
La lunghissima storia del buzzcut Il taglio maschile che puntualmente torna ogni settembre
Settembre per molti è il vero capodanno: il mese delle buone intenzioni, dei nuovi obiettivi, il tempo giusto per iscriversi in palestra, ma soprattutto per tagliarsi o, meglio, per rasarsi i capelli. Tra i gesti di rinascita post-estiva della manosfera, radersi la testa è tornato in tendenza: negli ultimi tempi celebrities come Erling Haaland, Ricky Martin e Connor Storrie hanno sfoggiato il loro buzzcut di stagione, innescando un cambio di rotta estetico. Un vero e proprio vibe shift, come è stato sottolineato da un recente articolo dell’Independent, che si sta diffondendo sempre di più sui social.
L’espressione buzzcut season è ormai in tendenza su TikTok: nei feed dei gymbro infatti, accanto ai video motivazionali e ai circuiti di addominali, diversi creator consigliano di rasarsi i capelli per inaugurare il winter arc nel migliore dei modi. Ma quali sono i significati socioculturali che ha assunto storicamente la testa rasata e cosa dice il ritorno di questo trend della mascolinità contemporanea?
La testa rasata: dal sacro al profano
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Dietro la superficie di un capo rasato si nasconde una storia antichissima, ma soprattutto una costellazione di significati sia sacri che profani. In diverse religioni (pensiamo alla pratica del pravrajya nel buddhismo o alla tonsura monastica) l’atto di radersi i capelli acquista sacralità. Questa simboleggia infatti un vero e proprio rito di passaggio dalla vanità terrena alla purificazione dell’anima. Se in questi rituali la rasatura è un atto radicale di devozione e abbandono al divino, in ambito militare significa allinearsi all’autorità istituzionale.
Già tra gli opliti spartani e le legioni romane, la chioma dei soldati veniva tagliata per prevenire epidemie negli accampamenti ed evitare che il nemico la afferrasse durante il combattimento. Nel Seicento la rasatura assunse una forte valenza politica con le "teste rotonde" di Oliver Cromwell che, durante la sanguinosa guerra civile inglese, portavano i capelli cortissimi proprio per distinguersi dalle folte chiome e dalle parrucche della nobiltà cavalleresca.
Questo rigore puritano ha continuato a definire l'immaginario della testa rasata, rimanendo ancora oggi il primo fondamentale rito d'ingresso nella vita militare. Nel contesto dell'addestramento, infatti, radersi la testa rappresenta un vero e proprio azzeramento psicologico: rinunciare alla propria vanità estetica per forgiare il “corpo docile” della recluta, pronta ad annullare la sua individualità per uniformarsi alla disciplina del gruppo.
Dal potere alla prigionia
@ethancgaskill it’s buzzcut season anyway #buzzcut #buzzcutseason #hairtransplant original sound - Ethan Gaskill
Storicamente però la rasatura ha assunto soprattutto nel contesto bellico una natura ambivalente: essa appartiene sia a chi detiene il potere sia a chi ne è prigioniero. In entrambi i casi si tratta di una vera e propria privazione dell’identità individuale, vissuta però con significati diametralmente opposti.
Nel corso dei secoli, infatti, privare forzatamente qualcuno dei capelli ha significato spogliarlo di tutto. La rasatura si è fatta così strumento di una violenza allo stesso tempo tangibile e simbolica, capace di colpire l'identità prima ancora del corpo.Ne è un esempio la rasatura coatta dei prigionieri nei campi di sterminio nazifascisti: un atto metodico pensato per cancellare il nome, la memoria e la dignità stessa del popolo ebraico, riducendo la persona a una sagoma indistinguibile.
La rasatura forzata tra l’altro costituisce ancora oggi una sanzione informale, ma abitualmente usata in diversi sistemi carcerari: pensiamo al centro di detenzione di Guantanamo in cui il taglio a zero viene usato come tecnica di interrogatorio potenziato, ai campi di rieducazione cinesi nello Xinjiang e ad alcuni sistemi penitenziari in Medio Oriente in cui la rasatura della testa e della barba viene spesso imposta ai prigionieri politici.
Il buzzcut nelle subculture
Se per secoli portare i capelli rasati è stato un marchio legato quasi esclusivamente al rigore della vita religiosa o all'imposizione delle gerarchie militari, nel corso del tempo diverse subculture hanno strappato la testa rasata alle istituzioni, trasformandola nel manifesto visivo viscerale della propria identità. Il primo segno di questa rivoluzione subculturale del buzzcut avvenne alla fine degli anni '60 nel Regno Unito con la nascita del movimento skinhead. In aperta contrapposizione alle chiome scompigliate e agli abiti floreali dell’estetica hippie, i giovani della classe operaia inglese scelsero il buzzcut come un segno d'orgoglio proletario.
