I talenti di "VOICES OF DENIM" scelti da AFA x Levi's si raccontano Ecco i designer che reinterpreteranno il denim secondo il loro stile personale

I talenti di VOICES OF DENIM scelti da AFA x Levi's si raccontano  Ecco i designer che reinterpreteranno il denim secondo il loro stile personale

Questo settembre, AFRO FASHION ASSOCIATION e Levi’s svelano la prima edizione di Voices of Denim: A Living Cultural Language, un progetto che riunisce creativi emergenti BIPOC per reinterpretare il denim in maniera personale. Il progetto include attività di mentorship, ricerca e artigianalità, mentre al suo termine verrà inaugurata una mostra, presso Casa degli Artisti e aperta al pubblico dal 25 settembre al 2 ottobre, che presenterà tutti i modi in cui è stata reinterpretata la tela blu di Levi's.  

Moda, fotografia, arti visive, cinema, styling, sound e design dialogheranno attraverso un unico materiale, riuniti attraverso il lavoro di dieci fashion designer che sono stati chiamati a realizzare un "look manifesto" utilizzando materiali deadstock Levi’s. Con il supporto di un team di mentori speciali (Cara Fenu e Paul Dillinger del team design Levi’s, Edward Buchanan, Tamu McPherson, Michelle Francine Ngonmo, fondatrice e Executive Project Lead di AFA, Francesca Ragazzi, Walter D’Aprile, Cristina Baruzzi e Idris Balogun) i designer potranno raccontarsi in un modo diverso dal solito, un'occasione unica per lasciare la propria firma e contribuire alla trasformazione culturale promossa da AFA alla Milano Fashion Week

Prima del lancio, abbiamo fatto due chiacchiere con i protagonisti di Voices of Denim: A Living Cultural LanguageTokyo James, Papa Oyeyemi, Nana Brenu, Victor Hart, Christel Abboud, Paul Roger Tanonkou, Yaimara Gomez, Sabina D'Angelo e Gaeun Kim

Tokyo James 

Iniye Tokyo James ha fondato il proprio brand nel 2015, un progetto che unisce il savoir-faire tradizionale di Saville Row con i codici stilistici del design africano. Si ispira prevalentemente da ciò che indossano le persone per strada, ci racconta il designer, dalle texture e dalle conversazioni che incontra attraversando le città di tutto il mondo. «Per me, la creatività è ciò che si fa con l’istinto, le mani e la memoria», afferma James. 

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«La sfida più grande di quest’anno è stata quella di creare qualcosa di originale in un momento in cui il settore è meno propenso ad assumersi rischi», ha affermato il designer in merito allo stato attuale della fashion industry. «Avere i team di AFA e Levi’s al proprio fianco significa poter rallentare, investire nell’artigianalità e prendere decisioni in modo consapevole, anziché per pura sopravvivenza», ha aggiunto, sottolineando che in Italia i creativi BIPOC devono lavorare ancora il doppio rispetto agli altri per occupare uno spazio nel sistema. Per mettere in discussione il gatekeeping tutt'ora in atto nell'industria, il supporto di iniziative come AFA diventa essenziale, afferma James.

Papa Oyeyemi

Papa Oyeyemi ha lanciato Maxivive nel 2007 per mettere in discussione i codici tradizionali della mascolinità. Individualità e ricerca dei materiali sono alla radice del brand, mentre l'ispirazione alla base di ogni collezione arriva dai ricordi e da come vengono impressi sui vestiti nel corso del tempo. «Per questo progetto, ho iniziato a interessarmi al denim non solo come tessuto, ma come testimone. Ogni sbiaditura, ogni strappo e ogni riparazione raccontano la storia del lavoro di qualcuno», ci ha raccontato il designer in merito al suo manifesto, dal nome Labour of Love.

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La storia di Maxivive ha preso forma nell'arco di quasi vent'anni in Nigeria e in Italia, due posti ben diversi che hanno portato Oyeyemi ad adattarsi a ecosistemi e metodi alternativi. «L’iniziativa “The Voices of Denim” arriva in un momento importante, offrendo ben più che semplici risorse. Consente di accedere al dialogo, al tutoraggio e alla comunità. Riconosce che il talento emergente non sempre significa idee emergenti. A volte significa opportunità emergenti. Far parte di questa iniziativa mi permette di ampliare la mia pratica artistica continuando a raccontare storie radicate nelle esperienze queer attraverso il denim», ha affermato Oyeyemi.

Paul Roger Tanonkou

Paul Roger Tanonkou è il fondatore di Zenam, brand menswear che lavora all'intersezione tra eredità artigianale e minimalismo contemporaneo. Presente da tre stagioni alla Milano Fashion Week, il brand porta avanti una narrazione sartoriale che intreccia Africa e Italia con progetti dedicati come Une lettre du Burkina Faso, collezione SS27 che ha portato Tanonkou alla scoperta dei processi di creazione di tessuti del Burkina Faso, come il Faso Dan Fani e il Kokodunda. Per il designer, ciascun progetto rappresenta una grande responsabilità nei confronti della moda sostenibile e autentica di cui è da sempre sostenitore.   

