
Gli affari di LVMH vanno meglio, ma non grazie alla moda Il vero lavoro pesante lo hanno fatto orologi e i gioielli
Ieri pomeriggio sono usciti i risultati finanziari di LVMH per il primo semestre del 2026. La stampa di settore e la stessa azienda hanno subito guardato all’1% di crescita proclamando la fine della crisi del lusso, ma il quadro è più complesso di così. Anche se le comunicazioni ufficiali parlano di un boom di clienti da Dior, ad esempio, i primi sei mesi dell’anno si sarebbero in realtà chiusi con un fatturato consolidato di 38.644 milioni di euro, che rappresenta un calo del 3% rispetto ai 39.810 milioni dello stesso periodo del 2025.
La crescita delle vendite calcolata eliminando cambi di valuta e la cessione dei duty free DTS in Cina, in modo da vedere solo quanta merce in più o in meno si è effettivamente venduta, è stata invece del 2%. Il rafforzamento dell’euro rispetto alle altre valute ha ridotto di circa il 5% il valore in euro delle vendite all’estero ha tolto un altro 1%. L’utile generato dalle attività normali del gruppo è stato di 8.691 milioni di euro, in calo del 4% rispetto ai 9.012 milioni del primo semestre 2025.
Nonostante questo, su ogni 100 euro di vendite l’azienda ha continuato a guadagnare più o meno la stessa cifra (22,5 euro contro 22,3 dell’anno prima) e dunque l’utile netto di Gruppo è rimasto praticamente invariato a 5.697 milioni di euro. Tolti i costi di gestione e quelli per gli investimenti, la liquidità del gruppo è di 4.100 milioni di euro, in lieve aumento rispetto ai 4.032 milioni dell’anno scorso. Ma in questo quadro che parte ha giocato la divisione Moda?
Un lusso senza infamia e senza lode
L’essenziale segmento Fashion and Leather Goods, che rappresenta ancora circa il 47% del fatturato del Gruppo, è quello a cui bisogna guardare più da vicino. Il fatturato è sceso a 18.146 milioni di euro dai 19.115 milioni del primo semestre 2025: guardando i numeri puri sul bilancio il fatturato della divisione è sceso del 5% ma considerando cambi di valuta la calata si ferma solo a un -1%. A essere sceso del 7% invece è il profitto dalle operazioni ricorrenti, passato da da 6.636 a 6.195 milioni di euro.
Togliendo tasse, interessi e costi non legati alla produzione, il guadagno della divisione è sceso dello 0,6% e dunque, almeno in termini assoluti, il segmento non ha guadagnato ma ha generato meno ricavi e, soprattutto, meno utile operativo. Il calo del 7% dell’utile è stato più forte del calo delle vendite (che sono scese del 5%) e dunque la divisione ha guadagnato meno su ogni euro di merce venduta.
I cambi di valuta hanno pesato molto su questo risultato ma, anche senza tenerli in conto, l’utile non è comunque migliorato. La quota di fatturato generata dal retail diretto è rimasta intorno al 95%, dunque senza troppe “dispersioni”, ma questo non ha impedito il calo assoluto dei numeri. Non sono numeri troppo disastrosi ma scendendo sul livello della pura moda, e posto che il margine resta comunque elevatissimo, la divisione rimane in leggera flessione.
E allora da dove vengono i guadagni?
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Gioielli e orologi sono stati i veri cavalli vincenti del gruppo. Grazie a Tiffany&Co. e Bvlgari, le vendite sono salite dai 5.090 milioni dell’anno scorso a 5.225 milioni di euro. Nei numeri ufficiali l’aumento è del 3%. Se però togliamo l’effetto dei cambi di valuta e di investimenti, vendite o acquisizioni, la crescita organica è stata del 9%. Anche l’utile generato dalle attività normali è aumentato del 9% e, per ogni 100 euro di vendite, il guadagno di LVMH è salito da 15 a 16 euro. Questo significa che non solo hanno venduto di più, ma hanno anche guadagnato di più su ogni vendita, e l’aumento dell’utile è stato almeno pari (anzi un po’ più forte) rispetto all’aumento delle vendite reali.
Il resto del portafoglio ha mostrato andamenti più differenziati. La divisione Wines and Spirits ha chiuso con un fatturato di 2.598 milioni di euro, sostanzialmente stabile rispetto all’anno scorso con una crescita quasi identica alla perdita dovuta ai tassi di cambio, il che ha lasciato la divisione dove si trovava già. È una cosa che va bene considerato che la divisione è di solito la più deboluccia del gruppo. Anche qui però sia profitti che margini sono saliti, rispettivamente dell’11% e del 2,4%, quindi si può dire che il business degli alcolici goda di stabile salute. Meno bene sono andate le cose per il reparto di beauty e di profumi, in realtà stabile ma che nei calcoli ufficiali è sceso del 4%. Anche se, pur con utili in leggera flessione del 2%, il margine è migliorato di un 0,2%, contenendo il calo delle vendite.
Infine, nel campo dei negozi specializzati, ad esempio Sephora, le vendite sono scese teoricamente del 2% ma tenendo conto dei cambi di valuta e della vendita della catena DFS in Cina c’è invece stata una crescita del 5%. In pratica i numeri ufficiali sembrano negativi perché l’euro più forte e la vendita hanno ridotto il totale, ma in generale l’attività è cresciuta. Anche utili e margini hanno avuto un leggero miglioramento.
E quindi è andata bene o male?
Dior Pre-Fall 2026 details by Jonathan Andersonpic.twitter.com/z9gXQv7UR9
— garçon (@boymolish) December 17, 2025
Dal punto di vista del patrimonio e dei soldi in cassa, il livello di debito netto, calcolato cioè sottraendo i soldi liquidi già disponibili, è salito a 8.245 milioni di euro, rispetto ai 6.857 milioni di fine 2025. Il rapporto tra questo debito e il patrimonio netto in mano al gruppo è passato dal 9,9% all’11,8% che però è un livello basso e gestibile. Specialmente se si considera che il patrimonio netto di LVMH è in effetti aumentato, arrivando a 69.694 milioni di euro. Sono scesi sia i soldi generati dalle attività normali, attestatisi intorno ai 7.647 milioni di euro, mentre gli investimenti per negozi, fabbriche e altre spese interne si sono pure ridotti.
E dunque, in fin dei conti, i soldi rimasti dopo investimenti e spese fisse come canoni di affitto e via dicendo, sono anche in lieve crescita. Nel complesso, dunque, nonostante un contesto di cambi sfavorevole e un calo assoluto del principale segmento di business, LVMH si difende ancora. Dovrebbe sollevare una certa preoccupazione (e di certo la solleva, almeno internamente) il fatto che la divisione Fashion & Leather Goods abbia in realtà perso qualcosa anche se è più uno stillicidio che un’emorragia. La differenziazione del portfolio qui ha aiutato perché le altre divisioni hanno funzionato come una specie di “rete di sicurezza” che ha compensato le perdite.
Eppure la croce del problema resiste: sappiamo tutti che, per tornare agli straordinari tassi di crescita dell’ultimo decennio, bisognerebbe riattivare le vendite della divisione Fashion & Leather Goods che, a una prima occhiata, sembrerebbero avere toccato una specie di tetto oltre il quale non riescono a salire. La vera domanda che resta dunque è se questo limite alle vendite sia una realtà strutturale, inevitabile per chiunque, e che solo LVMH è arrivata a toccare o se ci sono in effetti maniere di “sfondare” il tetto e far crescere il business come in passato.