
Cosa fa davvero funzionare il casting di una sfilata? «Il lavoro di un bravo casting director è aiutare a costruire l'identità di un brand», intervista a Emma Farachi
I modelli che un brand fa sfilare in passerella rispondono allo stesso ciclo di tendenze che, di stagione in stagione, si alternano nella moda. I volti scelti per la presentazione di una nuova collezione, siano essi conosciuti o meno, devono sempre rispecchiare l’identità del brand che indossano. È per questo che, di fronte alle ultime sfilate di Gucci e Chanel per la Cruise 2027, le differenze comunicative tra i due brand erano così evidenti: Gucci, sotto la direzione creativa di Demna, ha portato a Times Square un cast stellare, composto da icone americane del calibro di Paris Hilton, Cindy Crawford e Tom Brady; Chanel, a Biarritz con Matthieu Blazy, ha optato per un casting non conteneva alcuna celebrity.
Scelte diverse tra loro, ma consapevoli, frutto di strategie ben precise. Il casting, esattamente come lo styling, il set o le musiche, contribuisce alla narrazione artistica di qualunque brand. Ed è per questo che in show di questa portata il lavoro del casting director è centrale nella riuscita dell’evento.
L’universo delle star
@gucci On the runway in Times Square #GucciCore original sound - Gucci
«È sicuramente anche una strategia di marketing», spiega Emma Farachi, freelance casting director che collabora da tempo con brand come Willy Chevarria, Jil Sander, Ottolinger, in merito alla scelta di brand come Gucci di fare sfilare così tante personalità note. «Più persone con volti conosciuti hai in passerella, maggiore è la visibilità dello show». Non solo: Gucci ha scelto di presentare la Cruise 2027 a Times Square, una delle location più popolari al mondo nonché una delle piazze più rappresentate in film e serie tv americani.
Fin dal suo primo progetto per Gucci (il film The Tiger, diretto da Spike Jonze e con Demi Moore ed Edward Norton, tra gli altri), Demna ha voluto associare al brand una schiera sempre nuova di celebrità: oltre a top model come Alex Consani, Kate Moss e Amelia Gray, nelle ultime sfilate ha incluso anche personalità alternative come Tom Brady, Fakemink, Nettspend, Tom Brady e persino la gallerista e socialite Jeanne Greenberg Rohatyn.
Nell'universo di Gucci firmato Demna, la star è senza dubbio Alex Consani, considerata ormai più che una top model grazie alla sua personalità esuberante. «Oggi le top sono un po’ modelle, un po’ talent, e Gabbriette e Alex Consani sono il primo esempio di questo trend in passerella», racconta Farachi.
La casting director ricorda che Consani lavora come modella da diversi anni, ma è diventata davvero famosa solo in seguito tramite i social, mentre Gabbriette è passata da musicista a content creator e da content creator a it-girl, per poi sfilare per i principali brand di Parigi in Fashion Week. «Questa è una cosa della nostra generazione: se prima le modelle erano più circoscritte all’ambiente moda, i social hanno reso il settore un po’ più democratico».
Il nuovo volto
La strategia adottata da Chanel in passerella è diametralmente opposta a quella di Gucci. Invece di far sfilare top model anni ‘90, star internazionali, rapper e sportivi, la maison francese sta optando per la novità, assegnando i nuovi design di Matthieu Blazy a volti di ogni età, ma altrettanto freschi.
È il caso di Bhavitha Mandava, una ragazza scoperta per caso da un agente in metropolitana a New York che, nel giro di qualche mese, si è ritrovata non solo ad aprire uno show per Chanel (la Métiers d'art 2026), ma anche a partecipare al Met Gala come ambassador della maison. «Mentre fino a due anni fa c’era un desiderio comune tra casting director e brand di includere facce conosciute nelle sfilate, ultimamente si è sviluppato il trend contrario», spiega Farachi: «è una vera e propria gara a chi trova per primo il Nuovo Volto di stagione: tutti vogliono fare aprire la sfilata da una modella che non ha mai visto nessuno».
