L’immaginario sonoro e visivo di Brian Eno arriva a Parma "SEED" e "My Light Years" completano il progetto artistico diffuso
A distanza di quattro anni dalla sua ultima creazione in Italia e dopo il Leone d’Oro alla carriera conferitogli da La Biennale di Venezia nel 2023, Brian Eno torna con un intervento che non si limita a occupare lo spazio, ma lo riattiva, lo ascolta e lo riscrive. Parma diventa così il terreno di una doppia operazione: da un lato la riapertura simbolica e fisica di luoghi storici come il Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio, dal 30 aprile al 2 agosto; dall’altro, la costruzione di un immaginario contemporaneo fondato su processi generativi, temporalità fluide e partecipazione.
Il progetto “SEED”, ospitato nei Giardini di San Paolo, si configura come un organismo aperto: l’installazione audio site-specific,“Installation for Giardini di San Paolo”, realizzata da Brian Eno insieme alla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran, si diffonde su un’area di 8.000 metri quadrati attraverso una costellazione di tracce generative in continua mutazione. Non esiste un punto d’ascolto privilegiato: è il visitatore, muovendosi, a comporre la propria esperienza, trasformando lo spazio in una partitura viva. In questa dimensione sinestetica, il suono diventa paesaggio e il tempo si dilata, sottraendosi a ogni linearità. L’opera, mai definitiva, verrà successivamente tradotta in memoria attraverso un unico vinile e destinato alla Casa del Suono, come traccia concreta di un’esperienza per sua natura irripetibile.
Parallelamente, negli spazi monumentali dell’Ospedale Vecchio, “My Light Years” raccoglie per la prima volta in modo organico l’intero corpus delle installazioni audiovisive di Brian Eno. Qui, la luce e il suono si articolano come sistemi autonomi, capaci di generare configurazioni sempre diverse. Opere come 77 Million Paintings e Face to Face incarnano pienamente questa visione: la prima costruisce un flusso visivo-sonoro potenzialmente infinito, la seconda esplora l’identità attraverso la mutazione continua di volti, generando migliaia di presenze mai esistite. In entrambi i casi, l’opera si sottrae all’idea di forma chiusa per affermarsi come processo.
Ciò che emerge è una concezione dell’arte come sistema di relazioni: tra suono e spazio, tra opera e spettatore, tra passato architettonico e presente percettivo. Non è un caso che Brian Eno stesso ricorra alla metafora del giardinaggio: seminare, osservare, lasciare che le cose accadano. In questa logica, Parma non è solo sede espositiva, ma dispositivo attivo di trasformazione, dove il patrimonio viene inglobato in una nuova narrazione sensibile e condivisa.