
Nel 2026 le pop star ci piacciono un po’ di più se non sono americane Cosa succede quando la globalizzazione non passa più per gli Stati Uniti?
Un poster color fucsia, con una scritta che sembra fatta con un pennarello, recita: «the baddest bitches are in Bratislava». Ain’t in LA di Adéla è stato l’inno dell’estate, ma non perché fosse una colonna sonora particolarmente adatta alla stagione più calda, come succede spesso ai tormentoni, quanto perché ha ricordato a milioni di giovani in giro per il mondo che, per avere successo, non c’è più necessariamente bisogno di ambire al sogno americano. Anzi, forse oggi è molto meglio allontanarsene.
Il caso di Adéla, nuova pop star slovacca che prima di cantare le lodi della sua città natale ha comunque dovuto trasferirsi a Los Angeles, non è isolato. Si inserisce piuttosto in un cambiamento più ampio che sta attraversando l’industria musicale. Bad Bunny, Zara Larsson, Lisa, le Katseye: alcuni dei nomi che hanno definito il pop del 2026 hanno poco a che fare con l’idea tradizionale della pop star americana. E, cosa ancora più importante, non sembrano particolarmente interessati ad averne.
Bad Bunny e la fine del pop globale all’americana
GOD BLESS AMERICA #SuperBowl pic.twitter.com/XZLqBYo8p0
— introvert (@introvertsmemes) February 9, 2026
Fino a non troppo tempo fa, il percorso più intuitivo per una pop star internazionale passava dagli Stati Uniti. Bisognava cantare in inglese, trasferirsi a Los Angeles, firmare con una major americana e rendere la propria provenienza abbastanza universale da non risultare un ostacolo. Esisteva persino una parola per descrivere il momento in cui un artista non americano riusciva finalmente a farcela: crossover.
Il crossover, però, presupponeva l’esistenza di due lati ben distinti. Da una parte c’era il mercato locale, dall’altra quello americano, che per estensione diventava globale. Shakira poteva essere una star enorme in America Latina, ma la sua trasformazione in pop star mondiale veniva certificata da Laundry Service, un album prevalentemente in inglese. Nel 2026 invece c’è Bad Bunny, che a febbraio è diventato il protagonista dell’apoteosi della cultura americana, il Super Bowl, portando sul palco uno show profondamente portoricano e prevalentemente in spagnolo. Sei mesi dopo, quello stesso halftime show ha vinto sette Emmy, incluso quello per Outstanding Variety Special (Live), rendendo l’artista a metà del suo percorso verso un EGOT.
Il successo di Lisa racconta una nuova globalizzazione del pop
@jnrubysx Queen Lisa #LISA #Thailand #iconic #blackpink #fyp SaWaDiKa - LISA
La prima grande globalizzazione culturale funzionava soprattutto in maniera unidirezionale, dal centro alla periferia. Il resto del mondo guardava sitcom americane, ascoltava pop americano e imparava, nel frattempo, a desiderare una certa versione della vita americana. Nel 2026, invece, il movimento sembra molto più difficile da tracciare. Basta guardare Lisa: un’artista thailandese diventa famosa attraverso le Blackpink, un gruppo coreano, costruisce una carriera solista negli Stati Uniti e usa quella stessa piattaforma per esportare immagini del proprio Paese a decine di milioni di persone.
Il suo nuovo singolo, SaWaDiKa, che prende il nome dal saluto thailandese, ha registrato circa 70,8 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore, segnando il debutto musicale più visto dell’anno su YouTube. Ma più interessante del numero è ciò che quei milioni di persone hanno guardato. Nan Nist, stylist di Lisa, ha pubblicato negli scorsi giorni su Instagram gli schizzi degli outfit indossati dalla superstar nel video musicale, rivelando quanto ogni look fosse costruito attorno a riferimenti culturali precisi: l’orchidea selvatica, uno dei fiori simbolo del Paese, le incisioni del baht, la valuta thailandese, i colori dei tuk-tuk e l’uniforme da Muay Thai sono soltanto alcune delle ispirazioni che hanno contribuito a costruire l’immaginario del video.
