Semiotica dell’edicola Estratto da "Edicola Italiana" il primo free press di nss edicola
È celebre l’aforisma di Hegel secondo cui la lettura del giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Più esattamente parla di una forma di preghiera realistica rivolta, non si sa bene a chi, nella speranza di dare forma e ordine, per un giorno almeno, al caos del mondo. Viviamo giorni in cui gli agenti del caos sono egemoni.
E per leggere i giornali e domare il caos ci vogliono le edicole che li vendano. L’edìcola [dal lat. aedicŭla «tempietto», dim. di aedes «tempio»].
È secondo la Treccani
1. a. Tempietto o cappellina con dentro, nel mezzo, una statua. b. Piccolo organismo architettonico, costituito per lo più da due colonne con sovrapposto un frontone, spesso annesso a un edificio maggiore, per servire da ornamento e protezione a immagini sacre, raffigurazioni celebrative, epigrafi, o a nicchie e finestre (nicchie, finestre a edicola).
2. Costruzione in ferro, in legno o in muratura, collocata sul suolo di una strada o piazza pubblica, nell’atrio di una stazione o altrove, e destinata alla vendita di giornali, periodici e altre pubblicazioni.
L’edicola è stata per almeno un secolo una macchina semiotica perfetta: una soglia. Non era un negozio, perché non vi si entrava davvero; non era una piazza, perché non vi si sostava troppo a lungo. Era un dispositivo liminare, di confine, nel quale il cittadino incontrava la forma materializzata dell’Enciclopedia — quella, per intenderci, che non sta in un volume ma nella testa collettiva di una comunità interpretante.