Quentin Dupieux affronta il problema della rabbia in ''Full Phil' Kristen Stewart e Woody Harrelson sono padre e figlia in una fiaba surreale sulla rabbia e il bisogno di riconciliarsi

In Full Phil di Quentin Dupieux, i protagonisti Kristen Stewart e Woody Harrelson hanno una chimica pazzesca. Nel film sono un padre e una figlia che cercano di riconnettersi l’un l’altro: o meglio, è il genitore che tenta di ristabilire un rapporto portando la giovane a Parigi e affittando la suite più cara e lussuosa del loro hotel. I risultati, però, non si vedono: Stewart sembra distratta e interessata solo a mangiare guardando vecchi film, mentre l’uomo viene accusato di incubare una pericolosa e insana rabbia che potrebbe finire per farlo scoppiare.

In questa ibridazione tra autorialità francese e cast internazionale presentata fuori concorso al festival di Cannes, Dupieux prosegue nella sua proficua carriera sfornando un nuovo titolo che, esattamente come il resto della sua filmografia, è più un esperimento all’interno di un progetto più grande. Un ulteriore tassello di un mosaico in cui l’autore utilizza il medium come fosse un giocattolaio, divertendosi a scombussolare i piani e creare  scatole cinesi dove può applicare i concetti del surreale al supporto cinematografico e che delineano la sua visione da cineasta. Un pioniere moderno, che ha saputo fare del grottesco un marchio riconoscibile seppur ogni volta diverso dal lavoro precedente. Un corpus con cui è possibile definire la personalità unica del regista francese, in grado di applicare assurdo e perturbabile, conosciuto e sconosciuto tutto in un colpo solo. 

In Full Phil, Dupieux utilizza pochissime location, svagandosi di più quando l’opera si diletta a rimettere in scena un falso vecchio film del passato su una creatura mezza uomo e mezza pesce che richiama Il mostro della laguna nera. Un film dentro al film, due racconti che non sono uniti da nulla: ed è questa, in un’opera di Dupieux, una delle cose che più affascina: la possibilità di non dover per forza trovare un senso logico alle suggestioni che l’autore mette insieme; lasciarsi convincere che ha perfettamente senso che ciò che accade nel film non debba avere per forza un senso.

Mentre su un piccolo lettore portatile passano le immagini in bianco e nero del cult fittizio nella vita vera, comunque paradossale, i protagonisti di Full Phil si confrontano pattinando sul filo sottilissimo dell’irascibilità, tema sempre più comune nelle storie contemporanee, soprattutto quando si tratta di volerla placare fino a farla estinguere. Se nella camera d’albergo che fa da set al film il personaggio di Harrelson è sotto osservazione per le sue reazioni, per le strade di Parigi la situazione è realmente fuori controllo: pericolosa come lo era la città infervorata di Beau ha paura di Ari Aster, che contestualizza il sentimento strisciante di irrequietezza che il presente ci butta addosso e che i personaggi somatizzeranno a loro modo: chi mangiando e chi cominciando a gonfiarsi.

Una causa ed effetto che agiscono con (in)coerenza nell’eccentricità di Full Phil, che diventa una terapia d’urto da cui non si può sfuggire, come è impossibile smarcarsi dell’occhio vigile della curiosa dipendente dell’hotel interpretata da Charlotte Le Bon che controllerà le azioni di Harrelson. Una fiaba ironica e impertinente come sa scriverne Quentin Dupieux, da cui ognuno può tirare fuori la propria morale. 

Continua a leggere