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«Quando ho lanciato il mio brand, il mio primo obiettivo era usare la moda come un canale per esprimere il mio multiculturalismo, la mia identità plurale e il mio percorso tra Africa e Italia», ci racconta Tanonkou. «Per me ZENAM è sempre stato un modo per raccontare chi sono e per dare forma alla mia voce». Il designer ricorda che, all'inizio, muoversi nella fashion industry con un immaginario culturale unico come il suo è stato molto difficile, ma le cose sono cambiate grazie anche alla visione di  Michelle Francine Ngonmo e al suo progetto di Afro Fashion Association. « Per me AFA ha aiutato a far passare il mio messaggio, il mio grido e a trasformare la mia voce personale in una voce condivisa». Il suo look manifesto trova ispirazione nel look del al Bubu tradizionale africano, evocato attraverso l'ampiezza delle maniche, e all’estetica afrobeat anni ’70 e al musicista e attivista nigeriano Fela Kuti

Yaimara Gomez 

«Provengo dal mondo della danza e dello spettacolo, quindi avvicinarmi al design di moda ha significato scoprire un linguaggio e un sistema completamente nuovi», ci racconta Yaimara Gomez, designer che esplora artigianalità, corpo e moda contemporanea attraverso la ricerca tessile. «Il mio lavoro nasce da quella che chiamo “architettura tessile”. Ogni progetto ha inizio con una ricerca sul tessuto: lo osservo, lo manipolo, ne studio la struttura, i limiti e le potenzialità. Spesso è proprio il materiale stesso a ispirare la mia direzione creativa, piuttosto che immagini, tendenze o riferimenti trovati online», spiega la designer, aggiungendo che la vera sfida di oggi per la fashion industry è usare la tecnologia senza che il prodotto perda il suo contatto diretto con il corpo, i materiali fisici e le esperienze vere. «È proprio in quello spazio che nasce la mia creatività».

Cresciuta a Cuba, Gomez ha imparato molto presto a veicolare la propria creatività attraverso una quantità limitata di risorse. Ha imparato a valorizzare i materiali e gli strumenti disponibili e a fare del suo meglio, una pratica che le ha permesso di sviluppare una profonda dinamicità produttiva. «Ho imparato che non servono necessariamente tanti materiali diversi per creare qualcosa di innovativo; a volte un unico materiale, studiato a fondo, può dare vita a un intero universo creativo. Ritengo che questo approccio sia importante non solo dal punto di vista artistico, ma anche da quello imprenditoriale. Permette infatti di sviluppare un’identità più forte, di lavorare in modo più sostenibile e di costruire un linguaggio riconoscibile attorno al proprio marchio».

Sabina D'Angelo 

Sabina D'Angelo è una designer italiana nata di origini nepalesi che usa la sartoria e il ricamo per presentare storie intime di memoria culturale. L'emozione viene raffinatamente cucita sugli abiti, infondendo di una forte identità artigianale ogni progetto. Ci ha raccontato che trova ispirazione nei dettagli naturali e nel tempo che passa sperimentando con il ricamo. Per Voices of Denim, D'Angelo ha scelto di utilizzare i materiali deadstock di Levi's per un abito di alta moda realizzato attraverso la sovrapposizione voluminosa di strati di tessuto ricamati di cristalli. «Il ricamo rappresenta la capacità del materiale di resistere, evolversi e rinascere», spiega la designer.

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D'Angelo afferma che la sfida più grande per lei è stata «riuscire a far emergere una voce creativa autentica in un settore molto competitivo, rimanendo fedele al mio modo di progettare». Fortemente radicati nel lavoro manuale, i suoi design raccontano una storia che ha bisogno di tempo e attenzione non solo per essere raccontata, ma anche percepita. Allo stesso tempo, aggiunge la designer, anche se oggi il sistema è più aperto all'ascolto di voci nuove rispetto al passato, crede che sia importante sorvolare gli stereotipi e «valorizzare le persone per la qualità della loro visione e non solo per la loro storia personale», e aggiunge: «Le mie origini nepalesi fanno parte di chi sono, ma non definiscono da sole il mio lavoro. La mia esperienza di vita mi ha insegnato a guardare le cose da prospettive diverse e questo influenza naturalmente il mio modo di creare».

Gaeun Kim 

Gaeun Kim è la fondatrice di VILLAIN, che unisce le sue radici coreane alla passione per l'estetica y2k. «Volevo parlare del lato brutto e inquietante delle persone trascurate e delle loro emozioni, che sono emerse proprio in quella specifica estetica artigianale», ha raccontato Kim in merito al progetto. Se c'è una lezione che ha imparato nel corso della crescita del brand, ha aggiunto, è stata proprio costruire un immaginario tutto suo e non paragonarsi agli altri. «Si tratta di quanto efficacemente riesci a trasmettere quel mondo alle persone», ha spiegato.

