
«L’attore è il personaggio»: intervista a Bruno Dumont Il regista e sceneggiatore di Red Rocks, pellicola presentata nella sezione della Quinzaine des cinéastes al festival di Cannes
Guardando Red Rocks, nuovo film del regista francese Bruno Dumont in concorso alla Quinzaine des cinéastes, sezione parallela del festival di Cannes, viene subito in mente una domanda: da cosa è venuta prima l’idea del film, dalla storia o dalle rocce? «Viene dalla vista dei bambini che si buttano in acqua», risponde il regista e sceneggiatore, le cui location hanno spaziato dalla Costa Azzurra al Friuli-Venezia Giulia e che infatti contano anche una coproduzione italiana. Un film che, adottando un approccio semi-documentaristico, racconta dell’estate di un gruppo di bambini che si sfida saltando dagli alti dirupi di queste rocce rosse che danno titolo all’opera. Una parentesi fatta di costumi, mare e salsedine in cui si concentrano piccole rivalità e affetti, i quali fanno ripensare a com’eravamo noi da bambini, alla bella stagione passata al sole e ai giochi insieme ai nostri amici.
«Non è un film biografico», ci tiene a specificare Dumont, con l’infanzia che risuona come personale ma solo perché chiunque può entrarci in relazione ricordando la propria. «Tra l’altro io vengo dal nord della Francia, qui eravamo al sud. Credo però che tutti noi abbiamo un bambino dentro, ne sono sicuro. Quando si guarda un film è perciò naturale che venga da pensare alla propria infanzia, che si può ritrovare anche in un’opera che in realtà parla all’universale. Anche ora che sto invecchiando, il bambino dentro di me resta. È inevitabile che rimanga in noi sempre una coscienza molto giovane e che ci abita. Lo trovo affascinante ed è questo che ho voluto filmare», continua.
A venirgli in supporto è stato l’incontro con i piccoli attori non protagonisti di Red Rocks, che hanno contribuito in qualche modo alla stesura della storia: «In scrittura la cosa più difficile è stata immaginare come un bambino. All’inizio questi protagonisti non esistevamo, poi quando ho incontrato i loro interpreti ho iniziato a intravederli. Ho conosciuto Kaylon Lancel, il bambino che interpreta Géo, tre anni fa. Ho cercato di fargli impersonare il personaggio che avevo scritto, ma sapevo che non sarebbe stato completamente aderente. Ho capito che la costruzione non poteva essere vaga, ma dovevo partire pensando nello specifico a lui, a Géo. Un procedimento che mi è familiare, visto che mi capita di lavorare con attori non professionisti. E in questi anni ho infatti compreso che, come in questo caso, l’attore è il personaggio. Perciò quello che serviva era solo del tempo per conoscersi, per abbandonare un po’ il copione e andare avanti attraverso la scoperta di questi bambini. Per il film ci sono voluti due anni, ma la sfida maggiore non è mai lavorare con loro, bensì su me stesso e la mia immaginazione».
Lol Bruno Dumont just said he had to leave France to make RED ROCKS because they cared too much about children’s safety and were gonna make him have the kids wear a helmet on a motorbike.
— Sean Boelman (@bigtunaonfilm) May 20, 2026
Un incorporare in tal modo i personaggi che ha inevitabilmente fatto fuoriuscire una naturalezza dai giovanissimi attori, che nel film passa anche per l’estremo affetto e contatto che mostrano continuamente tra di loro, non risparmiandosi in vicinanze e abbracci. «Volevo rimanere nel mondo dei bambini», spiega l’autore, «non volevo e non dovevo spingerli a fare altro. Il tempo di cui parlavo è servito anche a studiare la maniera in cui si rapportavano tra di loro. Presto ho notato che tendevano molto ad abbracciarsi. Nella sceneggiatura si andava persino un po’ oltre, ma non è stato possibile realizzarlo nel film. Ho imparato molto e, tra questi insegnamenti, c’è stato il rispettare la loro infanzia. E, proprio nell’infanzia, ci sono tanti abbracci. Sarebbe stato controproducente proiettare su di loro la mia visione in quanto adulto, in fondo sono personaggi molto piccoli ed era giusto rimanere al loro livello e, in questa condizione, per i bambini è stato facile relazionarsi anche fisicamente agli altri».
Una libertà che, però, non era per forza sinonimo di improvvisazione: «Ce n’è stata un po’, ma si è trattato di un lavoro molto strutturato. Avevano un auricolare con cui potevo dirigerli. È stata una sorta di mix. Poi ci sono gli imprevisti, che si riflettono nei loro sguardi, ma per il resto del tempo sono stati guidati. Anche perché, comunque, è cinema, loro in quel momento erano attori e avevano un ruolo da interpretare. Per questo è stato fondamentale trovare bambini a cui piacesse performare, che si divertissero a farlo». E in Red Rocks lo fanno sullo sfondo di una natura mirabile, di cui con i loro tuffi e le loro arrampicate finiscono per diventarne un tutt’uno.