
L'evoluzione del muralismo secondo Federico “Iena Cruz” Massa Quando la pratica non smette di raccontare ma inizia anche a fare

Per anni i muri delle città hanno raccontato storie. Identità, conflitti, appartenenze. Il muralismo urbano è sempre stato uno dei linguaggi più diretti dello spazio pubblico, capace di trasformare superfici anonime in narrazione visiva senza mediazioni, senza filtri, spesso senza permesso. Oggi però qualcosa si sta muovendo, e lo si percepisce prima ancora di riuscire a definirlo con precisione. Alcuni muri non si limitano più a essere guardati. Fanno qualcosa. Ma soprattutto - e questo è il punto - continuano a raccontare.
Negli ultimi anni si è diffuso un nuovo tipo di intervento che unisce estetica e funzione, portando il muralismo in una direzione inattesa. Vernici fotocatalitiche, superfici trattate per assorbire agenti inquinanti, opere pensate non solo per comunicare ma per avere un impatto reale sull’ambiente. Non è più solo immagine, ma materia attiva. Non è più solo presenza, ma azione. Eppure, pensare che questo significhi un allontanamento dal linguaggio visivo sarebbe un errore.
Come spiega Federico “Iena Cruz” Massa, il muralismo non sta perdendo la sua natura di opera d’arte. Semmai sta ampliando il suo campo. «A mio parere, non credo che il muralismo si stia allontanando dal linguaggio visivo, altrimenti perderebbe la sua natura di opera d’arte. Tuttavia, è evidente che in alcuni casi stia evolvendo anche in una ‘superficie attiva’, grazie all’uso di pitture capaci, ad esempio, di purificare l’aria». È proprio in questa tensione che si gioca tutto. Non una sostituzione, ma una sovrapposizione. Non un prima e un dopo, ma un campo più ampio in cui immagine e funzione iniziano a convivere.
Il lavoro di Iena Cruz è uno dei punti in cui questa trasformazione diventa visibile. Nato a Milano e cresciuto tra graffiti e cultura skate, ha attraversato l’evoluzione del writing fino a costruire un linguaggio che oggi tiene insieme estetica, scala urbana e consapevolezza ambientale. Nei suoi murales, dominati da animali e riferimenti alla natura, la componente visiva non è mai decorativa, ma sempre carica di significato. Opere come Hunting Pollution a Roma o Anthropoceano a Milano segnano un passaggio chiaro: il muro non è più solo supporto, ma dispositivo.
Realizzati con vernici come Airlite, questi interventi contribuiscono alla riduzione degli inquinanti atmosferici, trasformando la superficie urbana in un filtro diffuso. L’immagine resta centrale, ma acquisisce una funzione ulteriore. Eppure, anche qui, il punto non è la tecnologia in sé. È il modo in cui viene utilizzata. «Per me è essenziale che le persone, quando si trovano davanti a un’opera d’arte, si fermino, respirino e riflettano. Questo è lo scopo dell’arte in generale».
«Una pittura antismog può certamente aiutare l’ambiente, ma senza un adeguato messaggio visivo rischia di non stimolare una vera riflessione. È proprio in questo spazio che entra in gioco il mio lavoro». Questa frase sposta completamente la prospettiva. Perché riporta il discorso dove deve stare: sull’esperienza. Sul fatto che l’impatto non è solo ambientale, ma anche mentale, percettivo, culturale.
Tra simbolismo e realtà
Il tema dell’impatto è inevitabile. Quanto è reale? Quanto è simbolico? La risposta, ancora una volta, non è binaria: «A mio parere, il valore è sia reale che simbolico. Dal punto di vista concreto, queste pitture hanno un’efficacia ambientale indipendente dal loro utilizzo artistico. Per esempio, se si dipingesse un intero edificio con vernici fotocatalitiche, la capacità di quella superficie di assorbire le polveri sottili sarebbe reale. Estendendo questo intervento su larga scala urbana, i benefici sarebbero significativi. Dal punto di vista simbolico, invece, entra in gioco la necessità di una rappresentazione visiva capace di raccontare una storia e di stimolare la riflessione del pubblico».
