
Cos'è il job hugging? Quando odi il lavoro ma non puoi licenziarti

Dopo anni in cui cambiare lavoro sembrava l’unica risposta possibile alla frustrazione e alla precarietà, oggi qualcosa sta cambiando di nuovo. Alla stagione delle grandi dimissioni e del job hopping (l’inclinazione a cambiare lavoro frequentemente per ottenere migliori opportunità di crescita, stipendio o esperienza) si affianca una tendenza opposta: restare.
Il job hugging racconta il ritorno della stabilità come valore ma non necessariamente come scelta convinta. Dietro a questo fenomeno non si nasconde solo la precarietà economica o la paura di non trovare un altro lavoro, ma anche un cambio di approccio alla concezione del proprio ruolo lavorativo, che non corrisponde più alla scalata al successo, quanto a un fiume i cui argini diventano interessanti campi di possibilità per alleviare la frustrazione e l'ansia per il futuro.
Di cosa si tratta?
@primemovies She clearly loves her job. #TheDevilWearsPrada #EmilyBlunt #AnneHathaway #Movies #MovieClips original sound - Prime Movies
Il job hugging, che si traduce in abbracciare il proprio lavoro, rappresenta la propensione delle persone a rimanere nella stessa azienda o nella stessa posizione lavorativa per più tempo possibile, anche se questa non dà piena soddisfazione o non lascia vedere prospettive di carriera interessanti. Secondo il report Global Talent Barometer di Manpower Group, è una tendenza piuttosto diffusa in Italia: quasi il 67% dei professionisti italiani pianifica di restare con lo stesso datore di lavoro nei prossimi mesi eppure il 62% continua a monitorare le offerte di lavoro.
Questo significa che il desiderio di lasciare il proprio posto persiste, le opportunità anche se poche ci sono, ma c’è allo stesso tempo qualcosa che frena e che spinge a tenersi abbracciati al proprio lavoro. Una delle motivazioni principali è l’incertezza economica e un mercato del lavoro che si sta rivelando sempre più rigido.
crying in the metro and holding the metro pole to feel like someone is hugging me
— pranchal aka surkh (@surkhsahiba) February 25, 2026
this job is getting the worst of me
Basti pensare alla situazione di precarietà per i più giovani che escono dalle università e dalle scuole professionali affacciandosi su un contesto in crisi in cui le posizioni entry level scarseggiano o si rivelano vicoli ciechi. Un’altra questione urgente, con cui si sta confrontando l’industria del lavoro e, più in generale tutti i settori, è l’incremento delle tecnologie AI, che non solo scoraggia i dipendenti senior ma anche i beginner, che diventano superflui anche nello svolgere mansioni marginali all’interno di un’azienda.
A fronte del timore dell’instabilità e dell’insicurezza sulle proprie competenze, c’è da dire che il job hugger è diverso dal quiet quitter: fa il suo lavoro bene, porta a casa i risultati, non si limita a “fare il compitino”, però ha sicuramente perso l’entusiasmo e la curiosità del job hopper, che salta da un lavoro all’altro in cerca di nuove opportunità e crescita salariale. Il job hugger cerca permanenza, stabilità, assenza di cambiamento. Solo che alla base non c’è la convinzione di ciò che si fa, c’è la paura di quello che potrebbe trovarsi al di fuori.
Ripensare alla carriera come un fiume
@selfmademillennial So many talented people end up on the Lazy River of their careers. Don’t do it! #careeradvice #jobsearch original sound - Madeline Mann
È emerso un nuovo punto di vista che ripensa radicalmente il lavoro, cambiando il paradigma da verticale a orizzontale. Si inserisce qui il contributo di Bridget Thoreson, editor, audience specialist e persino dream wrangler (una consulente che promette di trasformare i sogni in realtà), titolo che fa parte del suo ruolo ufficiale all’interno di un’organizzazione impegnata ad aiutare le redazioni a rafforzare il legame tra giornalismo, comunità e democrazia. Da questa prospettiva nasce il termine career river. Secondo questa visione, l’unico modo per affrontare, e in parte guarire, fenomeni sempre più diffusi come burnout, stress e ansia per il futuro è modificare profondamente il modo in cui si pensa al lavoro.
@elite.recruiter Are You Job Hugging? The New Corporate Trap No One’s Talking About Job hopping is out. Job hugging is in. Workers are clinging to roles they don’t even like—not because they’re thriving, but because the market feels too risky to make a move. Promotions stall. Quiet firings rise. High performers get stuck behind people who won’t budge. When nobody moves, opportunity dries up. So I’ll ask you—are you job hugging? Or are you building leverage for your next move? Drop a comment and tell me where you stand. #EliteRecruiter #CorporateTruth #JobMarket #CareerAdvice #jobhugging original sound - Elite Recruiter - Deepali Vyas
Il career river si configura come una metafora nata dall’esperienza personale della coach; la carriera non è più una scalata lineare e ascendente, ma un fiume, fatto di passaggi tortuosi, correnti imprevedibili e ramificazioni. Dunque, la carriera diventa un percorso dinamico, in continuo movimento, in cui ogni deviazione contribuisce a ridefinire la direzione complessiva. Questa visione si colloca all’interno di un contesto contemporaneo segnato da burnout, dimissioni di massa e da una ridefinizione delle forme di ambizione, insieme a una progressiva decostruzione del concetto tradizionale di lavoro dei sogni.
Continueremo ad essere insoddisfatti?
I live in America and unemployment is through the roof im job hugging right now for the past 7 years https://t.co/cVuUZQqcOz
— all i got is me (@P1Grindking) March 10, 2026
Questa logica dimostra come la scalata sia oggi sempre più percepita come un modello superato, costruito principalmente attorno alle esigenze delle aziende piuttosto che a quelle delle persone. Le nuove generazioni tendono a comprenderlo rapidamente: spesso iniziano con entusiasmo in ruoli molto impegnativi e stressanti, che però, nel tempo, possono risultare logoranti. Si fa così strada la consapevolezza che, nonostante il percorso di studi e le esperienze accumulate, non esista una traiettoria lineare e prevedibile.
Questo può generare frustrazione, ma rappresenta anche un segnale importante: la necessità di esplorare nuove possibilità e ridefinire i propri parametri di orientamento. La metafora del fiume suggerisce che anche le deviazioni, le pause e i cambi di direzione possiedono un valore intrinseco, diventando elementi essenziali di un percorso più autentico e sostenibile.







































