"Hope" è la sorpresa di Cannes 2026 Il film sui mostri di Na Hong-jin è in concorso al festival cinematografico

Hope è la sorpresa di Cannes 2026 Il film sui mostri di Na Hong-jin è in concorso al festival cinematografico

Hope è una monade strana nel concorso della 79esima edizione del festival di Cannes. E, proprio per questo, l’entusiasmo che suscita è una combinazione di fattori che trascendono il film. L’opera è il ritorno di Na Hong-jin ai lungometraggi dopo dieci anni dall’uscita del suo ultimo The Wailing. È, ad oggi, il film coreano dal più alto budget che sia mai stato realizzato, primo di una saga che prevede un sequel di cui il regista ha annunciato esserci già una sceneggiatura pronta che spera di poter realizzare. E, sopra ad ogni altra cosa, è un film di mostri. Un film di mostri che passano sullo schermo della manifestazione cinematografica più istituzionale che esista. Che se arrivano in concorso è per sconquassare l’austerità a cui si crede ci si debba conformare e che, per tale motivo, esplode in maniera dirompente mentre lo si osserva nel luogo sacro più importante al mondo per la settima arte. 

Un genere di inaspettato a Cannes 

Non si tratta, infatti, di mostri metaforici. Non sono creature suggerite, solo intraviste, che vogliono raccontare qualcosa di più umano degli umani stessi. Sono bensì esseri enormi, viscidi, con vermi che escono dal loro corpo, con la capacità di trasformarsi in bestie e poi tornare nella loro forma quotidiana (sempre mostruosa). Che corrono all’impazzata, dando l’impressione di essere i mostri più veloci che si siano mai visti. Che non possono morire, nemmeno quando gli arriva un proiettile sparato dritto in fondo alla gola. Sono gli esseri dei blockbuster, gli alieni dei franchise cinematografici. Le sventure dei disaster movie, i pupazzoni di cui si fanno le miniature. Sono ciò che da Cannes non ti aspetteresti e che invece propone tra le portate principali. Inebriante perché totalmente inaspettata. Travolgente per questa sua ibridazione tra tocco di maestria e totale estetica sci-fi come se ne potrebbe vedere in un film della Marvel o della DC.

La regia dinamica di Na Hong-jin

È con gli inseguimenti che ci si perde dentro Hope. È seguendo la camera da presa, che segue a propria volta le corse a perdifiato dei protagonisti, che siano a piedi, in macchina o a cavallo. È il cercare di mettersi in salvo mentre la geografia della cittadina in cui avviene lo strano fatto si allunga e si allarga. Una planimetria che deve aver richiesto un lavoro di fino per il regista e, soprattutto, per i suoi colleghi al montaggio e della scenografia, che hanno riassemblato non solo una porzione della Hope Harbor in cui si trovano i mostri/alieni, ma la sua interezza. Dall’inizio fino a metà film sono soprattutto le strade a creare quello che per il pubblico è un labirinto conosciuto bene dagli abitanti, che per questa ragione si muovono liberi permettendo le tante corse infinte che tappezzano il film. 

È quasi ironico parlare del lavoro sullo spazio che fa Na Hong-jin quando, nel medesimo titolo, è uno ben più grande quello che si aprirà ai personaggi, il quale arriva fin su nell’universo. Eppure la conoscenza del regista del perimetro del proprio film e il modo in cui si ci muove al suo interno permettono allo spettatore di sentirsi inserito sulle varie vie in cui i personaggi stanno scappando o tentando di nascondersi. In cui ogni svolta è una ripetizione che ne chiama poi un’altra, poi un’altra ancora, fin quando arriva il momento di perdersi. Di farsi aiutare dalla natura per abbellire la violenza distruttiva delle creature di Hope, che rendono il lavoro della caccia tra preda e predatore un piacere per l’occhio oltre che un sussulto ad ogni nuovo, irrefrenabile e instancabile colpo che viene sferzato, che provenga dagli umani o dagli alieni.

Un momentum spettacolare 

È la dimensione spettacolare che lascia esterrefatti di Hope e probabilmente è anche questo suo passaggio a Cannes a contribuire ad ingrandirne di più il portato. Una responsabilità non da poco quella di ricoprire la quota di genere nella sezione ufficiale del festival e facendolo con degli alieni che ricordano un mix tra i Na’vi di Avatar e i Demogorgoni di Stranger Things, interpretati inoltre dalle star Michael Fassbender, Alicia Vikander (coppia sposata di ritorno insieme in un film dieci anni dopo La luce sugli oceani) e Taylor Russell. E che quindi ne fa per giocoforza uno dei titoli imprescindibili della 79esima edizione, di cui si vedrà poi quale sarà il percorso, ma che guardando un giorno indietro potremmo dire “è stato un momento”.    

Continua a leggere