«L’immaginario nel quale le nostre voci si muovono»: Marco d’Amore racconta “Io Uccido” L’attore presterà la sua voce alla nuova serie di Audible basata sul best-seller di Giorgio Faletti

Vent'anni fa, il romanzo d’esordio del compianto Giorgio Faletti, Io Uccido, arrivava sugli scaffali italiani e di tutto il mondo per non andarsene mai più. Nel corso del tempo, il romanzo è diventato uno dei best-seller più longevi dell’editoria italiana e oggi ritorna al pubblico in un nuovo adattamento: una serie audio Audible Original in otto episodi. Sarebbe difficile immaginare un cast migliore: Filippo Nigro, Marco D'Amore e Barbara Ronchi danno voce a una storia che, a distanza di oltre vent'anni dalla sua pubblicazione, non ha perso nulla della sua capacità di tenere il fiato sospeso.

Abbiamo incontrato Marco D'Amore, che nella serie interpreta Jean-Loup Verdier, il DJ di Radio Monte Carlo attorno alla cui figura ruota gran parte della tensione narrativa. Un personaggio costruito sul filo della voce, senza il supporto dell'immagine, una sfida non da poco per un attore abituato a dominare lo schermo. D'Amore ha parlato di come si sia avvicinato a questo formato, di cosa significhi raccontare attraverso il solo suono, e di perché una storia come quella di Faletti valga ancora la pena di essere ascoltata.

«L’immaginario nel quale le nostre voci si muovono»: Marco d’Amore racconta “Io Uccido” L’attore presterà la sua voce alla nuova serie di Audible basata sul best-seller di Giorgio Faletti | Image 616669
Credits: Fabio Lovino
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Credits: Mirko Morelli

Cosa ti ha attirato inizialmente di questo progetto?

Marco D’Amore: Confesso che da una parte c’è una gioia abbastanza primitiva quando mi si dà la possibilità di leggere, perché è davvero una delle cose che mi piace di più in assoluto nella vita, anche a prescindere dal mio mestiere. Confrontarmi con la lettura è proprio un piacere intimo. Mi era già capitato di raccogliere esperienze in questo senso e ne ero uscito sempre molto soddisfatto. Dall’altra parte mi piaceva avere la possibilità di dare voce a un personaggio di un romanzo dall’enorme successo e misurarmi con la sua popolarità, sperando sia di restituirgli nuova luce e nuova linfa, sia di rispettare il lavoro fatto in precedenza dall’autore e di sentire la soddisfazione da parte non solo del pubblico che lo accoglierà, ma anche degli eredi di Faletti.

Chi è il tuo personaggio? Ha un nome francese: come hai approcciato questo aspetto?

Marco D’Amore: È un personaggio molto complesso perché innanzitutto la storia è ambientata a Montecarlo, lui è uno speaker radiofonico. Quindi di primo acchito ha già una dimensione legata sostanzialmente alla voce attraverso cui si presenta prima ancora che essere un’immagine: c’è un loop di suono e voce ed è quello il mezzo attraverso cui si esprime. È un personaggio complesso perché, senza svelare troppo del racconto, ha una serie di manifestazioni attraverso cui si esprime. E quindi noi, dovendo lavorare senza immagini, abbiamo destinato a queste manifestazioni del personaggio delle linee vocali diverse: un ritmo diverso, una densità diversa, una vocalità diversa, un volume diverso. È stato complesso perché è molto facile scadere nel manierismo quando si lavora con la voce, soprattutto per cercare di dare una dimensione diversa della vocalità. Sono stato in questo molto seguito da chi ha curato la regia del progetto. Sono arrivato con una proposta abbastanza precisa e credo che il nostro lavoro sia stato efficace. È un lavoro di grande stimolo per un attore: a partire da una identità, cercare di sdoppiarsi e di rendere i profili dello stesso essere umano.

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Questo progetto è molto vicino alle trasmissioni radio di un tempo e agli audiolibri. Quali sono state per te le sfide principali rispetto al modo in cui sei abituato a recitare?

Marco D’Amore: Parlando del presente mi pare invece che questa dimensione seriale e radiofonica sia oggi molto in voga, nel senso che se fai caso negli ultimi anni a quanti podcast si sono moltiplicati, tra l’altro tantissimi hanno a che fare con il genere in cui si iscrive il romanzo. Parliamo davvero di numeri importanti, di gente che ascolta tantissimo. E poi credo che sia, da un punto di vista della fruizione e per noi che recitiamo in un contesto del genere, un ritorno proprio a una dimensione primigenia del mestiere, per cui comunque, pur prestando solo la voce, il corpo agisce, però si demanda alla capacità dell’ascoltatore di costruire le immagini. E questo è molto bello perché c’è quasi un’osmosi tra chi presta la voce e coloro ai quali è destinato il progetto, che hanno il compito, non arduo ma secondo me affascinante e creativo, di ricostruire l’immaginario nel quale le nostre voci si muovono.

Il romanzo è stato trasformato in una serie audio con la struttura di un podcast. Questo cambiamento ha modificato la struttura della storia o ha creato sfide extra?

