Il rinascimento di Roma parte anche da Il Cinema in Piazza Abbiamo intervistato Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, per riflettere su questi ultimi 12 anni de Il Cinema in Piazza

Se avete mai passato un’estate a Roma, allora sapete che c’è un appuntamento a cui è difficile sfuggire: Il Cinema in Piazza. Nato nel 2014 da un’idea della Fondazione Piccolo America, il festival ha trasformato il grande schermo in un rito collettivo, riportando il cinema fuori dalle sale e dentro gli spazi pubblici della città. Quello che era iniziato a Piazza San Cosimato come un progetto trasteverino è diventato, anno dopo anno, uno degli eventi culturali più riconoscibili della Capitale, capace di attirare migliaia di persone e ospiti internazionali, da registi a grandi protagonisti del cinema contemporaneo.

Alla sua dodicesima edizione, Il Cinema in Piazza sembra raccontare anche qualcosa di più ampio. In una Roma che negli ultimi anni sta vivendo una nuova stagione culturale, tra festival, riaperture di sale storiche e iniziative indipendenti, il progetto della Fondazione Piccolo America è diventato un punto di riferimento e un esempio di come lo spazio pubblico possa trasformarsi in un luogo di incontro e condivisione. Ne abbiamo parlato con Valerio Carocci, presidente della Fondazione, ripercorrendo questi dodici anni di cinema, sogni e resistenza culturale.

Come ci si sente ad arrivare alla dodicesima edizione del Festival?

Per dirla con le parole del maestro De Andrè eravamo «convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco». Dodici anni dopo siamo ancora qui, nonostante boicottaggi di ogni tipo fortunatamente fino a ora sventati, cinghiali e incendi dolosi inclusi. Oggi possiamo dire con maturità che sicuramente non si tratta più di un gioco, c’è il peso della responsabilità culturale e dei posti lavorativi che garantiamo, anche se come i bimbi sperduti dell’Isola che non c’è non dimentichiamo mai di sognare l’impossibile

Agli albori Cinema in Piazza viveva solo a Piazza San Cosimato, oggi invece il Festival si estende in tre diverse “sale” a cielo aperto in tutta la città. Come avete scelto questi nuovi punti strategici?

Non abbiamo scelto i posti su una mappa, anche se comunque cerchiamo di tenere un equilibrio e anche di variarli sul medio-lungo termine. San Cosimato è la piazza accanto al Cinema America, quella dove siamo partiti per occupare la storica sala che ancora oggi sogniamo di acquistare e riaprire. Ci piace pensare che la stiamo ancora occupando da fuori. La Cervelletta è un parco dove molti di noi sono cresciuti, tra pesca al gambero e la prima canna è il luogo da dove partivamo per andare al liceo correndo con i motorini modificati su Via Tiburtina. Monte Ciocci è invece il belvedere del primo bacio, ma ascoltando i Colle der Fomento. Ci manca Ostia, lì fu molto bello proiettare, c’era anche il Drive-In più grande d’Europa e dove andavamo al mare come arrivava l’estate e si voleva saltare la scuola. Magari ci torneremo. Stiamo studiando una quarta location verso Roma Sud, chissà.

@piccoloamerica E tu ci sei mai stato a #IlCinemainPiazza? dicci anche la tua allora! #openaircinema #cosafarearoma #intervista #cinematok suono originale - Piccolo America

Roma sembra attraversare una nuova stagione culturale, anche grazie a realtà come la vostra. Qual è la vostra percezione di questa “nuova Roma”?

Mi collego alla risposta sopra su Ostia, poichè li abbiamo terminato le proiezioni nel 2020, quando il Porto Turistico uscì dall’amministrazione giudiziaria del Tribunale di Roma, era stato confiscato. Nel frattempo infatti siamo felici che gli zii, un po’ bisbetici, di Alice nella Città abbiano seguito le nostre orme riportando il cinema all’Isola Sacra e che ora stiano per riaprire il Cinema Fiamma sul modello del Cinema Troisi. È bello quando ti guardi indietro e ti accorgi di aver contribuito a un cambio di rapporto tra gli operatori culturali e la tua città. 

