
Il paradosso dei "day in the life” degli influencer dalla vita ordinaria Diventare famosi grazie al proprio lavoro e non poterlo più lasciare
Nel mondo digitale i contenuti si sono spostati verso scene più ordinarie in cui la spontaneità regna sovrana: abbiamo visto brutti photo dump, formati orizzontali controproducenti (una volta si diceva che il formato verticale catturasse l’attenzione degli utenti e favorisse l’engagement) e pimple patches spammati ovunque. Tutto è contenuto, e ogni occasione è buona per crearli, questi contenuti. E infatti negli ultimi anni il formato che ha conquistato maggiormente TikTok e Instagram è quello della giornata tipo, una tipologia di contenuto che potrebbe considerarsi l’evoluzione dei vecchi vlog di YouTube.
Lontano dalla vita degli influencer che si svegliano alle sei per fare yoga e bere matcha sovrapprezzato fingendo che non sappiano d’erba, oggetto di queste cronache di vita comune sono le giornate del barista, dell’estetista, della parrucchiera, persino dei camionisti. Questi contenuti si aprono normalmente con la sveglia del mattino, documentano il turno di lavoro con i colleghi e si chiudono con la chiusura della giornata lavorativa. Lavorare per vivere, o vivere per lavorare?
Sicuramente lavorare per mostrarlo agli altri.
Un genere da monetizzare
@verorocher97 One time I burned the whole trolley of croissants. It seemed like my blood went to quickly to on top of my head and my heart beated as if I just sprinted. Oh well, it was one of those days, thankfully it never happened again and hopefully never again in the future, now I can laugh about it Chefs, what do you also dream about your work in your sleep? #chefvlog #cheflife #pastrychef #sydneychef original sound - Veronica Indrawan
Il lavoro "ordinario", insomma, è diventato un genere. E come ogni genere, è ormai segnato da un certo grado di monetizzazione: sponsorizzazioni di prodotti per il caffè, collaborazioni con brand di cosmetici, marchi di attrezzature da salone che riconoscono l'audience e bussano alla porta. Uno scenario piuttosto allettante, visto che potenzialmente chiunque potrebbe cogliere la palla al balzo e magari diventare un creator a tempo pieno.
Ma la fregatura è dietro l’angolo per chi costruisce un pubblico raccontando il proprio lavoro reale. Nel momento in cui quel pubblico cresce, si apre per loro un bivio scomodo: da un lato, continuare a fare quel lavoro per tutta la vita e documentarne i momenti per il bene del pubblico. Dall’altro, cambiare lavoro e rischiare di perdere tutto.
È un problema che gli influencer di moda, viaggi o beauty non si sono mai davvero posti. Molti di loro hanno potuto abbandonare i propri lavori precedenti, anche grazie a contenuti che non avevano necessariamente a che fare con quelle mansioni. Chi documenta un mestiere manuale o di servizio, invece, costruisce la propria identità digitale sull'autenticità di un contesto specifico, non riproducibile in un resort di lusso visitato sotto invito.
La trappola dorata
idk why people quit their well paying jobs to pursue content creation when they just want to do “day in the life” videos… no showcasing a skill, passion to inform or educate…. just matcha and Pilates classes in the same alo set every other girl is wearing
— H (@houseofhazel) October 22, 2025
Il risultato è una specie di trappola dorata. Più il canale cresce, più aumenta la tentazione di diventare creator a tempo pieno, ma più lo si fa, più si rischia di prosciugare proprio ciò che ha reso il progetto interessante. Alcuni lo risolvono restando ibridi: continuano a lavorare part-time nel salone o nel bar proprio per avere qualcosa da raccontare, anche quando il reddito da content creator ha superato da tempo lo stipendio del turno.
@marcelloascani Dentro gli uffici dell’Estetista Cinica
suono originale - Marcello Ascani
Altri scelgono di trasformare il mestiere in un brand più ampio. È la strada percorsa, in modi diversi, da figure come Cristina Fogazzi, nota come Estetista Cinica, che da estetista è diventata imprenditrice del beauty con un'azienda da decine di milioni di fatturato, spostando il centro di gravità dal mostrare il lavoro al costruire un prodotto che quel lavoro racconta.
Lavorare per il contenuto
Per questo paradosso c'è anche una lettura più ampia che riguarda il modo in cui i social hanno ridefinito il valore del lavoro ordinario. Fino a poco tempo fa, mostrare la propria giornata lavorativa non aveva alcun valore economico: era solo lavoro. Per una fetta crescente di persone, quella stessa giornata diventa anche un asset monetizzabile, e questo crea lo strano incentivo a continuare a svolgere un lavoro non solo per il salario, ma anche per il contenuto che produce.
Il rischio è quello di restarne ancorati anche quando, economicamente, non ce ne sarebbe più bisogno, trasformando la quotidianità in pura interpretazione. È qui che il paradosso si chiude su sé stesso: la promessa di questi contenuti è l'autenticità di un lavoro vero, ma il loro successo genera una pressione che rischia di trasformare proprio quel lavoro in una performance permanente.