
La questione dei dazi di Trump continua a complicarsi E adesso forse il presidente USA ignorerà una sentenza della Corte Suprema
Nel 2026, l’idea che trascorra un weekend senza che una qualche diavoleria succeda negli Stati Uniti è praticamente utopia pura. Ma quella di questo weekend è riuscita a far venire un’emicrania a centinaia di economisti e ministri di tutto il mondo: lo scorso venerdì la Corte Suprema degli USA ha dichiarato illegali i dazi imposti da Trump nel 2025 e che avevano già seminato il panico nell’intero commercio mondiale. In tutta risposta, Trump ne ha immediatamente annunciati di nuovi e adesso nessuno ha capito ose il governo USA seguirà la sentenza della Corte Suprema o se invece la ignorerà del tutto, stabilendo un pericoloso (a dir poco) precedente sullo stato di diritto nel paese. Ma cosa è successo di preciso?
Il tira-e-molla sui dazi
@meidastouch He’s not taking it well you guys. 2/20/26
original sound - MeidasTouch
Come dicevamo, venerdì scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha invalidato le cosiddette tariffe del "Liberation Day" stabilite da Trump, ribaltando la nuova politica dei dazi che aveva generato miliardi di costi per le imprese e aprendo la strada a una possibile ondata di richieste di rimborso per le imposte già versate. La Corte ha infatti stabilito che Trump non aveva l’autorità per imporre tariffe utilizzando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 pensata per emergenze nazionali legate a minacce estere, non per politiche commerciali ordinarie.
Anche se tribunali di livello locale e statale avessero già ritenuto che l’escamotage usato da Trump forzasse in modo palese i limiti della legge, i dazi erano comunque rimasti in vigore durante il procedimento legale. Va comunque ricordato che non tutti i dazi erano stati imposti sulla base della legge IEEPA dato che alcuni, molto importanti, su auto, semiconduttori, acciaio e alluminio poggiavano su altre basi normative. Ad ogni modo, il presidente della Corte Suprema John Roberts ha ribadito che solo il Congresso può imporre dazi in tempo di pace e che in ogni altro caso servirebbero comunque delle circostanze straordinarie per giustificare una decisione unilaterale sulle politiche commerciali.
a guy who claimed to be named John Barron and sounded a lot like Trump called into C-SPAN to complain about the Supreme Court's tariff decision and call Hakeem Jeffries "a dope"
— Aaron Rupar (@atrupar) February 22, 2026
(John Barron is a pseudonym Trump has used for himself when talking to journalists) pic.twitter.com/UixNjll7NB
Ma qui le cose si complicano. Subito dopo la sentenza, Trump ha annunciato e imposto un nuovo dazio universale del 10% su quasi tutte le importazioni da tutto il mondo, utilizzando una diversa base legale che, sottolineamolo, non richiede per ora l’approvazione democratica del Congresso. Si tratta infatti di un dazio temporaneo che durerà 150 giorni e riguarda praticamente ogni merce tranne minerali critici, energia, fertilizzanti, prodotti agricoli specifici, farmaci, elettronica, veicoli e materiali informativi. Non contento, il giorno successivo, Trump ha aumentato il suo dazio universale al 15%, di nuovo in maniera del tutto arbitraria.
Per aggiungere sfumature farsesche a questa vicenda già di per sé poco dignificata, nella giornata di venerdì, durante un telegiornale sulla tv pubblica, un uomo ha chiamato presentandosi come John Barron e ha iniziato a criticare duramente la sentenza, definendola “the worst decision you’d ever have in your life “ per poi insultare diversi leader dell’opposizione. La voce era praticamente identica a quella di Trump che usava il nome John Barron per chiamare giornalisti in incognito e far trapelare informazioni positive su se stesso negli anni ’80 e ’90. Il canale ha smentito che fosse il presidente ma vi invitiamo a guardare il clip da voi per decidere a chi credere.
Quindi i dazi ci sono o no?
L’annuncio dei dazi lo scorso aprile aveva sconvolto l’industria della moda, che non solo importa merce per miliardi di dollari ma vedeva colpiti duramente i principali poli manifatturieri di Cina e Vietnam con imposte elevatissime. Alcuni dazi erano stati ridotti dopo nuovi accordi commerciali, ma restavano in vigore oneri aggiuntivi su paesi fornitori di abbigliamento e calzature. A novembre 2025, la media ponderata dei dazi su importazioni di abbigliamento e footwear negli USA era salita al 36% rispetto al 13% precedente all’annuncio, secondo BoF.