Marco D’Amore: Secondo me l’operazione è molto interessante. Si distacca drasticamente dal concept del podcast in cui c’è una voce narrante che introduce e viaggia attraverso la storia che racconta. È stata costruita una vera e propria serie audio in puntate, partendo da un rispetto altissimo verso il romanzo Io uccido, ma cercando, laddove il romanzo si apre alle didascalie e alle descrizioni, di dare più spazio alla drammatizzazione e cioè l’interazione tra i personaggi. Quello è l’aspetto che più si distacca dal romanzo. Però la vicenda è quella. Sono stati ampliati dei personaggi e c’è un’interazione molto più attiva, che rende secondo me affascinante il progetto.

Qual è il punto di contatto con il pubblico in un progetto come questo rispetto al teatro, al cinema o alla televisione?

Marco D’Amore: Sicuramente il rapporto cambia a seconda del mezzo attraverso cui ti esprimi. A teatro c’è uno scambio biologico perché tutto avviene in presenza. Il cinema e la televisione ti danno la possibilità di arrivare a un pubblico vastissimo che poi comunque dà dei feedback. Ma questo podcast, e i podcast in generale partono sostanzialmente dalla radio, che è un mezzo seguitissimo oggi. Quindi c’è questo rapporto che è molto più intimo con la voce di chi racconta e con anche lo spazio in cui tu fruisci della registrazione. Perché il teatro e il cinema prevedono una condivisione; in teatro addirittura non solo con gli spettatori ma anche con gli attori. Al cinema c’è una platea, ma tu hai la possibilità di ascoltare questa nostra serie audio nell’intimità del tuo salotto da solo. Quindi stabilisce un rapporto davvero uno a uno con il progetto che ti viene raccontato. E devo dire che questa intimità, a me che sono un grande ascoltatore sia di radio che di audiolibri in generale, non mi dispiace per niente. C’è anche un po’ il piacere di sparire, di nascondersi e far viaggiare un altro vettore che è la voce per stabilire un contatto con l’ascoltatore. È una dimensione che mi piace molto.

C’è stato un lavoro particolare sul sound design. Come ti sei trovato a interagire con i suoni invece che con i classici oggetti di scena teatrali?

Marco D’Amore: In fase di registrazione, per quello che concerne gli attori, non c’è un’interazione né col suono né col rumore. I rumori noi non li sentiamo e non ci sono nell’atto della registrazione. È tutto un lavoro che si fa in post e che quindi meraviglia anche noi, perché lo scopriamo solo dopo, ascoltandolo.

Come descriveresti l’atmosfera di questa serie audio rispetto a quella del romanzo?

Marco D’Amore: Direi che è un noir, ma secondo me c’è una complessità di elementi che fanno sì che sia molto più di questo. C’è tutta una dimensione emotiva non solo legata a ciascun personaggio ma anche all’interazione tra loro. C’è una parte thriller, c’è la ricerca di un colpevole, e poi c’è una dimensione in cui i personaggi si confrontano con una dimensione che è poco reale. E quindi è come se lo spettatore potesse compiere un viaggio non solo all’interno della storia ma anche in una dimensione emotiva e psicologica che non è altrimenti raccontabile se non attraverso le voci degli attori.

Il tuo personaggio conduce un programma radiofonico in cui la musica ha un ruolo importante. Come ha influenzato questo aspetto il tuo approccio al personaggio?

Marco D’Amore: Il mio personaggio manifesta se stesso attraverso la voce ma soprattutto attraverso la musica. Musica che diventerà non solo il leitmotiv dell’audio-serie e quindi del libro, ma che ovviamente avendo molto a che fare con il personaggio racconta del percorso del personaggio stesso. Cioè le canzoni che cita, alcune canzoni che vengono prese da pretesto per cercare di avviare un’indagine, sono il racconto della personalità del personaggio. Direi che c’è un’importanza vitale della musica in questo progetto.

Fra tre giorni presenterai il progetto con un live reading al Salone del Libro di Torino. Come ti fa sentire questa presentazione dal vivo? Pensi che progetti come questo possano avvicinare al libro un pubblico sempre più lontano dalla lettura?

Marco D’Amore: Senza dubbio la possibilità che ci offre il Salone del Libro non solo di raccontare il progetto, ma anche, insieme a Filippo Nigro e Barbara Ronchi, di poter leggere alcune pagine dello script, è  importantissima non solo per la portata che ha il Salone del Libro, ma anche perché riesce sempre a fare eco a eco dei progetti più interessanti che lì vengono presentati. Essendo io un lettore famelico, abituato da bambino, e guardandomi intorno so quanto leggere sia diventata un esercizio desueto e lo so con grande rammarico e dispiacere. Spero che questo progetto si iscriva nella miriade di iniziative volte a sensibilizzare e sollecitare il pubblico a leggere. E chiudo dicendoti che il primo impatto che noi abbiamo con la lettura è attraverso la voce di qualcun altro, perché a chiunque da bambino è stata letta una storia. E questo progetto, non siamo mamma e papà chiaramente, ma siamo degli esseri umani che leggono qualcosa a qualcuno. Lo fanno con lo spirito di sollecitare il desiderio di leggere e la voglia di raccontare una storia e con la speranza che questo progetto possa invogliare magari gli ascoltatori a fare il percorso a ritroso e, partendo dalla serie audio, recuperare il romanzo e leggerlo.

 

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