
"La città dei vivi" è troppo timido per la storia che vuole raccontare Una storia di famiglia, desiderio e violenza con Valerio Mastandrea e Emanuele Maria Di Stefano
Lifestyle
04 Settembre 2026
04 Settembre 2026
Uno dei temi principali di questa 83ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica è la famiglia. Quella in cui nasciamo, quella che scegliamo. La famiglia che costruiamo intorno a noi, di cui vogliamo fare parte, e quella in cui, nostro malgrado, ci ritroviamo.
La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, basato sull’omonimo libro di Nicola Lagioia pubblicato da Einaudi, usa la famiglia come un confine: di qua c’è ciò che ci fa stare bene, che ci accoglie, che ci riconosce per le persone che siamo; di là, invece, c’è il mondo esterno, feroce, affamato, pronto ad assalirci e a divorarci. Spesso, questo confine si trasforma in una leva per parlare di temi differenti, per spostarsi in altri spazi e in altri ambienti, per fotografare una generazione sospesa, indecisa, desiderosa di cominciare una nuova vita e, allo stesso tempo, terrorizzata dal giudizio degli altri.
In concorso nella sezione Orizzonti e al cinema dal 1° ottobre con Eagle Pictures, La città dei vivi è un film quasi episodico, frammentario, fatto di sequenze lunghissime in cui non sembra succedere niente, progettate per alimentare una qualche forma di tensione, e sequenze che, invece, si affidano a dinamiche più immediate e semplici. Luca, il protagonista, ha ventitré anni. Lascia la scuola, cerca un lavoro; aiuta suo padre a vendere le caramelle alle fiere e ai parchi giochi. È fidanzato, ha i suoi amici, la sua realtà. Ma non è contento. Vuole qualcosa di più. Vuole avere i soldi, prendere casa, trasferirsi. E allora comincia a giocare d’azzardo, alle macchinette nelle sale giochi, a frequentare giri non suoi, di feste e incontri, dove si presta completamente ad altri uomini.
La sua storia è una tragedia tratta da un caso di cronaca nera: l’omicidio di Luca Varani del 2016, un episodio che, per la sua brutalità, sconvolse l’opinione pubblica. Gabbriellini decide di muoversi con calma. Di costruire, scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura, il mondo di questo ragazzo. Si inizia con la sua adozione, con il momento in cui i suoi genitori lo hanno scelto in mezzo ad altri bambini: quelli piangevano e lui, invece, sorrideva.
Emanuele Maria Di Stefano usa le espressioni e la sua fisicità per delineare il suo Luca, un ragazzo tutto sommato gentile e volenteroso, affascinante e simpatico. Dall’altra parte Valerio Mastandrea interpreta il padre, facendo da contrappeso a Di Stefano e alla sua fisicità nervosa con la tensione e la voce, riuscendo con pochissimo a dare buon ritmo al racconto.
Forse, il problema più grande de La città dei vivi è che si affida troppo a un formalismo visivo, alla voglia di costruire belle immagini, di caricarle di significato, e perde più di qualche occasione per dare alla tensione della storia un altro spessore e un’altra densità. Procede lentamente, a volte troppo. Gabbriellini insiste sulle suggestioni visive, sui non detti affidati alle inquadrature più fisse, sul volto del protagonista e degli altri comprimari (Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei). Ma indugia, intreccia blandamente i fili della trama e non sembra mai arrivare con convinzione al punto.
La città dei vivi è un film che parla anche di femminile, di un punto di vista alternativo, a tratti complementare, rispetto a quello del protagonista: il punto di vista della fidanzata, della madre; il punto di vista dell’amica che, dopo tanto tempo, incontra sull’autobus. Questo è il Luca di ogni giorno, con la sua vita segreta; questo è il Luca che conoscono tutti – che credono, anzi, di conoscere.
@eagle.pictures Il regista e il cast di La Città Dei Vivi arriva a #Venezia83 Il film, liberamente ispirato all’omonima opera di Nicola Lagioia (Giulio Einaudi Editore), racconta parte dalla tragica vicenda di Luca Varani per indagare le fragilità sociali, culturali ed emotive del nostro tempo, spostando lo sguardo dall'evento alle sue radici. Una produzione Eagle Pictures, Cinema Undici e Lungta Film con la partecipazione di @HBO Max Italia #LaCittàDeiVivi #Biennale2026 audio originale - Eagle Pictures
Gabbriellini cerca di riprendere la stessa struttura narrativa del libro di Lagioia, scegliendo derive più romanzate e altre più attente ai fatti. Alcuni incisi sono fini a sé stessi e non trovano una vera risoluzione. La città dei vivi non è costruita come una spirale, in senso discendente, ma con un andamento quasi lineare: da un punto A passa a un punto B e da un punto B a un punto C. Le pause forzate, i silenzi e questa sospensione reiterata e insistente appesantiscono la storia, senza darle un valore o un significato ulteriori.
È piuttosto evidente, in alcuni momenti, la mancanza di incisività da parte del racconto. Ma forse è proprio questo quello che Gabbriellini voleva: creare una dimensione altra, figlia tanto del materiale originale, e quindi del libro di Lagioia, quanto della cronaca; e poi, chiaramente, figlia di una sintesi tra linguaggi, in primis il cinema e la letteratura. In questa dimensione, lo spettatore può guardarsi intorno, decidere su cosa soffermare la propria attenzione e che direzione prendere. Ma rimane sostanzialmente solo. E le domande che gli vengono poste assomigliano a macigni inamovibili.