
Ecco perché Celine di Michael Rider ci piace così tanto La collezione FW26 di sabato scorso ha confermato che c’è una nuova stella da LVMH
Reinventarsi è difficile per le persone, figurarsi per i brand. E laddove ci sono brand che si stanno reinventando da oltre un decennio, e altri che invece devono rapidamente una nuova identità dopo l’uscita di un celebrato direttore creativo, da Celine l’arte di rinnovarsi sembra facile come una capriola. Non era una cosa scontata. Dopo l’età dell’oro di Phoebe Philo e il boom commerciale innescato da Hedi Slimane, Michael Rider si è dovuto confrontare con un brand che aveva già mutato per due volte e avrebbe dovuto rifarlo una terza. Ma come ha dimostrato la collezione FW26 di Celine presentata lo scorso sabato, la terza di Rider per il brand, il passaggio del testimone è stato, più che fluido, quasi miracoloso.
Lo diremo subito: il successo del Celine di Michael Rider, che presso la critica è stato immediato e istintivo, è dovuto alla sua capacità di creare fin da subito un’identità e una silhouette precise. Per citare Mario Abad, che ha espresso questo concetto con grande concisione: «Spalle squadrate, forma allungata, vita stretta, taglio leggermente asimmetrico, chiusura con un solo bottone. Ne ha fatto una sua firma così rapidamente». Noi potremmo aggiungere anche elementi come gli accumuli di gioielli, l’uso vibrante di colori primari, la presenza di maniche e gambe svasate, i revers esagerati delle giacche che creano un dinamismo unico quando abbinati ai pantaloni slim.
Lo show di sabato scorso in realtà ha visto le volumetrie delle prime due collezioni più disciplinate, anche se ovviamente sempre presenti. La cosa che colpisce di più della costruzione dei capi è la maniera in cui il tessuto, sempre compattissimo, mantiene la propria forma creando, più che una rigidità, una consistenza distintiva, un senso di elasticità e di precisa intenzione. È una bellezza funzionale ma non solo, dato che il “sistema” di proporzioni e testure si scontra nel modo più allegro e vitale possibile con uno styling piacevolmente eccentrico in cui cinture, colletti, cascate di ciondoli, cappelli ma anche gli abbinamenti di colori paiono quasi molleggiare, balzare in avanti.
Le show notes della collezione dicono tutto. Pur senza descrivere un preciso tema o parlare delle costruzioni dei capi, le note scritte da Rider condensano perfettamente un vibe. «Parlare di stile senza ironia. L'intuizione prima della strategia. Sentirlo piuttosto che pianificarlo». E poi ancora: «Nel migliore dei casi, CELINE è uno stile: un mix di vecchio e nuovo che trasmette un senso di urgenza e di sogno. Realizza ciò che tutti noi sogniamo di trovare e indossare. Qualcosa di leggermente fuori dal comune. Forza. Una piccola ribellione. Contraddizione, imperfezione, carattere. Eccentricità. Adoro quando sotto abiti fantastici traspare una vita interiore disordinata, complessa e stratificata. Penso alle persone con stile che indossano abiti bellissimi in modo personale. Persone che vorresti guardare, avvicinare, con cui vorresti trascorrere le vacanze. Persone con fascino. Persone con grinta».
Nella loro concisione estrema, e con buona pace di poeti e filosofi, queste sono forse le migliori show notes della stagione. Lo sono perché spiegano l’essenza della collezione e dimostrano un perfetto allineamento tra intenzioni del direttore creativo ed esecuzione: l’effetto è univoco, netto, non serve interpretarlo. Ma nel suo voler parlare di personaggi con una vita interiore, di contraddizioni e di singolarità, Rider riesce a dare a Celine una sua identità che è nuova, e dunque ancora da conoscere pienamente, ma che sembra già fatta e finita, che è completa. E in una stagione come questa, dove è la personalità a distinguere la moda dal “luxury slop”, è proprio questo senso dell’originalità derivato da un gusto personale a far emergere il brand.


















































































































