
«C’era polvere ovunque ed è stato buio per tutto il tempo», Adam Scott e Damian McCarthy ci portano nell’hotel di "Hokum" Intervista al protagonista e al regista dell'horror in sala dal 5 agosto
L’inizio e la fine di Hokum sono completamente diversi dal resto del film scritto e diretto da Damian McCarthy, dall’aria boschiva e cupa. L'horror dell’estate è stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2025 e passato poi nel 2026 al SXSW. Il protagonista, l’Adam Scott che si allontana sempre più dal genere di Parks and Recreation per avvicinarsi a quello drammatico e intricato di Scissione, è uno scrittore che dà vita a un racconto immaginario che condensa in apertura e chiusura il senso di disperazione dell’essere umano e, insieme, la sua infinita compassione.
Un incipit e una conclusione che fanno da cornice ad un’opera che, a differenza della luce di queste due parentesi narrative, sprofonda nel baratro del buio e dell’angoscia, di cui abbiamo chiesto la realizzazione e lo sviluppo proprio al regista e al suo attore. La prima cosa impossibile da non notare dell’Hokum di McCarthy è come utilizzi la location designata a palco dell’orrore per il protagonista Ohm Bauman (Scott). Un hotel che, nel nostro immaginario, richiama subito l’Overlook di Shining e a come è stato ripreso e descritto da Stanley Kubrick.
@luckyreditalia Tanto tempo fa, qui viveva una strega. Dal 5 agosto al cinema HOKUM, il nuovo incubo dai produttori di Weapons: un horror destinato a lasciare il segno, dove ogni incontro nasconde una minaccia, tra segreti innominabili, traumi passati e presenze oscure. Scritto e diretto dal talentuoso Damian McCarthy, con protagonista Adam Scott. #davedere #filmdavedere suono originale - Lucky Red
C’è una spruzzata dello Stephen King degli inizi, tanto negli spazi scelti quanto nella maniera di esporre i temi centrali di Hokum: lo spirito brutale dell’essere umano di cui si fanno carico l’apertura e chiusura del film e l'uso della paura per elaborare i propri traumi. In questo caso è la morte dei genitori, non del tutto superata, che conduce lo scrittore Ohm in terra irlandese, oggetto di delitti e stregonerie che aumentano il senso di irrequietezza della pellicola.
«Volevamo che il pubblico pensasse: "Sì, questo posto ha una storia"», spiega Damian McCarthy in riferimento all’hotel del film. «Si deve percepire che in quel luogo sono successe molte cose. Cose brutte. C’era un’aria strana nell’hotel e volevamo accentuarla non dando una collocazione storica e temporale alla camera in cui avvengono i fatti. Volevamo che chi vi accedesse o la osservasse dall’esterno pensasse: "Ma quando sta avvenendo tutto questo esattamente?". Credo che tale inquietudine ci abbia aiutato molto a settare l’atmosfera del film, come se ci trovassimo fuori dal mondo e fuori dal tempo».
È il palcoscenico che ha aiutato i personaggi a calarsi nel racconto delle misteriose sparizioni che punteggiano Hokum, come affermato da Adam Scott: «Il set era progettato così bene che bastava entrarci per provare immediatamente una forte suggestione. Sembrava un luogo vissuto che dava l’impressione di non veder passare un essere umano per i suoi corridoi da anni. C’era uno strato di polvere su ogni superficie ed è stato buio per tutto il tempo in cui siamo stati lì. Non abbiamo acceso nemmeno una luce e questo ha mantenuto intatta l’apprensione con cui abbiamo girato nell’hotel per tutte e tre le settimane».
Ad amplificare il senso di turbamento che provano i protagonisti di Hokum, e gli spettatori seduti sulla poltrona del cinema, è il lavoro di sound design apportato per rendere immersivo e insieme sconcertante il clima in cui è calata la vicenda del film. I suoni sono un ulteriore campanello d’allarme con cui il pubblico e i personaggi vengono messi continuamente in allerta, suscitando terrore e confusione in chi li coglie in maniera sopratutto inaspettata. «Per il sound design ho lavorato insieme a Steve Fanagan», racconta il regista e sceneggiatore.
«Steve è un grande appassionato di cinema horror ed è molto creativo. La colonna sonora è stata curata da Joseph Bishara, che ha lavorato a molti film dell’orrore. Il suono in questo tipo di cinema è fondamentale. Possiamo dire che è proprio il suono a rendere davvero spaventoso un horror. A volte se stai guardando un film e la tensione è troppo alta non devi coprirti gli occhi, ma le orecchie, perché se ti copri gli occhi c’è comunque ciò che senti a poter alimentare la tua immaginazione e a rendere il tutto molto più inquietante. Per Hokum abbiamo prestato una particolare attenzione a questo aspetto. A volte, anche se c’era il rumore del vento, nascondevamo delle voci al suo interno. Sono dettagli che magari a volte vengono colti, a volte no, ma sono tutti lì».
Damian McCarthy ha colto ispirazione per il sound design di Hokum, da un film in particolare, e non è un titolo che ci si aspetterebbe: «Abbiamo pensato molto a Ghost, il cult degli anni Novanta con Patrick Swayze. C’è questa scena in cui i demoni ululano come fosse il pianto di un bambino che viene rallentato. È la cosa più inquietante che ci sia ed è da sempre uno dei miei sound design preferiti».
Hokum is deeply unsettling, one of my favorite horrors this year. pic.twitter.com/0xoAC9RMtq
— screams (@CinemaOfScreams) May 13, 2026
Un titolo, il Ghost di Jerry Zucker, che arriva direttamente dal passato. Come del passato sono i disagi che agitano lo scrittore protagonista di Hokum e lo mettono continuamente in una posizione in cui deve confrontarsi con cos’è che lo atterrisce anche ora che è un adulto. Una riflessione che abbiamo riportato ad Adam Scott, chiedendogli cos’è che lo spaventava quando era bambino e cosa lo spaventa oggi:
«Si dice che quando si vive un’esperienza traumatica, una parte di te si blocca a quell’età. Credo che al mio personaggio succeda proprio questo. Ha vissuto un incidente in età molto giovane ed è lì che si è arrestata la sua maturità emotiva», spiega «Per quanto mi riguarda, quando ero piccolo, ho visto alcuni film dell’orrore troppo presto perciò la mia paura era che delle persone potessero entrare in casa mia e aggredire me e la mia famiglia. Anche Un lupo mannaro americano a Londra mi ha perseguitato parecchio durante l’adolescenza. Da adulto è stata più o meno la stessa cosa, ora penso si siano giusto aggiunte le altezze».