"Alley Cats" di Ricky Gervais ci fa riflettere su chi siamo davvero Su Netflix arriva la serie animata in sei puntate del comico britannico, tra battute e una tenerezza inaspettata

 Dopo After Life, Ricky Gervais è tornato con un nuovo show su Netflix, ma stavolta in forma di gatto. O meglio, come la voce di un gatto. Il comico, attore e stand-up comedian britannico ha realizzato una serie in versione animata, Alley Cats in cui un gruppo di randagi passa le loro giornate gironzolando per i quartieri della città e soffiandosi l’un l’altro. Nel frattempo i felini parlano e ragionano sui temi più cari a Gervais, dal senso della vita alla morte, dalla religione fino a chi siamo. Anche se siamo, in questo caso, dei gatti.

 La serie è composta da sei puntate da meno di venti minuti che volano in un attimo, come un attimo è l’esistenza di cui tratta Alley Cats e che, seppur riportata alla condizione dei felini, diventa un modo  per raccontare ancora una volta come reagiamo quando dobbiamo affrontare le svolte più drammatiche della vita. Il gusto non può che essere dolceamaro, sebbene rispetto alla personalità di Ricky Gervais c’è una tenerezza di fondo molto più pronunciata. La disillusione resta sempre, ma è come se non volesse cedere questa volta al disfattismo e al cinismo del suo comico e autore.

La famiglia che scegliamo

@netflixuk Nine lives, zero f*cks. #RickyGervais original sound - NetflixUK

Una delle ragioni è la storia che Alley Cats racconta, il tappeto narrativo orizzontale su cui si sviluppa la serie, mentre ogni puntata si concentra poi su una specifica giornata trascorsa dal gruppo di animali. A guidare la banda è Gus, a cui presta la voce proprio Gervais, il quale si prende carico di una piccola micia trovatella che non riesce a ricordare dov’è la sua casa.

Il rapporto tra i due si fortifica puntata dopo puntata, facendo sì che instaurino una relazione di genitorialità surrogata che parla delle famiglie che ci costruiamo, non quelle che ci vengono affidate dal caso. Persone con cui si sceglie di passare il tempo insieme, di condividere i luoghi e i giorni. Con loro si si decide di prendersi cura della nuova piccola arrivata, integrandola da subito e spiegandole un po’ com’è che vanno le cose nel mondo.

 È attraverso gli occhi ancora innocenti dell’orfanella che lo spettatore si guarda attorno, che saranno riempiti dagli insegnamenti spesso beffardi, spesso premurosi della gang. Una maniera solita per Gervais di raccontare la sua posizione, che con Alley Cats si ammorbidisce facendo ritrovare il solito brontolone impudente che conosciamo, ma che alla fine si è lasciato scalfire e ammorbidire, proprio lui che si è dimostrato sempre tanto drastico e inalterabile.

Il lato più tenero di Ricky Gervais

 

Sarà per la confezione animata, potrebbero pensare alcuni. In realtà l’animazione è da sempre un veicolo per poter essere ancora più spietati, per non limitarsi a ciò che le  figure reali possono realizzare. Travalica il mondo tangibile e  approda in quello dell’immaginazione che può essere ancora più spinto, incisivo e brutale. È dunque una scelta deliberata quella di non cadere stavolta nel pessimismo più rigido, quello distruttivo che non lascia niente a cui aggrapparsi. Al contrario aspira a una sorta di felicità pur nella vita randagia dei protagonisti, che è meno pesante se si trascorre insieme.

Non mancano ad ogni modo le battute più scurrili e i dialoghi nonsense, che hanno comunque un proprio senso interno. Ci sono conversazioni sui peni uncinati dei gatti, sul loro essere libertini, su quanto sia giusto o meno uccidere le persone o mangiare le api. Discorsi che mettono in chiaro da subito che, nonostante l’addolcirsi, Alley Cats non perde il graffio del suo autore, che qualche zampata è ancora pronto a darla. 

Continua a leggere