Tagliarsi i capelli a zero rispondeva a una necessità pratica da cantiere e da fabbrica, ma era soprattutto la manifestazione di una mascolinità virile, urbana, fatta di stivali dalla punta d’acciaio, sottili bretelle, polo Fred Perry e bomber MA-1 della US Air Force. Questa subcultura, però, a partire dai primi anni ‘70 subì una profonda spaccatura politica: la crisi economica britannica, l'esplosione della disoccupazione e la sistematica propaganda di partiti neofascisti come il National Front resero l'ala più frustrata della classe operaia una nuova generazione di estremisti.
All’interno del movimento skinhead nacquero così i boneheads ("teste d'osso"), chiamati in seguito naziskin: il loro taglio, in origine un crop corto, ma ordinato, si estremizzò diventando una rasatura totale, concepita per incutere timore e trasmettere un'immagine di violenza paramilitare e squadrista. In tal senso l’estetica degli skinhead, che inizialmente non aveva alcun collegamento con il nazismo, si contaminò con svastiche e croci celtiche.
Le mascolinità del buzzcut
Tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, il buzzcut è stato completamente reimmaginato prima dal punk dove le teste rasate erano spesso decorate da creste geometriche e parallelamente della cultura queer e BDSM underground. In un'epoca in cui l'omosessualità veniva ancora ingabbiata in stereotipi macchiettistici, la comunità gay ha preso i codici estetici e i ruoli del potere maschile eterosessuale e li ha riletti in chiave pornografica e sovversiva. Un esempio sono le celebri illustrazioni di Tom of Finland e successivamente nei film e nelle foto di Bruce LaBruce.
In questo contesto, il buzzcut è diventato il simbolo di una mascolinità cruda, esplicita e consapevole, legata eroticamente ai codici del dominio e della sottomissione. Negli anni '90, la testa rasata ha trovato poi una nuova consacrazione all'interno della cultura Hip-Hop, soprattutto quella afroamericana, evolvendosi nel fenomeno del fade, la sfumatura millimetrica eseguita ad arte.
Qui la rasatura perde il suo significato primario di pulizia e rigore diventando un rituale di cura di sé: nella musica Tupac, 50 Cent ed Eminem sono stati pionieri del buzzcut sfumato e decolorato e sul campo da basket Dennis Rodman ha trasformato la sua testa rasata in una tela dipinta con colori neon o fantasie maculate. Questa riappropriazione del buzzcut, proseguita e amplificata negli ultimi anni attraverso lo stile di artisti come Frank Ocean, Pharrell Williams e Jaden Smit,h ha contribuito a scardinare definitivamente l’origine rigorosa e coercitiva del taglio, aprendolo a nuove forme di mascolinità più fluide ed eccentriche.
Successivamente, la testa rasata si è riaffermata come la divisa visiva di una mascolinità più dura, spigolosa e marginale. Il buzzcut è divenuto così tratto distintivo nella sottocultura dei Gabber, giovani olandesi legati alla scena hardcore techno, ma anche nell'immaginario della criminalità di periferia dai racaille delle banlieue francesi fino ai gopnik, i giovani sottoproletari delle periferie dell'Est Europa.
Il buzzcut è una questione politica?
@zackfullmerlifting Buzz cut> #jackhanma #baki #gym #pump #physique #aesthetic #grind #lockedin #fyp Oggi, nella logica meccanica e superficiale dell’algoritmo, il buzzcut non è più un atto di ribellione o di rottura. Ha smarrito la sua carica sovversiva subculturale e si sta affermando, soprattutto nel gymtok, come un rituale performativo di sovranità sul proprio corpo e come manifesto di una mascolinità sempre più conservatrice, rigida e monodimensionale.
Questo atto, spesso filmato dagli stessi creator, comunica dedizione, pulizia, autocontrollo e conferisce a chi lo pratica un’immediata aura di rispettabilità sociale: in ambito accademico già nel 2012 lo studio Shorn Scalps and Perceptions of Male Dominance condotto da Albert E. Mannes dimostrò, attraverso una serie di esperimenti, come gli uomini con la testa rasata vengano percepiti dagli osservatori come significativamente più dominanti, forti e dotati di maggiore potenziale di leadership rispetto a chi sfoggia una chioma folta o diradata.
Inoltre, più di recente, il fatto che il buzzcut sia tornato ad intrecciarsi con il suo passato più controverso, trascinato dall'onda di vecchi e nuovi movimenti nazifascisti in Europa e in America, alimenta e da credito a un’ idea di maschio alfa che credevamo remota e sconfitta, ma che oggi sembra manifestarsi nuovamente con tutte le sue complicazioni. Forse la testa rasata finirà per rivelarsi soltanto un trend passeggero di cui ci dimenticheremo a breve o forse è l'ennesima spia che mette a nudo una scomoda e insidiosa questione politica ancora del tutto aperta.