Qual è il centro del pop mondiale?
#KATSEYE: the global it girls representating all sorts of different nationalities and races are coming to take over the WORLD. pic.twitter.com/PXPnGtVFD1
— KATSEYE DEBUT (@katseyye) November 22, 2023
C’è poi il caso di Zara Larsson. Anche qui parliamo di un’artista europea, svedese per la precisione, che nel 2026 è riuscita a costruire un successo realmente globale senza che gli Stati Uniti ne fossero necessariamente il centro. Larsson non è certo una nuova pop star, anche perché la sua prima hit, Lush Life, ha più di dieci anni e la Svezia esporta musica pop da ben prima che TikTok esistesse. Ma in questo rinascimento della sua carriera che ha perso forma nel corso dell’anno Larsson è riuscita a registrare sold out in città lontanissime tra loro, portando lo stesso show dall’Europa a São Paulo, fino a Bangkok.
Le Katseye rappresentano forse lo stadio successivo di questa trasformazione, perché nel loro caso cercare un centro geografico diventa quasi inutile. Il gruppo è stato creato da HYBE e Geffen Records mettendo insieme il sistema di training sviluppato dall’industria coreana e la potenza distributiva di una major americana. Le componenti, a loro volta, arrivano da background culturali diversi. Ad agosto, il loro secondo EP, WILD, ha debuttato al numero uno della Billboard 200 con 170mila unità equivalenti negli Stati Uniti. Ma definirle semplicemente una girl band americana sarebbe riduttivo quasi quanto definirle K-pop. Le Katseye sono state costruite fin dall’inizio affinché nessuna delle due definizioni fosse sufficiente. Il prodotto è internazionale in partenza – è portoricano-cubano, indiano, filippino, coreano, svizzero-ghanese e cinese.
La crisi del soft power americano passa anche dalla musica pop
@adelascousin so cute !!! @ADÉLA #adela #slovakia #bratislava #viral #aintinla original sound - ADÉLA’s cousin (fan account)
Non è un caso se questo fenomeno di "migrazione del pop" sta succedendo nel 2026, un momento storico in cui l’America sembra avere qualche difficoltà in più a vendere sé stessa al resto del mondo. Secondo il Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, gli Stati Uniti rimangono il Paese con il soft power più forte al mondo, ma dal 2025 hanno registrato il calo più grande tra tutti i 193 Paesi analizzati: 4,6 punti in un anno. La reputazione americana è scesa di undici posizioni, mentre la Cina ha superato per la prima volta gli Stati Uniti proprio sul parametro della reputazione.
Non significa che l’egemonia culturale americana sia improvvisamente finita. Nello stesso indice gli Stati Uniti rimangono primi al mondo per influenza, familiarità e arti e intrattenimento. È proprio questa contraddizione a essere interessante: continuiamo a consumare una quantità enorme di cultura attraverso infrastrutture americane, mentre sembriamo essere meno attratti dall’America come idea. D’altronde, Adéla pubblica con Capitol Records, Lisa con RCA, le Katseye sono un progetto per metà di Geffen, Bad Bunny è distribuito da Rimas, ma il loro successo passa comunque attraverso le classifiche globali.
Anche questa nuova geografia del pop rischia di diventare rapidamente una formula, perché se l’identità locale produce engagement, l’industria troverà il modo di impacchettarla, ottimizzarla e ripeterla fino a svuotarla. Non tutto ciò che appare culturalmente specifico è automaticamente più autentico, così come non tutto ciò che è globale è necessariamente più inclusivo. Più che una globalizzazione inversa, quindi, è forse una globalizzazione che ha smesso di avere una direzione precisa. Non è più soltanto il mondo a diventare un po’ americano. Siamo tutti diventati un po’ coreani, un po’ portoricani, un po’ thailandesi, un po’ svedesi e, ovviamente, ancora parecchio americani.














































