Il sistema moda italiano è il più tossico d’Europa Ma dove stiamo sbagliando?
Brutte notizie per il settore moda italiano: Il Diavolo veste Prada si è trasformato in realtà, oppure lo è sempre stato. E quale miglior momento, se non oggi, la Giornata Nazionale del Made in Italy, per affrontare una delle questioni più spinose di un sistema profondamente in crisi come quello della moda. Secondo quanto emerge dalla recente classifica Best Workplaces Italia 2026, il report annuale curato da Alessandro Zollo, CEO di Great Place To Work® Italia, tra i 75 migliori ambienti di lavoro italiani c’è solo una realtà d’eccellenza nel settore dell’abbigliamento, Kiabi.
Come si lavora nel sistema moda italiano?
i’m writing a substack about my career in fashion, and the more i write, the more i realize i hate working in this industry https://t.co/iXr9DcIwAJ
— ۟ (@fortune__egg) April 10, 2026
Il settore moda italiano, con un giro d’affari stimato di oltre 90 miliardi di euro corrispondenti al 5% del PIL Nazionale, è uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy, ma i risultati nascondono una realtà ben diversa, sintomo che mentre le organizzazioni italiane più in vista stanno concentrando gli investimenti su iniziative che rafforzano la cultura della fiducia e del benessere diffuso, il settore della moda è ancora indietro in termini di innovazione nella cultura organizzativa. Un paradosso, come tanti altri del settore, che si appoggia su quasi 500 mila addetti (461mila). Il report di Great Place To Work® Italia riporta che ascoltando il parere espresso da oltre 210mila collaboratori di 415 organizzazioni italiane, la moda non si distingue per grandi esempi di innovazione nella cultura organizzativa.
A fare la differenza sulla qualità dell’ambiente di lavoro, spiega il report, ci sarebbe la centralità della relazione con il collaboratore, con attività mirate a rafforzare la coesione interna e la partecipazione attiva delle persone nei processi aziendali. Secondo i dati a disposizione nel report Great Insights 2026, le realtà che investono maggiormente in iniziative in grado di aumentare la fiducia e il benessere dei collaboratori mostrano una retention superiore all’86% (contro il 66% delle aziende non certificate Great Place to Work Italia), e attraggono e fidelizzano talenti anche in mercati complessi, concretizzandosi nel Trust Index, l’indicatore che misura la fiducia interna, e la crescita del fatturato aziendale.
Un nuovo modo di fare business
"Congratulations, after 10 rounds of interviews - we'd like to offer you the job. You start next monday at 8 am" pic.twitter.com/97MicI10Rv
— Noah (@NoahKingJr) April 13, 2026
Come in ogni modello di business, la fiducia dei dipendenti si riflette direttamente sul fatturato aziendale: i «best workplace italiani» hanno fatto registrare una crescita media dei ricavi, rispetto all’anno precedente (+20%), un dato che, se confrontato con l’aumento di fatturato dell’1% ottenuto dalle organizzazioni italiane appartenenti all’industria e ai servizi incluse nell’indice Istat, fa capire l’importanza di avere dei collaboratori coinvolti e soddisfatti.
Una cultura aziendale improntata al benessere genera effetti positivi su molteplici dimensioni del business: attrazione e retention dei talenti, riduzione del turnover, aumento della produttività e della capacità innovativa. L’investimento delle organizzazioni in iniziative che rafforzano la cultura della fiducia non è più solo una leva reputazionale, ma si configura come un elemento strutturale di competitività aziendale nel mercato del lavoro e non solo, rivelandosi propriamente come un'urgenza strategica. Continuare a ignorare il benessere organizzativo significa perdere competitività, mentre investire per ottenere una certificazione Great Place to Work può apportare benefici a diversi livelli.
L'Italia rimandata a settembre
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Se in pagella il fashion system italiano registra un non classificato, Kiabi - che ha fatto bene i compiti - dimostra come un’organizzazione aziendale adeguata e consapevole possa sia creare un ambiente più sostenibile per i propri dipendenti, sia totalizzare ottimi risultati in termini di fatturato. Inoltre, mettere le persone al centro contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza attraverso una reale meritocrazia. In un settore come la moda, dove immagine e prestigio sono tutto, un dipendente soddisfatto diventa il primo ambassador del brand e, in un mercato del lavoro guidato dalle nuove generazioni, non bastano più nome o stipendio: contano valori, equità e work-life balance.
Un ambiente sano è l’unica vera calamita per attrarre e trattenere talenti, ma anche il terreno su cui nascono creatività e innovazione. Perché le idee non emergono sotto pressione, ma in contesti basati su fiducia, ascolto e libertà di sbagliare (con la promessa di migliorare). Dunque, è forse il caso di dire che Il Diavolo veste Prada, che da generazioni ispira i giovani appassionati di moda e aspiranti creativi, sia uno spunto divertente, ma sicuramente non un business model da seguire pedissequamente.