Il record de "La Bola Negra" al festival di Cannes Il duo Javier Calvo e Javier Ambrossi ha conquistato la Croisette, ma com’è il film?

La Bola Negra ha infranto un record al festival di Cannes. Stando a quanto riportato, il film in concorso scritto e diretto da Javier Calvo e Javier Ambrossi, in arte Los Javis, si sarebbe concluso con venti minuti di applausi nella sala del Grand Théâtre Lumière in cui è stato presentato in anteprima. Alla première erano presenti i registi e il cast, con Penélope Cruz seduta accanto vista la piccola parte che ha nel film, la quale si è commossa durante l’ovazione.

Sicuramente un momento struggente, uno dei picchi emozionali della 79esima edizione. Non vogliamo perciò spezzare l’idillio pur non trovando nel titolo di Calvo e Ambrossi la prossima Palma d’oro, che se però dovessero raggiungere sarebbe coerente con la ricezione avuta durante la manifestazione cinematografica, nonché meritata per l’impegno messo nella creazione di un film multi-narrativo che si divide su tre livelli, mescolando il presente, il passato e l’arte. 

Di cosa parla il film?

L’opera è liberamente ispirata al lavoro di Federico García Lorca, sempre dal titolo La Bola Negra. Tre linee di racconto su un soldato nella Spagna divisa dalla Guerra Civile nel 1937, un drammaturgo con un rapporto conflittuale con la madre nel 2017 e un terzo personaggio che vive nelle pieghe imperiture della letteratura, collocato comunque in un certo periodo storico, ma il cui potere è di poter travalicare il tempo per poter parlare sempre a tutti e di tutti. Il filo comune dei personaggi è un’omosessualità vissuta in maniera conflittuale, con i destini dei tre uomini segnati e intrecciati.

Un panorama diversissimo dalla Spagna che abbiamo in mente oggi, tra i paesi che della queerness hanno abbracciato l’essenza. Un luogo, quello de La Bola Negra, che riporta ad un periodo in cui tante storie rimanevano inascoltate o nascoste, condannate per l’epoca a silenziarsi e dissolversi. Da qui vi è l’importanza del film di farsi memoria; di raccontare della trasmissione delle vite e delle conoscenze di chi ha amato ma non poteva farlo liberamente, cercando di ritrovarne una traccia che possa arrivare a parlare fino a noi.

Ma perchè è piaciuto così tanto?

@enzopelusoo Penélope Cruz gets emotional during the standing ovation for La Bola Negra by Javier Ambrossi and Javier Calvo. Do we have the Palme d’Or winner? #cannes #cannesfilmfestival #penelopecruz #movie #spain audio originale - enzopelusoo

Partendo da un fenomeno seriale come Veneno, il ritratto della diva transgender Cristina Ortiz Rodríguez, ciò che ci si poteva aspettare da Los Javis era un’opera più prorompente di quanto non sia La Bola Negra, il cui impianto si presenta alquanto classico, il quale ha respirato a pieni polmoni dalle storie e dai romanzi del Novecento per farsene un’incubatrice cinematografica. Una narrazione tradizionale a cui segue un’uguale messinscena, il cui scombussolamento interiore è direttamente proporzionale al pathos che le storie del secolo scorso sono capaci di suscitare. La cui influenza si rispecchia ancora oggi sulla letteratura e sul mezzo-cinema, che i due registi e sceneggiatori hanno voluto utilizzare nel modo più rituale possibile.

Ciò ha richiesto grandi ambientazioni e grandi trepidazioni, a cui contribuisce l’essere un’opera in costume che pompa ancora di più il melodramma. In cui i vari salti tra una storyline e l’altra non sempre avvengono nella maniera più flessibile, ma che nell’insieme restituiscono la fascinazione per le vicende che hanno costellato il Novecento, in cui tutto sembrava essere vissuto con più trasporto e per questo ci sono ancora degli eco che risuonano fino alla modernità. Un’opera che avrebbe giovato di un minimo di misura in più, di un rigore talvolta dimenticato, a cui Calvo e Ambrossi preferiscono il sentimento, ma che non avrebbe guastato nell’insieme de La Bola Negra e, anzi, ne avrebbe reso più incisivo il contenuto. 

Un melò troppo intenso?

La letteratura e la Storia si immettono infatti nell’esistenza con un portato talvolta troppo ingombrante. I registi però sanno come amalgamare e ammorbidire questo peso. Così è con la sensibilità dei personaggi che lo spettatore finisce per interagire. Ci si concede la visione di un film che vuole raccontare il ruolo dell’arte e il modo in cui essa si inserisce, in maniera inaspettata, nelle sfumature della quotidianità. Javier Calvo e Javier Ambrossi non riescono a contenerla e non vogliono nemmeno farlo. Preferiscono invece seguire i loro protagonisti, vedere dove andranno e quali sorti tireranno, tutte in conclusione attorcigliate.

Con un desiderio di magniloquenza e di cura quasi operistica (in particolare quando si tratta di tornare agli anni Trenta o ci si confronta con l’immaginario letterario-teatrale), La Bola Negra è troppo lungo come ormai tutti i film del contemporaneo e, questo, ne determina una dilatazione che, in compenso, viene riempita di melò (e quindi in questo caso di cuore) ad ogni sequenza.

Un ragionare con l’emozione e non con la razionalità della scrittura, che può essere un difetto, ma in cui il pubblico potrebbe trovare un’onestà talmente appassionata e sincera da perdonarlo. Come si perdona in fondo qualsiasi cosa all’amore. Perché è solo di questo che La Bola Negra parla: dell’amore che si prova e si ripercuote nel tempo, fino ad arrivare ad un’intera sala al festival di Cannes.    

Continua a leggere