Gli USA restituiranno i soldi dei dazi di Trump, ma non ai consumatori E adesso le aziende devono capire come gestirli

I dazi di Trump sono stati, dal loro annuncio, un vero incubo per la moda. Per un’industria che importa ed esporta continuamente, e per cui specialmente gli Stati Uniti sono un mercato importantissimo, dover pagare una tassa doganali maggiorate era un bel problema. Proprio il lusso aveva meno da preoccuparsi: i clienti della moda non hanno problemi a spendere qualcosa in più. In effetti, l'impatto peggiore è ricaduto sui brand di fast fashion che importano enormi volumi e si sono visti togliere anche l'escamotage della clausola de minimis che esentava dai dazi le piccole spedizioni.

Non che questo abbia impedito a Prada, Tom Ford e EssilorLuxottica di far causa al governo USA tra novembre e febbraio, come riporta The Indipendent. Ma ora che la Corte Suprema ha dichiarato che quelle tariffe sono illegali, il governo USA si è dovuto impegnare a restituire 166 miliardi di dazi versati, miliardo più miliardo meno. E dato che l’intero procedimento sarà scaglionato in diverse fasi, ma potrebbe essere interrotto, la corsa al rimborso è ufficialmente iniziata. C’è però un problema: questi soldi torneranno alle aziende, ma i consumatori che hanno pagato di più non vedranno un soldo.

Come funziona la restituzione delle tariffe

@itsdeaann

The Trump Administration Is Being Forced To Issue LARGEST Refund In HISTORY.

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Dopo la sentenza della Corte Suprema, il governo USA ha creato un portale online gestito dall'U.S. Customs and Border Protection, che però ha ricevuto così tante richieste da crashare per numerosi utenti che si sono visti apparire davanti messaggi di errore e inviti a riprovare più tardi.  In effetti, come spiega BoF, il numero di aziende che hanno versati dazi da rimborsare è 330.000, enorme.

Tra i casi citati di importatori citati da BoF ci sono quello di Asos, che ha annunciato di voler recuperare circa 7 milioni di sterline; di Levi's, che ha chiesto indietro circa 80 milioni di dollari, mentre Gap potrebbe addirittura aver richiesto fino a 400 milioni, Nike fino a un miliardo, e Walmart oltre 10 miliardi.

Mancano dati su quanto i brand di moda europea potrebbero richiedere o aver richiesto, non solo perché il portale dei rimborsi non è aperto al pubblico, ma anche perché aziende come LVMH, Kering o Prada, ma anche Zegna o Brunello Cucinelli, essendo quotate in borsa, sarebbero obbligate a rivelare l’entità dei rimborsi solo se la loro entità influisse sui bilanci aziendali.

Sul piano procedurale, il rimborso è relativamente semplice: le aziende devono raccogliere i dati sulle merci tassate, formattarli secondo le linee guida del CBP e caricarli sul portale. Le imprese più strutturate dispongono già di questi dati, ma anche quelle meno organizzate possono fare affidamento sugli archivi doganali. Il CBP ha indicato che i pagamenti dovrebbero arrivare entro 60-90 giorni dall'approvazione delle richieste, il che significa che già a fine giugno alcune aziende potrebbero vedere il denaro tornare sui propri conti. Ma qui iniziano i problemi: i dazi hanno portato a un aumento dei prezzi per i consumatori, ma ora che i soldi vengono ridati alle aziende, ai consumatori spetta qualcosa?

Soddisfatti o rimborsati

Come spiega BoF, diverse aziende come E.l.f. Cosmetics, Lululemon, EssilorLuxottica e Fabletics hanno già a che fare con una serie di class action intentate da consumatori che ritengono di avere diritto a un risarcimento. Molte di queste aziende, tra l’altro, avevano pubblicamente giustificato il rialzo dei prezzi proprio a causa dei dazi e dunque ora non possono nemmeno fingere che quei rimborsi non siano almeno in parte dovuti al pubblico. A tutto ciò si aggiunge anche un certo grado di pressione politica: 15 deputati democratici hanno mandato lettere pubbliche ai CEO di Walmart, Amazon, Home Depot, Lowe’s, Target, Best Buy, Costco, FedEx, United Parcel Service e DHL per spingerli a “girare” i rimborsi ai consumatori.

Ma questa pressione legale e politica è diventata un ulteriore mal di testa dato che, nella pratica, come si fa a calcolare quanto sarebbe dovuto a ciascun consumatore in base a cosa ha o meno comprato? Molti brand hanno alzato i prezzi di alcune categorie specifiche in base a criteri molto relativi tra una regione e l’altra, e non c’è stato un aumento uniforme di tutti i prodotti. Il che rende calcolare quanto sia dovuto a un dato cliente impossibile. Secondo BoF, la strada più praticabile è quella di abbassare i prezzi futuri ma in ogni caso bisogna prima ricevere i rimborsi. Insomma, sarà lunga. Ma essendo ancora una volta il sistema dei rimborsi privato non è possibile capire se certe aziende - come ad esempio Amazon - abbiano fatto richiesta o meno.

La messa in guardia di Trump 

In tutto ciò, secondo una ricerca citata dai parlamentari USA che hanno formalmente richiesto ai mega-CEO di restituire i soldi ai consumatori e firmata Penn Wharton Budget Model, i rimborsi potenzialmente soggetti a restituzione potrebbero raggiungere i 175 miliardi di dollari, con altri 700 milioni in interessi. E per controbilanciare pressione politica con pressione politica, è intervenuto anche Trump dichiarando che "ricorderà" le aziende che rinunceranno ai rimborsi in una sua classica tattica intimidatoria (e vagamente mafiosa) che inquadra la restituzione dei fondi come una costrizione della legge e la rinuncia a quei rimborsi legalmente dovuti come a una specie di affermazione di lealtà.

Ma l’epopea dei dazi potrebbe non essere ancora conclusa. L'amministrazione Trump sta già provando a capire come farli tornare di nuovo su basi giuridiche differenti e più solide, avviando indagini nei confronti di sessanta paesi, tra cui Cina e Vietnam, accusati di ricorrere al lavoro forzato. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che, se così fosse, i dazi potrebbero tornare ai livelli precedenti già all'inizio di luglio, facendo ripartire di nuovo la folle giostra di incertezze e rialzo dei prezzi.