La Gen Z non vuole più il posto fisso Possiamo dire addio alla filosofia zaloniana

Il mercato del lavoro continua ad assomigliare a un mare in tempesta: se i Millennial, appena entrati nella workforce, hanno cercato di seguire una rotta prestabilita dai loro predecessori - quella del “posto fisso zaloniano - la Gen Z sta tracciando una traiettoria diversa. Fenomeni come il job hopping, il quiet quitting o il lily padding, così come l’Hollywood model raccontano come la nuova generazione di non-impiegati sta riscrivendo l’idea stessa di lavoro.

Secondo un nuovo report di Shakers, i lavoratori più giovani restano in media circa un anno nella stessa azienda, accumulando competenze e relazioni prima di passare alla tappa successiva. Parallelamente, cresce il numero di freelance: solo nel 2025 sono state aperte oltre mezzo milione di nuove partite IVA, segnale di una forza lavoro sempre più orientata verso autonomia e flessibilità.

I nuovi modelli lavorativi 

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L’Italia si trova oggi a un punto di svolta. I lavoratori indipendenti hanno raggiunto quota 5,17 milioni, con una crescita annua del 2,8% e un’incidenza del 23,1% sul totale degli occupati, collocando il Paese al terzo posto in Europa dopo Grecia e Bulgaria, ben al di sopra della media UE del 14,3%. A trainare questa trasformazione sono soprattutto i profili digitali (sviluppatori software, data analyst, esperti di cloud e intelligenza artificiale, social media manager) per i quali la domanda supera l’offerta. Il modello freelance non è più un ripiego, ma una scelta consapevole e sempre più remunerativa.

Il modello tradizionale, fondato su stabilità e crescita verticale, lascia spazio a percorsi professionali fluidi, costruiti progetto dopo progetto. In questa cornice emergono nuovi approcci al lavoro: il lily padding, che richiama l’immagine di una rana che salta da una ninfea all’altra accumulando esperienza (di lavoro in lavoro) e l’Hollywood model, un modello organizzativo in cui le aziende costruiscono team temporanei ad hoc, come nei set cinematografici, per gestire progetti specifici.

Questi fenomeni si inseriscono in un panorama già caratterizzato da dinamiche come il job hopping, ovvero la tendenza a cambiare lavoro frequentemente alla ricerca di migliori condizioni o maggiore allineamento personale, e il quiet quitting, inteso come il rifiuto di andare oltre le mansioni minime richieste senza un adeguato riconoscimento.

Il risultato è un cambio di paradigma netto: carriere meno lineari ma più continuative, il passaggio da ruoli verticali a logiche orizzontali, come accade nella nuova filosofia del career river, e una collaborazione fondata sulle competenze piuttosto che su posizioni fisse. Non a caso, il mercato europeo delle piattaforme per il lavoro freelance è destinato a raggiungere i 5,5 miliardi entro il 2033, con un tasso di crescita annuo del 18,5%.

Abitare il mondo 

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Questo cambiamento non riguarda solo le nuove generazioni: è il mercato del lavoro stesso a essere mutato profondamente. I ruoli si moltiplicano, le competenze richieste si stratificano, e la carriera diventa sempre più una performance in continua evoluzione. Ridurre tutto a un presunto “capriccio della Gen Z rischia di essere una semplificazione.

Piuttosto che soffermarsi su una presunta insofferenza generazionale, che sembra quasi un’eredità delle generazioni precedenti, sarebbe più utile interrogarsi sul senso dello scambio, sugli obiettivi di carriera e sulla possibilità di trasformarsi. Il venir meno della sacralità del posto fisso non rende il lavoro solo più instabile, ma anche più complesso, stratificato e, per certi versi, più interessante, rispecchiando a pieno il modo di vivere dinamico della Gen Z. 

Per alcuni, il posto fisso può risultare statico, così come gli stimoli che rischiano di dissolversi nella stasi che lo regola. Per altri, la dimensione indipendente rappresenta uno spazio più dinamico e stimolante. Perché la Gen Z non vuole più lavorare “in certi termini”? Forse la risposta non sta nelle modalità, ma nel significato stesso del lavoro. Perché il lavoro non è solo ciò che ci permette di vivere, ma anche, più sottilmente, uno dei modi attraverso cui scegliamo di esprimerci e di abitare il mondo.