L’antipatia verso la moda è politica? La camicia di Silvia Salis e il significato dell’indignazione verso il lusso
Si parla sempre molto di come si vestono le donne in politica. In Italia, c’è stato il caso di Silvia Salis che, all’indomani dell’intervista a Che Tempo Che Fa, è stata accusata dalla propaganda social di indossare una costosissima camicia Versace (che non era di Versace) e di aver indossato la camicia in denim come “posa” per comunicare vicinanza ai lavoratori. Accuse simili sono arrivate sempre a Salis per una foto in cui indossava un paio di Manolo Blahnik, una borsa di Louis Vuitton e occhiali di Bottega Veneta. Alla sindaca di sinistra è stato rimproverato di non essere “vicina al popolo” e di rappresentare un progressismo politico visto come antitetico al possesso di denaro.
L’odio social non si limita ai cosiddetti “comunisti col Rolex”, ma si rivolge anche alla destra: pensiamo a quando l’ex-ministro Santanchè, che viene dal mondo dell'imprenditoria, rivendicava fino a pochi mesi fa di essere la «rappresentazione plastica» di ciò che odiava la fantomatica sinistra proprio perché aveva scarpe e borse firmate. Certo, la differenza qui è che Salis è una militante di sinistra che ha fatto dell'eguaglianza il suo messaggio politico e dunque esiste una tensione logica tra predicare certi valori e incarnarne l'opposto. Ma perché un politico che indossa un abito firmato (pensiamo, negli USA, anche ai dibattiti sulla moglie di Mamdani) ci triggera così tanto? Contestiamo davvero un'ideologia o un'intera classe dirigente? In breve, l’antipatia per la moda è politica?
Destra o a sinistra?
Non amo fare questo discorso, ma vista la Sinistra di oggi, chiedo:
— AnonimoRomano (@GufoPuso) April 27, 2026
Può la Salis che indossa una camicia da 500 euro (scontata da 900€) essere lontanamemte in grado di capire il "lavoratore povero" di cui parla?
Per esperienza personale, i ricchissimi non sono in grado. Mai. pic.twitter.com/wEuse7Du0m
La maggiore indignazione rivolta a Salis rispetto all’ex-ministro Santanché segue in realtà la stessa arcaica categorizzazione che, nel discorso pubblico italiano, separa la destra dai “comunisti” contro cui ancora vent’anni fa tuonava Silvio Berlusconi. La categoria mentale è viva e presente perché, ad esempio, mesi fa la ministra Bernini aveva definito «poveri comunisti» degli studenti di Medicina che la contestavano non perché fossero degli effettivi comunisti,vma perché il concetto stesso nella lingua italiana indica tutto ciò che è “altro” rispetto a ciò che si conosce già.
Prendiamo la musica techno, odiata dai boomer oggi come negli anni ’70 i vecchi odiavano il rock che corrompeva i giovani: il primo decreto del governo Meloni fu quello sui rave party, il momento politico più famoso di Silvia Salis è stato proprio un evento di musica techno a Genova. Ad ogni modo, se Santanché può rivendicare i suoi abiti e accessori di lusso, ma Salis viene accusata di non essere vicina al popolo in quanto di sinistra, è perché nella mentalità pubblica italiana resiste un’idea della sinistra che è probabilmente morta con Berlinguer: le adunate di operai, i sindacati e tutto il mondo rappresentato da Gian Maria Volontè ne La classe operaia va in paradiso.
Ma in Italia questa distinzione non esiste davvero: un'analisi di Ipsos citata da The Vision mostra che il PD viene votato di più da imprenditori, professionisti e dirigenti, mentre Lega e FdI vincono tra gli operai; secondo i dati delle elezioni 2022 elaborati da Tecnè, FdI ha ottenuto il 33% tra gli operai e il 33% tra gli impiegati, mentre tra i dirigenti e i quadri è andato meglio il PD con il 23%. In generale, secondo Codice Rosso, gli operai votano in generale a destra dai tempi del Popolo delle Libertà di Berlusconi, ovvero dal 2008. Più che a operai, lavoratori, agricoltori, la sinistra si rivolge a élite urbane preoccupate di sostenibilità e diritti civili ma che agisce poco verso l’interesse dei cittadini, un punto toccato di recente anche dal giovane divulgatore Raffaele Giuliani su Accordi&Disaccordi. Quindi qual è il problema col lusso?