Qui emerge uno dei punti più interessanti dell’intero discorso: la possibilità che due sistemi, quello tecnico e quello artistico, funzionino separatamente, ma diventino più forti quando si incontrano. «Una pittura nanotecnologica in grado di assorbire l’inquinamento è un’innovazione efficace anche senza arte figurativa. Allo stesso tempo, un’opera d’arte è potente e comunicativa anche senza supporti tecnologici. Tuttavia, quando queste due dimensioni si incontrano, si rafforzano a vicenda». È una posizione chiara, e soprattutto non retorica. Non c’è esaltazione cieca della sostenibilità, ma consapevolezza dei limiti e delle possibilità.
@helpsavethemedcrew Did you know some street art can literally clean the air? In cities like Marseille and Valencia, artists are transforming polluted walls into lungs for the neighborhood. They’re using air-purifying paint that reacts with sunlight to break down toxic particles from traffic, factories, and smog. Each mural cleans as much pollution as a small grove of trees — all while celebrating local color and culture. It’s not just art for art’s sake. It’s art that fights back. Would you paint your city clean? Follow for more wild eco solutions as we travel to Help Save The Mediterranean in 1000 days #southfrance #ecotravel #hiddengems Blade Runner 2049 - Synthwave Goose
Anche perché il muralismo, storicamente, nasce altrove. Nasce come gesto spontaneo, spesso illegale, lontano da istituzioni e sistemi. Cosa succede allora quando entra in dialogo con tecnologia, committenze, sostenibilità? «Ciò che cambia, a mio avviso, è soprattutto il linguaggio dell’artista. La vera sfida è riuscire a mantenere una propria identità riconoscibile e coerente, indipendentemente dal contesto». Non è quindi una questione di compromesso, ma di equilibrio. Di adattamento senza perdita. Di evoluzione senza dissoluzione.
@streetartmankind SUSTAINABLE PLASTIC PRACTICES WIP Hudson Yards - Crossing of W 35th St. and 11th Ave. #miraculousladybug #plasticpollution #streetartmankind #actforclimate #climateaction #climateactionmurals #artforsocialchange original sound - Street Art For Mankind
E poi c’è un altro elemento che attraversa tutto il suo lavoro: la presenza costante della natura. Animali, ecosistemi, specie in via d’estinzione. Non come elementi estetici, ma come posizionamento: «Ho scelto di inserire specie estinte o in pericolo d’estinzione all’interno dei miei murales per "dare voce a chi non ce l’ha". È un modo per rendere visibile ciò che spesso resta invisibile o ignorato».
«Questo percorso è nato come un’esigenza personale di informarmi e sensibilizzarmi su queste tematiche, e nel tempo ha contribuito a orientare il mio modo di pensare verso una direzione sempre più consapevole e sostenibile. Allo stesso tempo, attraverso il mio lavoro, cerco di stimolare questa stessa consapevolezza anche negli altri». Qui il muralismo torna a essere quello che è sempre stato: un linguaggio che rende visibile. Solo che oggi ciò che viene reso visibile non è più solo sociale o politico, ma anche ambientale, sistemico.
Un linguaggio alternativo
In questo senso, il muralismo contemporaneo si trova in una posizione nuova. Continua a essere uno dei linguaggi più accessibili dello spazio urbano, ma allo stesso tempo si apre a una dimensione più complessa, dove estetica, tecnologia e responsabilità iniziano a intrecciarsi. Non è ancora una direzione definita. È un territorio in costruzione. Ma forse è proprio questo il punto.
Non tanto stabilire se questi interventi funzionino davvero su larga scala, ma riconoscere il cambio di prospettiva che introducono. L’idea che anche un gesto artistico possa essere pensato come parte attiva di un sistema urbano più ampio. Il muralismo non smette di raccontare. Ma inizia anche a fare. E in una città sempre più progettata, controllata, ottimizzata, questo passaggio apre qualcosa di nuovo: la possibilità che un muro non sia solo superficie, ma presenza. Non solo immagine, ma azione.
















