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Oltre all'estetica dell'epoca, ciò che ha affascinato la designer ai primi anni 2000 è stata l'ossessione diffusa di quegli anni per le nuove tecnologie, un concetto che permea ogni sua collezione, spesso sviluppata proprio con strumenti digitali innovativi. «Mi fa pensare alla generazione in cui viviamo, caratterizzata dalla confusione tra ciò che è opera dell’uomo e ciò che è opera dell’intelligenza artificiale», aggiunge. È stato questo il punto di partenza per Voices of Denim: l'anatomia del corpo umano. «Per trasmettere questa idea ho invertito l’anatomia più interna, rivolgendola verso l’esterno; i muscoli si trovano all’interno del corpo, mentre le ossa, la parte più interna della nostra anatomia, sono esposte in superficie, trasformando così uno stile di giacca che era comune negli anni 2000.»

Christel Abboud 

Christel Abboud è una designer italo-libanese il cui lavoro unisce minimalismo contemporaneo a tradizioni estetiche mediorientali. Le origini di Abboud hanno plasmato radicalmente il suo punto di vista sull'industria, ci racconta la designer, in quanto fondare un brand tutto suo, Astarte, lontano dai poli globali della moda le ha insegnato «la resilienza, l’intraprendenza e l’importanza di creare opportunità laddove ancora non esistono».

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«Prima di lanciare Astarte, avrei voluto che qualcuno mi avesse detto che creare un marchio di moda è un viaggio senza una meta precisa», racconta Abboud. «Il successo non è un percorso lineare, e ogni sfida contribuisce alla tua crescita. Costruire un marchio non significa solo creare abiti belli: significa instaurare relazioni, creare fiducia e costruire una comunità attorno alla tua visione». Per Voices of Denim, la designer ha trovato ispirazione negli abiti tradizionali libanesi, reinterpretandone il look in chiave contemporanea attraverso il dedstock denim di Levi's.

Nana Brenu

Consulente creativo che opera tra Accra e Milano, Nana Brenu è il fondatore di NATIV LTD, un progetto che valorizza cultura e artigianalità attraverso produzioni orientate alla comunità e al sociale. Con più di dieci anni di carriera alle spalle, Brenu è ben consapevole delle infinite sfide che i creativi BIPOC devono tuttora affrontare per ottenere visibilità e supporto da parte della industry, soprattutto in Italia, aggiunge. «Ciò che rende “Voices of Denim” un’iniziativa significativa è che non si limita a invitarci a partecipare, ma ci invita a scrivere le nostre storie. Grazie a questa iniziativa, posso utilizzare il denim come mezzo per raccontare storie, anziché limitarmi alla semplice realizzazione di capi d’abbigliamento.»

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«Il mio progetto, “Worn Resistance”, esplora il modo in cui l’abbigliamento è stato storicamente utilizzato come forma di identità politica e di resistenza culturale», spiega Brenu. «Trae ispirazione dall’adozione, da parte del dottor Kwame Nkrumah, dell’abito politico, a sua volta influenzato dall’abito alla Mao, come rifiuto deliberato dei codici di abbigliamento coloniali ed espressione dell’autodeterminazione africana». Ciò che ha avvicinato Brenu a questa storia sartoriale, racconta il designer, non è stata tanto la silhouette dell'abito di Nkrumah, bensì il significato che ha adottato, una volta indossato dalla persona giusta. «Quei momenti storici mi ricordano che gli abiti possono veicolare idee, valori e resistenza.»

Victor Hart 

Victor Hart è un designer dalle radici ghanesi che si diverte a fondere sartoria classica e moderna per mettere in discussione i codici stilistici del menswear contemporaneo. Nelle sue collezioni, eleganza e gusto autentico si fondono per dare vita a design dall'estetica audace, ma raffinata. Presente nel calendario della Milano Fashion Week da diverse stagioni, Hart oggi riconosce che, oltre a questo traguardo, la crescita di un brand si basa su decine di investimenti, mentali e pratici, che spesso vengono sottovalutati, come l'organizzazione, la produzione, la  comunicazione e la qualità delle partnership creative e non. 

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«In qualità di imprenditrice ghanese impegnata a fondare una casa di moda di lusso in Italia, ho sempre creduto che le nostre storie meritino di trovare spazio ai massimi livelli della moda mondiale. L’iniziativa “Voices of Denim” conferma questa convinzione, dimostrando che la sostenibilità, l’artigianalità e il patrimonio culturale possono diventare le fondamenta di una casa di moda di lusso moderna, ci ha raccontato Hart, e ha aggiunto: «La mia speranza è che la prossima generazione di creativi non venga più definita semplicemente in base alla propria provenienza, ma dalla qualità del proprio lavoro, dalla propria visione e dal proprio contributo alla cultura. Non voglio creare una moda che venga riconosciuta solo perché è africana o italiana. Voglio creare una moda che venga riconosciuta perché rappresenta l’eccellenza. Se, attraverso quell’eccellenza, posso anche celebrare le mie origini ghanesi e la straordinaria maestria artigianale italiana, allora credo di contribuire a un futuro più ricco e inclusivo per il lusso globale.»


Cover: art direction and styling by Maria Cassia Fernanda dos Santos, photo by Marzio Emilio Villa

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