Non è la prima volta che accade: agli inizi degli anni 2000, dopo l’era delle grandi top model come Naomi Campbell, Cindy Crawford e Claudia Schiffer e poi la popolarità di Kate Moss e Carla Bruni, fu Prada a cambiare i trend del casting togliendo le grandi personalità dalle proprie passerelle. Il brand cominciò a scegliere una nuova generazione di modelle provenienti dall'Est Europa, simili tra loro e per questo perfette per non far distogliere l'attenzione dagli abiti che indossavano. In poche stagioni, nomi come quello di Sasha Pivovarova, Natalia Vodianova e Natasha Poly provocarono una scossa nell’intera industria della moda. Poco dopo, anche gli altri brand iniziarono ad adottare lo stesso tipo di casting.
Come sottolinea Emma Farachi, la rincorsa al Nuovo Volto in passerella ha pro e contro. Se da un lato offre a modelle emergenti i famigerati «15 minuti di fama» capaci di svoltare loro la carriera, dall’altro la rincorsa alla novità complica la loro crescita professionale. «Dopo il debutto con un brand, la modella spesso finisce per comparire in tutte le passerelle, in tutte le campagne e su tutte le riviste per un paio di stagioni, prima che l’attenzione si sposti sulla successiva. Il ricambio è talmente veloce che, a volte, le modelle debuttano, lavorano per due stagioni e poi non vengono più chiamate».
Riflettori sul prodotto
Mentre Gucci si impegna per rilanciare la maison con cospicui investimenti mediatici (Cathy Horyn ha riportato per The Cut che la spesa per questo Cruise show si aggira sui $10 milioni) c’è ancora chi, a casting stellati e location magnetiche, preferisce puntare sulle proprie produzioni.
«Alcuni brand preferiscono concentrare l'attenzione solo ed esclusivamente sul prodotto», aggiunge la casting director, sottolineando come questa dinamica rifletta spesso anche il livello di riservatezza mantenuto dai rispettivi designer e direttori creativi - come nel caso delle sorelle Olsen per The Row. Quanto a Demna, che negli anni ha coltivato una fanbase tuttora in espansione proprio grazie a un approccio costantemente dirompente, la drammaticità dei suoi show si è sempre tradotta nelle scelte di casting. Già da Balenciaga, il direttore creativo lavorava spesso con volti insoliti - come l'artista Eliza Douglas, presente in quasi ogni show del brand - e con modelli canonicamente considerati "meno belli" rispetto agli standard di mercato.
Il casting come scelta politica
Così come una questione di comunicazione, la scelta del casting di una sfilata può essere anche politica, con show come la SS26 di Willy Chavarria o la FW25 di Miu Miu che ne dimostrano l'impatto. Lo scorso giugno, prima di presentare la nuova collezione a Parigi, Chavarria ha fatto sfilare trentacinque uomini vestiti di bianco e con le mani dietro la schiena a dimostrazione della propria solidarietà nei confronti della comunità sudamericana che negli ultimi dodici mesi sta venendo perseguitata dalle forze statunitensi dell’ICE. «È bello che la moda sia ancora un veicolo per messaggi più grandi dei vestiti stessi», commenta Farachi, che ha lavorato al casting per la sfilata.
L'anno scorso, Miuccia Prada ha creato una collezione per Miu Miu che metteva in discussione il concetto di femminilità prendendo gli archetipi del guardaroba tradizionale del womenswear (gonne a matita, reggiseni e scialle di pelliccia) ed esasperandoli. Il casting a sua volta includeva quante più donne diverse possibili, incluse diverse modelle transgender.
Insomma, che si tratti di coinvolgere decine di celebrity, trovare il nuovo volto di stagione o dare forma a una performance politica, il ruolo del casting director è «contribuire a dare identità a un brand».















































