaneamente si assottiglia e si fa limpida e, per questo, piatta. Ed è un peccato proprio per tutto quello che abbiamo detto prima, per il ruolo che ha lo spazio, per le prescrizioni della sceneggiatura e per le interpretazioni degli attori. The Echo Chamber poteva essere un esperimento cinematografico: uno in cui forma e contenuto coincidono e si sostengono a vicenda, in cui c’è uno studio degli spazi e della fisicità degli attori e c’è la possibilità, fino a poco prima della fine, di ragionare sul tempo e sulla sua funzione narrativa.








































