"Possible Love" è il film più bello di Venezia83 L’opera di Lee Chang-dong è in concorso alla Mostra e arriva su Netflix il 6 novembre

Tutti guardiamo la stessa luna. Non tutti, però, lo facciamo dallo stesso posto. La famiglia di Mi-ok (Jeon Do-yeon) e Ho-seok (Sol Kyung-gu) in Possible Love, in anteprima e in concorso a Venezia83, la osserva dalla loro casa bassa, seduti sul tavolo fatto a mano dall’uomo con cui avrebbe voluto trascorrere il tempo libero insieme ai suoi colleghi dell’azienda. Una chimera lontana, precedente al licenziamento che lo ha buttato giù, in uno stato di immobilità in cui ha incastrato anche la moglie e il figlio. Sang-woo (Jo In-sung) e Ye-ji (Cho Yeo-jeong), invece, guardano il corpo celeste comodi nella loro residenza di lusso, con la finta cordialità della classe abbiente che dice di voler accogliere nei propri palazzi chiunque, mentre si aggira in abiti costosi e con macchine di lusso per le strade degli uomini e delle donne comuni - loro che, di comune, non hanno niente. 

Le due coppie sono le protagoniste del nuovo film di Lee Chang-dong, di ritorno otto anni dopo il suggestivo Burning. Il film è co-sceneggiato assieme a Oh Jung-mi e largamente ispirato al Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, a cui va aggiungendosi il licenziamento in blocco di più di duemila operai della SsangYong Motor Company, avvenuto nel 2009 e che molto ha colpito la memoria dell’autore sudcoreano.

Direttrici narrative che si sovrappongono così come le esistenze dei quattro personaggi, a cui si aggiunge l’elemento documentaristico che la personaggia di Ye-ji porta con sé. Filmmaker col passato da studentessa negli Stati Uniti e convolata a nozze con il suo ricco compagno di scuola, la macchina da presa della donna sarà uno dei vascelli per raccontare della discesa, personale e lavorativa, del non più impiegato Ho-seok, incentivato dalla moglie a parlare di fronte all’obiettivo, il quale diventa insieme oggetto psicanalitico con cui liberarsi e trappola con cui approfittarsi degli altri. 

È il grande bias del genere documentario: quanto sto viziando la realtà? Ma anche: fin dove sono disposto a spingermi per avere una buona storia? Per una personalità come Ye-ji, che nella vita ha ottenuto tutto, non poter raggiungere l’unica cosa che in quel momento le importa sembra un ostacolo ridicolo. È certamente una sfida per la sua arte, ma non si preoccupa di raggirare la realtà, pur se significa far sua la vita delle altre persone. Un comportamento corrotto dall’idea di chi spesso ha avuto ogni cosa e subito, soprattutto quando non si è mai chiesto il permesso per averlo, giustificandosi dietro all’idea che per inquadrare il reale si può usare qualsiasi mezzo, non curandosi perciò né dell’empatia né dell’etica. 

In un primo momento, in Possible Love, la coppia formata da Mi-ok e Ho-seok si mette a disposizione della documentarista, ma sono poi le dinamiche di potere imposte dalla differenza di classe a squalificare questo gioco. Se in principio la camera appare a Mi-ok una mano tesa, capace di aiutare il marito a tirare fuori ciò che nemmeno in terapia riesce a dire, a confrontarsi con quel senso di insignificanza che la sua condizione di disoccupato gli ha imposto, il film conduce progressivamente là dove l’obiettivo della camera può farsi distante e spietato. Da ponte di collegamento, la camera può farsi ossessione e ricerca dei propri desideri, un tramite per raggiungere i propri scopi - che è ciò che intende fare Ye-ji ad ogni costo.

La camera ha il potere di svelare il reale e a volte può farlo con la sua stessa natura. L’amore possibile del titolo sono la carezza che un’amicizia inattesa e una valvola di sfogo possono rappresentare per i personaggi messi alle strette, ma in verità è ancor più la loro essenza illusoria che viene interpellata, la stessa che spesso caratterizza proprio il cinema. Il bramare la realtà, ma non poter fare a meno ogni tanto di piegarla. Illusione di cui si nutrono i personaggi, che sia per sfuggire dalla loro condizione sociale o per portare a termine un lavoro. 

Se Ye-ji pensa di poter essere d’aiuto, è soprattutto la realizzazione del proprio documentario a muoverla; Mi-ok, invece, crede di poter accedere a un mondo per lei irraggiungibile (non a caso chiama il marito della nuova amica Steve Jobs) eppure finirà per capire che c’è qualcosa che non va in chi non sente mai il bisogno di chiedere il permesso, dando per scontato che tutto gli appartenga.

Sono soprattutto le protagoniste a dettare le svolte del film, due enormi e splendide Jeon Do-yeon e Cho Yeo-jeong: sono loro a prendere e spostare i mariti, ad assecondarsi in una simpatia viziata dalla presenza innocente e costante degli strumenti di ripresa. Ciò che entrambe agognano è tutto lì: vedere ed essere viste, concedendosi troppo o troppo poco. Ma dove comincia e dove finisce la pretesa di entrambe le azioni? Quanto si è disposti a dare e fino a dove possiamo spingerci per prendere?

Possible Love, sulla scia di un cinema coreano che della lotta di classe (non) ne ha abbastanza, cambia continuamente il fuoco, salta tra linee temporali e ci riporta poi tutti lì, a riprendere e guardare la luna, libera e che appartiene a tutti, fissa ed unica cosa concreta nelle fantasie che si sono fatte le due coppie. Che non ha padroni, non è viziata dalla tristezza, non è appannaggio dei milionari, e anche se qualcuno vorrà provare a colonizzarla si lotterà perché rimanga sempre un bene comune. Come in fondo è il cinema quando sa arrivare a chiunque. Quando racconta di ciò che non diciamo e non vediamo, ma che comunque c’è ed è in grado di ritrarlo.  

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