«Una doppia anima»: intervista a Aedicola Lambrate Estratto da "Edicola Italiana" il primo free press di nss edicola

«Una doppia anima»: intervista a Aedicola Lambrate Estratto da Edicola Italiana il primo free press di nss edicola

Due anni fa Alioscia Bisceglia e sua moglie Martina Pomponio passeggiavano a Lambrate quando notarono che l’edicola storica del quartiere, da decenni presieduta da un edicolante vecchia scuola, era chiusa. A Martina Pomponio venne l’idea di riaprirla. Coinvolsero subito Michele Lupi, un altro dei soci fondatori e, infine, anche lo scrittore pubblicitario di Paolo Iabichino che che si unì al progetto all’ultimo. Era nata Aedicola Lambrate.

La storia di Aedicola Lambrate non sarebbe possibile senza Alessandro Ghidini, ultimo e fondamentale tassello del progetto. Ghidini, laureato in Lettere e giornalista, con un passato nel mondo delle librerie, è diventato l’edicolante e gestore di Aedicola Lambrate trasformandola, grazie alla propria sensibilità, prima in una vera e propria libreria indipendente di cui ha curato e cura ancora oggi la selezione, poi in un vero e proprio spazio culturale all’aperto dove si tengono incontri con gli autori e discussioni pubbliche. Oggi Aedicola collabora con scuole e partecipa a bandi comunali e, nel suo piccolo, è un piccolo cuore culturale per l’intera Lambrate e rappresenta la promessa che un futuro per le edicole è possibile. 

Ma qual è la filosofia dietro questo progetto, che ha trovato anche un eccellente riscontro con il pubblico e la stampa? Lo abbiamo domandato a uno dei founder, Alioscia Bisceglia, e all’edicolante che la gestisce, Alessandro Ghidini.

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Qual è il rapporto tra Aedicola e la comunità di Lambrate?

Alioscia Bisceglia: Volevamo costruire una relazione col quartiere. Non c’erano presupposti per un’edicola patinata. Lambrate è ancora popolare ma si sta trasformando. Con l’edicola pensavamo di ricompattare le persone intorno a un ritrovo, amplificare un senso di comunità. Il punto era fare qualcosa per Lambrate, non vivere passivamente il quartiere. A Milano sono tutti veloci, noi stiamo cercando di rallentare, è una risposta alla fruizione veloce dei social. Ogni quartiere dovrebbe avere un’edicola così.  È riqualificazione urbana con un’attitudine un po’ punk: un progetto autogestito da una comunità che lo sostiene. E andrebbe supportato anche dalle istituzioni, ma non in maniera assistenziale. Potrebbe anche essere un pretesto per mettere insieme menti e creare progetti culturali per tutto il territorio. 

Dopo averla acquistata, come avere capito come gestirla?

Alioscia Bisceglia: È stato difficilissimo trovare qualcuno. L’idea piace a molti ma poi gli orari e la paga gli fanno cambiare idea. Ma alla fine abbiamo trovato Alessandro. Grazie a lui abbiamo questa doppia anima: edicola classica con figurine, quotidiani, enigmistica; e poi una libreria con presentazioni e incontri. Far convivere le due anime sembra un nonsense, un gran caos. L’edicola rispecchia entrambe le anime, di noi e del quartiere: gente qui da anni e qualche fighetto arrivato con le ultime ristrutturazioni.

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Come avete gestito questo equilibrio?  

Alessandro Ghidini: Secondo la logica di consumo ha più senso tenere determinati prodotti ed escluderne altri, investire sull'estetica e portare una iper-verticalità. Sul piano del servizio alla comunità ha invece molto più senso mischiare le carte. Tenere riviste e figurine risponde al servizio al quartiere, ad esempio. Ci articoliamo su queste due anime. Manterremo sempre quella popolare, insieme alla libreria che curo io e il servizio di ordini. È una proposta che facciamo al quartiere, come lo sono gli eventi

E qual è l’idea dietro la vostra proposta editoriale?

Alessandro Ghidini: Abbiamo libri e riviste in relazione diretta con editori locali e nazionali indipendenti, per l’80% senza distributori di mezzo. La differenza che posti come il nostro possono portare è la figura dell’intermediario. Le catene hanno disinvestito nei librai: se la gente prende come al supermercato, paga e se ne va, verrà consumata solo la cultura che ha il potere capitale di essere più presente sugli scaffali. Il problema non è solo del lettore, ma anche degli spazi che non investono nell’offerta. E investire in queste realtà è un gesto di estrema democrazia. Qui le persone vengono per questo, si instaura un rapporto di fiducia, anche di amicizia. 

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Quali sono state le maggiori sfide?  

Alioscia Bisceglia: Sicuramente il lato economico. Ma i soldi che arrivano li usiamo per fare cose, non per coprire spese. Per dirti, abbiamo partecipato a un bando per un progetto di recupero dell’aiuola a fianco, come se avessimo adottato il giardino. Detto questo, siamo contenti. Sappiamo di aver fatto qualcosa per il quartiere. Uno vive anche di queste soddisfazioni. Penso che sarebbe bello far diventare un progetto del genere un esempio replicabile in altri posti. La sfida più grande adesso è capire come allargare la comunità e coinvolgere altre identità. Varrebbe la pena avere più teste che pensano su progettualità, sviluppo, indotto. Vorrei che diventasse una cosa più condivisa. 

Alessandro Ghidini: Oltre alla stagionalità, dato che siamo all’aperto, la criticità più incisiva è che a Milano c’è un solo distributore per tutte le edicole. Se c’è una sola realtà con cui confrontarsi e norme penalizzanti a cui attenersi e che andrebbero riformate, non resta molta libertà di movimento. È la sfida sul lungo termine che va articolata anche in termini sociali e urbani, perché un punto come questo cambia le geografie del quartiere. Quindi, più che problemi, io parlerei di scommesse. 

E che rapporto avete con il digitale? 

Alessandro Ghidini: Un rapporto importante, una convivenza: digitale come strumento e non come nucleo del progetto. Nessuno lo demonizza, anzi lo usiamo. Abbiamo Instagram, una newsletter su Substack, abbiamo un buon seguito.  Ma questo è uno spazio che si muove nel territorio della carta, che non è antitetica al digitale ma predica una logica diversa. Impone un ritmo diverso che è quello che un po’ si sta perdendo. Noi siamo al di là che connessi, anche sempre più veloci nel consumare le notizie. Spesso non leggiamo oltre i titoli, abbiamo un desiderio compulsivo di scrollare che ci toglie la curiosità di approfondire. La carta è tutt’altro: devi prenderti del tempo per leggere, per sfogliare, è un tempo che investi per te stesso. Sono convinto che dare spazio alla lettura significa dar spazio alle persone. Chi legge costruisce un tempo suo che disinnesca tutte quelle dinamiche nocive a cui il digitale ti espone. Quindi il concetto di resistenza che ispira la nostra edicola (abbiamo aperto il 25 aprile, non a caso) non è retorico: significa letteralmente fare attrito. La carta fa attrito, il digitale no.

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