
Con Arnault nel board, LVMH potrebbe comprare Nike? Alexandre Arnault entra nel board dell’azienda e la moda oligarchica accelera
Mercoledì sera Nike ha annunciato l’ingresso di Alexandre Arnault, figlio di Bernard Arnault, nel proprio consiglio di amministrazione. La notizia ha avuto un immediato anche se lievissimo effetto sulla performance azionaria del brand, le cui azioni hanno chiuso in rialzo di un modesto 1,6%. Non è stato possibile capire, però, se questo segno di tiepido entusiasmo abbia riguardato la scarsa fiducia in Nike, la cui performance è peggiorata moltissimo negli ultimi anni, o i dubbi sollevati da questo ingresso. In effetti, la mossa potrebbe far indovinare qualcosa di più grande di un semplice nuovo membro del consiglio.
Alexandre Arnault, infatti, è stato per anni una delle figure-chiave nella gestione di brand che la famiglia Arnault aveva acquisito, entrando nei loro board subito dopo importanti acquisizioni. Il giovane Arnault è anche un runner e appassionato di sport, ambito in cui la famiglia imperiale della moda ha molto investito in questi anni. Dunque dovremmo chiederci: LVMH intende comprare Nike?
L’impero dello sport
Alexandre Arnault è giovane ma ha già parecchia esperienza. Nello specifico, esperienza nei grandi brand globali che la sua famiglia aveva appena acquisito come figura-chiave nel loro rilancio. Tutto inizia dieci anni fa, con l’acquisizione di Rimowa annunciata nel 2016, divenuta effettiva nel 2017 e poi totale nel 2021. Alexandre Arnault venne nominato co-CEO al momento dell’annuncio, divenne CEO unico intorno al 2019 e poi lasciò la posizione nel 2021. Proprio quell’anno LVMH completò la storica acquisizione di Tiffany & Co. e Arnault divenne Executive Vice President Product, Communications and Industrial lo stesso giorno del closing e rimase lì per quattro anni, supervisionando anche la collaborazione per la Nike x Tiffany Air Force 1 183 avvenuta nel 2023.
Sempre nel 2021, L Catterton e Financière Agache (il veicolo d’investimento della famiglia Arnault) acquisirono il controllo di Birkenstock e, anche qui, Alexandre Arnault entrò nel consiglio d’amministrazione praticamente subito e rimase lì fino allo scorso agosto, dunque per sei anni. Quando poi nel 2024 LVMH acquistò una quota di minoranza di Double R, il veicolo di Remo Ruffini che controlla l’impero Moncler, Alexandre Arnault diventò un direttore non-esecutivo nell’aprile del 2025 per poi dimettersi lo scorso luglio, dopo poco più di un anno, sostituto da Sidney Toledano, altro membro-chiave dell’alto comando di LVMH.
Il pattern è così preciso che quando Agache acquisì delle azioni nei supermercati Carrefour nel 2019 per poi uscirne nel 2021, Alexandre Arnault entrò e uscì dal consiglio di amministrazione negli stessi tempi. A questo si aggiunge la sua presenza tra i direttori di LVMH nel 2024 e la sua nomina a vice-CEO della divisione alcolici del conglomerato, Moët Hennessy, nel febbraio del 2025. Insomma, il suo ingresso tra i direttori di un brand appare sempre sincronizzato o successivo all’ingresso di capitale della famiglia o del gruppo.
L’anomalia di Nike
@vincenzolandino Nike is circling a deal with Formula 1 just as @alexarnault joins Nike's board. Call it a sign. I think we'll be seeing Nike in F1 very soon. #f1 #SportsBiz #f1tiktok #shotoniphone #nike @businessofspeed @Nike @LVMH original sound - Vincenzo Landino
Il suo arrivo coincide più o meno sempre con un riposizionamento, sinergie interne con altri brand di LVMH, spinte verso il digitale ed elevazione di mercato tramite collaborazioni. Il caso di Nike, dunque, fa riflettere perché è l’unico in un decennio in cui il suo arrivo non coincide con quello del capitale, ma coincide con il momento in cui le azioni Nike sono ai minimi storici decennali, e sono dunque deprezzate. Nike ha infatti perso più dell’80% dal massimo del 2021 e naviga intorno ai 35-36 dollari per azioni. C’entrano un calo delle vendite, i classici problemi di performance in Cina e un raffreddamento generale della brand equity.