Di recente Sergio Giuliani di Rock In Roma ha condiviso una bellissima riflessione su questo, lo ringraziamo. Lui ha davvero la nostra stima, parlando di luoghi, ha riportato Roma al centro del panorama internazionale musicale. La nuova Roma ha bisogno di una riforma del pubblico spettacolo e dell’impatto acustico. Serve far giocare gli operatori culturali su un tavolo da biliardo, anziché su una complicata scacchiera. Abbiamo bisogno di confini chiari, ma di maggiore libertà all’interno degli stessi. Stiamo lavorando su questo con l’assessore Massimiliano Smeriglio, i consiglieri Luciano Nobili e Mario Luciano Crea, il Presidente Francesco Rocca e l’onorevole Matteo Orfini. Siamo fiduciosi nel lavoro di squadra.

In questi anni sono passati dal Festival ospiti e nomi incredibili. C’è un momento che considerate davvero indimenticabile?

Sono un amante dei quartieri periferici nei quali sono cresciuto, ogni tanto prendo il motorino e ci faccio un giro anche senza una meta. Non dimenticherò mai la risposta di Mathieu Kassovitz alla nostra prima e lunga, lunghissima, lettera d’invito: «Avec plaisir!». E fu una piazza San Cosimato così piena che non si era mai vista. La Haine stava per cominciare, ma Mathieu che è un bimbo sperduto come noi, piuttosto che parlare del film denunciava il mio amore che gli avevo appena confessato per una ragazza: «Giulia di Parigi dove sei? Come here, let me see you, Valerio loves you!»

Poi Wes Anderson con Moonrise Kingdom, sono ancora uno scout laico sotto sotto, il mio totem è Panda Ostinato. Poi aver coinvolto insieme Sven Marquardt, Asia Argento e Gaspar Noè su Climax. Ci divertiamo, siamo liberi e amiamo la notte. Con il cinema e con la musica. È capitato anche di aver fatto incontrare Gaspar e Darren Aronofsky con Papa Leone XIV, poi siamo andati a ballare al Fanfulla.

C’è un appuntamento del palinsesto di quest’anno che aspettate particolarmente?

Non vediamo l’ora che arrivino il 27, 28 e 29 Giugno: tre incontri, tre Carte Blanche con Léa Seydoux. Ringraziamo di cuore Alessandro Roia che ha reso possibile questa fantastica rassegna. Poi Thom Yorke al Parco della Cervelletta per presentare I figli degli uomini di Alfonso Cuarón con il nostro grande amico Antonio Monda, lui è un fuori classe. Il numero uno. Roma a lui deve delle scuse profonde, per qualche cialtrone abbiamo perso una delle perle più rare, o forse dobbiamo ringraziarli? Lo hanno portato ad aiutarci con Il Cinema in Piazza. Ci rido ancora, lavoravo per lui, in diverso modo ci licenziarono entrambi da quell’esperienza della Festa del Cinema di Roma durata per sette gloriosi anni. Poi aspettiamo Nicolas Winding Refn, ha detto che forse viene con un amico a cui piacciono i videogame.

Cosa significa per voi portare il cinema nelle piazze, soprattutto in una città come Roma? 

Portare il cinema in piazza è una resistenza pacifica: alla solitudine, alla frenesia dell'algoritmo, alla gentrificazione. In un'epoca in cui tutto ci spinge verso il basso, verso lo schermo del telefono, verso casa, noi diciamo il contrario: esci, alzati, spegni tutto e vieni in piazza. A Roma questo ha un significato particolare: perché Roma ha spazi enormi, bellissimi e spesso dimenticati, che aspettano solo di essere vissuti insieme. Ci teniamo a occupare però quelli pubblici. Che senso ha costruire queste comunità libere, solidali, critiche e metterle al servizio di locali e spazi privati a pagamento? «Essere protagonisti e non semplici fruitori», scrivevamo un tempo, ma purtroppo qualcuno in città si è perso per strada la seconda parte. Ma la nostra direzione è ancora quella. Seconda stella a destra, sempre dritto fino al mattino: chi vuole, sa dove trovarci.

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