
I protagonisti di "Oasis: Don’t Look Back in Anger" sono i fan della band Il documentario è passato in anteprima a Venezia83 e arriverà in sala dal 10 settembre
"Il Vangelo secondo Liam e Noel". Ha qualcosa delle sacre scritture il documentario Oasis: Don’t Look Back in Anger presentato in anteprima alle 83esima edizione della Mostra di Venezia, con tanto di sermone di un prete in una chiesa che predica di perdono e riconciliazione. Esattamente ciò che il lavoro di Will Lovelace e Dylan Southern ha voluto riprendere, scritto e prodotto da una delle personalità più influenti dell’industria britannica quale Steven Knight: il racconto della rappacificazione della band inglese che l’ha portata nel 2025 ad una reunion a cui hanno assistito milioni di fan grazie al tour mondiale.
C’è chi nel documentario ha definito l’accaduto al pari della resurrezione di Gesù, se mai fosse esistito. E vista la folla prodiga che si è portata in pellegrinaggio verso gli stadi, la sensazione che ci si trovasse di fronte ad un rito religioso aumenta l’aurea di rilevanza che il riavvicinamento della band ha significato per un numero infinito di persone, in ogni angolo del globo. Così come per i concerti, anche questo documentario è un regalo per gli appassionati. Parla di loro, li descrive e li racconta. Li mette al centro mentre ricordano l’impatto che i Gallagher hanno avuto nella loro vita, spesso con risvolti trasformativi.
Non c’è spazio per nient’altro. La separazione è cosa dimenticata, ad attestarla c’è solo un video del 2009 del concerto parigino in cui si sciolsero. Il resto, attenendosi al titolo della canzone scelta per il documentario (Don’t Look Back in Anger), è rimasto indietro e non si ha intenzione di rivangarlo. Il che accresce ancora di più l’aria conviviale che Lovelace e Southern hanno instaurato per un omaggio che non fa altro che essere un ulteriore momento di condivisione di un credo.
Liam e Noel ne escono incredibilmente bene. Con solo alcuni spezzoni dei tour passati e foto che ripercorrono la loro carriera, il focus del doc è in particolare sul presente recente che i due hanno attraversato e che sembra promettere un più o meno roseo futuro - oltre che una data del tour italiana per il prossimo anno. Un’opera che non ha intenzione di scavare nella profondità della loro rottura e nemmeno spiegare come si siano riavvicinati. È su cosa questa decisione ha comportato che verte l’intera operazione, che dona un senso di sollievo e di liberazione grazie all’entusiasmo di tutti coloro che si sono riuniti per accoglierli, mostrando una forza che davvero appartiene a movimenti simil-religiosi, dove la partecipazione è un rito collettivo da cui si esce benedetti e rinnovati.
LIAM AND NOEL GALLAGHER ARRIVING AT THE VENICE FILM FESTIVAL TODAY pic.twitter.com/xHy9s4P02X
— Oasis World Fan Page (@oasisworld_) September 5, 2026
E, proprio come accaduto al duo sul palco, non ci sono parole che servano a sviscerare cosa questi quindici anni di silenzio abbiano comportato. Se non sono servite a Noel e a Liam, allora non devono servire nemmeno agli spettatori. Ciò che però si percepisce, e che traspare dalle interviste svolte appositamente per il documentario, è che pur non essendoselo mai detto, pur non stando a psicanalizzarsi troppo, i fratelli Gallagher sono cresciuti, mantenendo il loro spirito intanto, ma scendendo in fondo nella comprensione del tempo che è trascorso e di com’erano da giovani.
Scalmanati, ingestibili, capricciosi. Insopportabili per i più, anche arroganti, come ammettevano loro stessi. Sebbene le caratteristiche che hanno contribuito a renderli le icone anni Novanta che sono tutt’oggi sembrano immutate, c’è una consapevolezza sull’età che avanza che è sincera e inevitabile. Che conquista perché fa intravedere ancora i ragazzini di Stand by Me e Wonderwall, ma anche cosa sono diventati dopo più di un decennio. Ciò che poi è avvenuto con i fan, il cui bacino demografico non solo è cresciuto, ma ha accolto nuovi proseliti che continuano a portarne avanti il mito - se ci pensiamo, parliamo di una band che non rilascia nuovi brani da anni. E di cui ciò che più resta è il sentirli parlare in quante più lingue possibili, facendo capire quanto è grande questo fenomeno che è stato tramandato di generazione in generazione, toccando ogni parte del mondo.
Noel Gallagher wipes away tears as Oasis: Don’t Look Back in Anger gets a standing ovation at the end of the film’s premiere pic.twitter.com/grSLnf5h0v
— Oasis Mania (@OasisMania) September 6, 2026
Tutto questo, però, è ovvio che metta Oasis: Don’t Look Back in Anger sotto una luce totalmente accomodante, nata per i fan, fatta per i fan e a loro destinata. Un’esaltazione che non serve contestare, ma che è inevitabile che finisca per essere un santino dei due musicisti. L’invito è semmai di recuperarlo per godersi alcuni pezzi del tour mondiale del 2025, ma solo dopo aver visto un bel documentario del 2016 il quale ne dà uno sguardo meno beatificante e più allargato. È l’Oasis: Supersonic di Mat Whitecross, di cui i Gallagher furono produttori e presentato in anteprima al tempo al festival di Cannes, ilche racconta accuratamente l’ascesa del duo e come la musica e i caratteri che li hanno definiti sono gli stessi che li rendono ancora oggi le rockstar che conosciamo.