L’antipatia per la moda è politica?
I discorsi della politica che coinvolgono la moda sono strumentali: riguardano una forma mentis culturale italiana che esalta in via ideale un senso di frugalità e umiltà molto cattolico, controbilanciato da una pulsione opposta all’ostentazione e alla iattanza. Per intenderci, Gianni Agnelli e il Boss delle Cerimonie sono estremi opposti del medesimo spettro culturale attraverso cui tutti gli italiani oscillano. Il gusto del kitsch che gli stereotipi assegnano al Meridione, storicamente regione più povera, ne è la prova. Ma se una figura è socialmente importante, anche se rivendica la propria ricchezza come fanno i politici a destra, ci si aspetta comunque umiltà da parte sua.
Questo è il motivo per cui né Daniela Santanché né la stessa Giorgia Meloni sono state immuni a rimproveri sull’ostentazione del lusso. Nel caso specifico del Presidente del Consiglio, nel 2022 sui social le era stato contestato aver indossato un bracciale di Cartier, tanto cheil suo ufficio stampa dovette dichiarare che il bracciale non era un vero Cartier e che comunque non era più in suo possesso. A prescindere da cosa si pensi della dichiarazione, è molto indicativo che una corretta strategia politica nell’Italia di oggi consista nel dissociarsi da un mondo frivolo e sprecone come quello del lusso. Ma se dunque, pur cambiando forme e i gradi in base all’ala politica di riferimento, il lusso è sempre disapprovato qual è il punto?
Un grido di aiuto
@torcha Gli stipendi in Italia sono fermi. Tra il 1991 e il 2022 i salari reali sono rimasti quasi invariati, con una crescita dell'1%, a differenza dei Paesi dell'area Ocse dove sono cresciuti in media del 32,5%. A dirlo è l'ultimo rapporto dell'Inapp (Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche) presentato alla Camera dei deputati. Ma che cosa è successo in questi 30 anni? Secondo la ricerca, il problema degli stipendi è legato a quello della produttività. In Italia questa è cresciuta decisamente meno rispetto agli altri Paesi del G7, con un divario che nel 2021 è stato particolarmente ampio, al 25,5%. C'è poi la questione delle assunzioni, un numero che 2022 è peggiorato rispetto all'anno precedente, e dell'invecchiamento della popolazione. Per ogni mille lavoratori tra i 19 e i 39 anni ce ne sono più o meno 1.900 di più anziani. Se si aggiunge a questo i fattori esterni come la guerra in Ue, la crescita dell’inflazione, la crisi energetica, è facile spiegare la grande lentezza dell’Italia. Per il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda "potrebbe essere utile in questo contesto l’introduzione del salario minimo legale". #SecondoVoi il salario minimo è la soluzione? #stipendio #stipendi #italia #memecut #capcut #surprise #soldi #vivereinitalia #imparacontiktok #salariominimo #CapCut original sound - Torcha
Al netto di tutti i discorsi politici e le analisi che si possono fare del concetto di “radical chic”, potremmo leggere gli attacchi verso il guardaroba di Salis e in generale l’indignazione che scoppia quando si associa la moda alla politica a un duplice senso di frustrazione degli italiani. Duplice perché in primo luogo sono lamentele che vengono da un paese che, come confermato dai dati più recenti, i redditi reali italiani sono fermi da vent’anni con il 61% dei contribuenti che dichiara meno di 26.000 euro lordi. Quando l’ascensore sociale è fermo e i cittadini non possono migliorare il proprio status per limiti strutturali della cultura e del mercato, il concetto stesso di una camicia troppo costosa suscita indignazione.
In secondo luogo, il problema è una frustrazione generale nei confronti della politica e di tutti i suoi rappresentanti: ora che anche l’elettorato di destra è parzialmente deluso dall’operato del governo (o dall’assenza di operato), si ha la sensazione che in realtà i politici non siano altro che una classe parassitaria a prescindere dall'orientamento. Al di là degli schieramenti, l'indignazione per una camicia o un bracciale è il sintomo di qualcosa di più profondo ovvero la sensazione che chi governa abiti un mondo separato, remotissimo dal percepire le difficoltà di chi lo ha eletto. Finché la politica risponderà a questa frustrazione con strategie di immagine, dissociandosi dal lusso o rivendicandolo, e non con politiche concrete sulla mobilità sociale, l'indignazione non si placherà ma cambierà solo bersaglio.