Ma dopo l’annuncio della sentenza, le azioni del settore moda hanno registrato modesti rialzi come ad esempio quelle di VF Corp e Abercrombie & Fitch che hanno guadagnato fino al 4%. Secondo diverse fonti, molti nel mondo degli affari aspettavano che i decreti sui dazi di Trump finissero in tribunale, aspettandosi questo esito. Non che la vicenda sia conclusa, anzi. Il governo trumpiano ha dichiarato che cercherà di reintrodurre misure simili tramite altri escamotage legali che aggirerebbero la ratifica di nuove politiche commerciali nel Congresso.
Cosa possono fare le aziende ora?
@cnn Sen. Elizabeth Warren speaks with CNN’s Kaitlan Collins about the Supreme Court’s decision that deemed Trump’s tariffs plan unconstitutional. #cnn #news original sound - CNN
Non è chiaro quanto i settori di abbigliamento e calzature saranno coinvolti da queste nuove rinegoziazioni. E mentre si aspetta di capire cosa succederà e quale nuovo e umiliante scenario Trump creerà per la sua nazione e i suoi abitanti, molte imprese stanno valutando se poter recuperare le imposte versate sui dazi ora invalidati. In effetti la sentenza che annulla i dazi non affronta la questione di come eventualmente restituire gli oltre 130-200 miliardi di dollari già raccolti.
In effetti nella legge americana non esiste un meccanismo di rimborso automatico per situazioni come queste. Il che sta a significare che il rimborso non sarà automatico: gli importatori dovranno probabilmente presentare reclami di protesta singoli presso l’U.S. Customs and Border Protection. Tutto un processo lento, costoso e che richiede avvocati specializzati che potrebbe sfavorire le piccole e medie imprese.
Prima ancora della sentenza, comunque, oltre 1.000 aziende avevano già fatto causa a Trump in previsione di un esito negativo. Secondo Bloomberg, la maggioranza di queste erano del settore abbigliamento e tessile. Adesso non si capisce quasi più nulla, anche se alcune società hanno già venduto i diritti a eventuali rimborsi a investitori esterni per frazioni minime del valore.
Per la moda nello specifico, comunque, da un lato i costi immediati dovrebbero ridursi ma bisognerà capire che fare con gli aggiustamenti strategici e logistici causati dal primo annuncio dei dazi. Negli USA, poi, molti brand avevano trasferito i costi sui consumatori con prezzi più alti, alzando le pressioni inflazionistiche nel retail, con prezzi cresciuti anche del 20-40% per certe categorie. Ora forse i prezzi potrebbero migliorare ma bisogna capire cosa succederà. E tutto senza considerare le aziende che avevano cambiato produttori e fornitori internazionali, spendendo milioni su milioni, portando alla distruzione di molti posti di lavoro. Quando questa storia sarà finita, insomma, saranno in molti a presentare il conto agli Stati Uniti.
Takeways
- La Corte Suprema USA ha dichiarato illegali i dazi “Liberation Day” imposti da Trump nel 2025 tramite l’IEEPA, invalidandoli perché il presidente non aveva l’autorità per imporli senza un chiaro mandato congressuale, aprendo la porta a potenziali rimborsi per miliardi di dollari già pagati dalle imprese.
- In risposta immediata, Trump ha annunciato e imposto un nuovo dazio universale del 10% (poi portato al 15%) su quasi tutte le importazioni mondiali, usando una base legale diversa e temporanea (150 giorni), ignorando di fatto la sentenza e creando incertezza sullo stato di diritto.
- Il settore moda ha visto un sollievo iniziale con rialzi modesti in borsa, ma i costi elevati precedenti (fino al 36% medio su abbigliamento e calzature) hanno già causato aumenti prezzi al consumatore (20-40% in alcune categorie), diversificazione forzata delle supply chain e perdite di posti di lavoro all’estero.
- Non ci sono rimborsi automatici: le aziende devono presentare proteste formali a U.S. Customs (processo lento e costoso), molte hanno già fatto causa preventivamente, e il futuro resta incerto con l’amministrazione che promette nuove tariffe alternative, lasciando la moda in balia di una volatilità continua.















