Arnault potrebbe dunque portare la sua esperienza in termini di collaborazioni, espansioni, investimenti e soprattutto riposizionamenti premium. Il tema è che il suo passaggio non annuncia sempre tempi migliori per i brand, almeno non da subito. Nel 2025, Moët Hennessy ha registrato un calo del 9% dei ricavi e un crollo del 25% dell’utile operativo ricorrente, tra le peggiori performance di una divisione LVMH, che solo ora si è ripresa con un rimbalzo organico del primo semestre 2026. Secondo Bloomberg, sempre l’anno scorso, anche da Tiffany & Co. c’era un po’ di maretta (si parlava di target di vendita mancati e un esodo di dipendenti) che però sembra anch’essa aver visto una ripresa quest’anno.
È legittimo dunque chiedersi quanto un manager che guida divisioni in difficoltà sia la persona ideale per aiutare Nike a uscire dal pantano oppure se, invece, sia la figura ideale per mettere un proverbiale piede nella porta, specialmente considerato che proprio il giovane Arnault si sia sfilato dai suoi ruoli in Birkenstock e Moncler quest’estate per poi annunciare il suo ingresso in Nike a settembre. È lecito chiedersi se dunque gli oligarchi della moda mondiale vogliano salvare Nike o studiarla da dentro, influenzarne le scelte di prodotto e distribuzione, e magari preparare il terreno a un’operazione più strutturale.
LMVH e gli sport
Nike taps Alexandre Arnault as board member at a moment of crisis for the sneaker maker. Shares in the doldrums, the brand has lost fans to Adidas but also Hoka, On in recent years. Arnault recently stepped down from Moncler and Birkenstock boards presumably to allow time for… pic.twitter.com/cZE7QIHwHa
— Angelina Rascouët (@arascouet) September 16, 2026
A partire dal 2024, LMVH è calata sul mondo dello sport in una vera campagna di conquista. Prima il gruppo è diventato il principale partner delle Olimpiadi di Parigi di quell’anno con un investimento di 150 milioni di euro, una raffica di link-up con atleti divenuti ambasciatori dei suoi brand e la partecipazione dei suoi brand in tutti i momenti chiave della cerimonia: Dior disegnò i look per artisti e cantanti delle cerimonie, Louis Vuitton creò i bauli per la fiaccola olimpica e i vassoi delle medaglie che vennero disegnate da Chaumet, Berluti fece gli outfit della delegazione francese e ogni singola goccia di champagne o liquore consumata durante l’intera durata dei Giochi venne dalle cantine di Moët Hennessy.
Pochi mesi dopo arrivò la partnership decennale con Formula 1 come Global Partner. Una mossa magistrale che vide TAG Heuer diventare il timekeeper ufficiale della gara sostituendo Rolex, Louis Vuitton realizzare i trofei e i loro bauli e, come sempre, Moët & Chandon provvedere a tutto lo champagne e gli alcolici serviti nel corso della competizione. Ora che il lusso globale sta rallentando, insomma, gli sport e i loro atleti diventano la chiave di un mercato di massa e di un ecosistema di lucrosissime alleanze. In altre parole, una miniera d’oro. E un pezzo enorme di questa miniera d’oro, simbolicamente e non, è proprio Nike. Cosa succederebbe se ogni atleta di Formula 1 iniziasse a indossare Nike? Potremmo scoprirlo presto.
Certo, Alexandre Arnault è nel board di Nike, non è un CEO. Ma in un contesto di turnaround fallimentare, di stock depresso e di ricerca di una nuova desiderabilità, l’ingresso di un membro della famiglia più potente del lusso mondiale non è una mossa neutrale. Può benissimo trattarsi di un’iniezione di know-how premium ma anche essere il primo passo di un’influenza sempre maggiore, forse il preludio a qualcosa di più grande. Dalla classica partnership sinergica (lo capiremo se vedremo brand di LMVH collaborare con Nike, Jordan o Converse), una joint venture o anche una valutazione seria di quanto costerebbe davvero mettere le mani su un pezzo del brand di Beaverton.












































