''Paper Tiger'' va oltre la solita barriera tra bene e male Con un cast stellare, la pellicola è stata presentata al festival di Cannes

C’è un filo comune che unisce i titoli della 79esima edizione del festival di Cannes; Una direzione strana, apprezzabile, anche quando i film non sono dei migliori. È capitato con Gentle Monster di Marie Kreutzer, si è ripetuto con Garange di Jeanne Herry e avviene anche col Paper Tiger di James Gray, unico statunitense a battersi per la Palma d’oro quest’anno e in cui non potevano che riversarsi aspettative alte. Ciò che accomuna queste opere in competizione molto diverse tra loro è il cominciare nella maniera più convenzionale possibile per prendere poi direzioni inaspettate.

In Gentle Monster è il punto di vista che viene messo in gioco: quello della moglie interpretata da Léa Seydoux, la quale viene a conoscenza di un atto disdicevole commesso dal marito e che si interroga su cosa accade a chi vive accanto a dei mostri. In Garange, è il raccontare del problema di alcolismo della protagonista che dà titolo all’opera, impersonata da Adèle Exarchopoulos, una storia che avrebbe potuto sfociare nel dramma e che invece sceglie una nota di ironia nell’inquadrare la dipendenza consapevole della donna. In Paper Tiger, invece, è la direttiva, che come gli altri titoli citati a un certo punto si allontana dal baricentro della narrazione, prendendo svolte e toni inaspettati che rendono per questo a proprio modo peculiari i lavori di Kreutzer, Herry e lo stesso Gray. 

@varietymagazine Scarlett Johansson doesn’t pick up a FaceTime call from James Gray during the 7-Minute #Cannes original sound - Variety

Ambientata nel Queens del 1986, girata in 35mm per restituirci il senso di un passato che è così raccontato anche attraverso la pellicola, l’opera con Miles Teller, Adam Driver e Scarlett Johansson potrebbe sembrare da principio un mob movie in cui gli incoscienti protagonisti rimangono coinvolti e si trasforma invece gradualmente nell’indagine di un rapporto tra fratelli e sull’integrità che li ha formati e condotti fino a quel momento.

In una storia classica di giri di corruzione e mafia, di appalti che vengono controllati da criminali e vicissitudini che capitano sempre ai meno furbi, non ci aspetterebbe un cambio d’asse che invece avviene in Paper Tiger.  Il film non rimane immobile sulla dicotomia tra buono e cattivo che ci si attenderebbe, in questo caso potenzialmente incarnata dai personaggi di Driver e Teller.

I protagonisti vogliono dall’inizio essere coinvolti in maniera onesta in un investimento edile in cui subentrare come consulenti e ciò rimane immutato anche nel proseguire della pellicola. È qui la particolarità del film, oltre che l’ambiguità che mette in gioco Gray e fa osservare sotto un’altra luce Paper Tiger.

Se era facile prevedere la discesa nel baratro dei fratelli, l’autore statunitense continua invece a mostrare la retta via che hanno sempre intrapreso nella loro vita, che li ha resi un onesto ingegnere e un intatto poliziotto, trasformando l’opera non più in quel mob movie che si pensava, ma focalizzandosi sul senso di responsabilità di due figure che provano a guardarsi le spalle e in cui vige la salvaguardia della famiglia, messa sempre al primo posto.

Un obiettivo di Gray che ha la propria realizzazione soprattutto nel personaggio interpretato da Adam Driver, la cui posizione scomoda in cui si ritrova lo rende una preda facile per i cliché della narrazione e da cui invece si smarca con un’intuizione di scrittura non affatto malvagia. Che si riflette poi nel parente di Teller, con cui il regista e sceneggiatore torna a indagare i nuclei familiari e i rapporti che le figure maschili hanno al loro interno, a partire dalle posizioni dei padri che in Ad Astra il regista conduceva fino nello spazio e che in Armageddon Time raccontava nello stesso Queens di Paper Tiger, solo ambientato sei anni prima. 

Una coerenza nella scelta dei temi che non ne giustifica però la piattezza che viene utilizzata, con una buona chimica tra interpreti (soprattutto la moglie e il marito Johansson e Teller), ma che affatica l’osservatore che segue con curiosità lo sviluppo dei personaggi, dovendosi quasi scollare per necessità dal contorno della storia, il quale appesantisce le loro storyline. Un tappeto narrativo non all’altezza delle dinamiche che mette in ballo e dell’impegno dei suoi attori, apprezzabile ma non mirabile, distante più di quanto si potesse sperare. 

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