"Michael" è puro fanservice Per gli ammiratori del re del pop, ma anche per la sua famiglia
Bisogna essere onesti fin da subito: Michael, il biopic musicale sul re del pop, era un’operazione che non convinceva in partenza. Il punto è uno solo, ma inequivocabile nel delegittimare l’onestà intellettuale del lavoro scritto da John Logan e diretto da Antoine Fuqua, ovvero la partecipazione presente e pressante della famiglia del cantante. Non solo a interpretare la popstar è il nipote Jaafar Jackson, figlio del Jermaine fratello di Michael e insieme ai tempi nel gruppo degli Jackson 5, ma quasi tutti i parenti sono stati coinvolti nel processo di produzione del film, controllando di fatto cosa e come si poteva dire o mettere in scena. Nella lista dei produttori si aggiunge nientedimeno che John Branca, avvocato e responsabile dell’eredità del cantante, interpretato nel film da Miles Teller.
Musica e performance, ma nessuna narrazione
@universalpicsph Watch the makings of a star. MICHAEL in cinemas only this April 22.
original sound - Universal Pictures Philippines
Già solo questo aspetto dovrebbe porre la pellicola in prospettiva. Michael è un’agiografia della persona e dell’artista che è stato il divo Jackson. L’esaltazione del buon cuore e del buon animo del ragazzino di Gary che ha portato al successo la sua famiglia, permettendole di spostarsi dall’Indiana al sogno di Encino. Di un ragazzo che ha sempre saputo di essere speciale, come lo sapevano i suoi cari, e che voleva diventare il padrone dell’universo. Ma se questo è un dato assodato, fare un film simile si rivela doppiamente inutile. Intanto per come viene scritto il personaggio di Michael Jackson, in secondo luogo per la santificazione che ne fa l’opera, dimenticando prima di tutto il contenitore cinematografico in cui viene raccontata la sua storia.
È esattamente la storia ciò che manca a Michael. Nel desiderio opprimente di descrivere l’immagine del protagonista, che sappiamo bene essere per tutti splendente, ma sporcata da alcuni fatti a cui sarà sempre legato, il film si dimentica come dovrebbe funzionare una narrazione. Michael Jackson non viene descritto secondo gli strumenti del racconto, non vengono creati conflitti o ostacoli, né tantomeno vengono messe in mostra le debolezze del personaggio principale, se non solamente come ulteriore trampolino per dimostrare quanto fosse talentoso sul palco e quanto umano al di sotto.
Nel film le cose note sulla vita di Michael Jackson vengono solamente messe in fila, rigirate come in un carosello pieno di musiche e scenette. Si tratta di un'operazione talmente di fanservice che non vuole minimamente scavare nell’esistenza del protagonista e che ripropone, talvolta per intero, altre per buona parte, le mosse iconiche dell’artista attraverso suo nipote. Lo spazio cinematografico non ha nulla di narrativo, solo la musica e le esibizioni (intramontabile e travolgente), entrambe facilmente accessibili online.
Che poi una linea di narrazione sulla ricerca di indipendenza da parte di Michael Jackson c’è, e risiede nello scambio conflittuale che il ragazzo ha avuto fin da giovane età col padre, che lui stesso chiama Joseph invece che con l’appellativo papà. Un uomo che ha sfruttato i propri figli un po’ perché credeva in loro, un po’ per usarli come via di fuga dalla cittadina di Gary. Ma il divincolarsi di Michael resta superficiale sia nel mostrare l’impatto interiore che il lavoro da bambino e le cinghiate ricevute dal genitore hanno avuto sulla sua crescita, sia come argomento portante per la stesura della sceneggiatura. Un fatto più che un trauma da esplorare - e pensare che molte delle controversie che hanno riguardato negli anni Michael Jackson è probabile che risiedano proprio in quel rapporto.
Le critiche
Giungiamo così alla natura di Michael, del film e della persona. Con la popstar tornata al centro delle accuse di pedofilia nel 2019 col documentario Leaving Neverland, operazione la cui fattura e interviste presentano una serie di controversie che aggiungono solo altre ombre sulla veridicità di quanto raccontato, l’opera di Fuqua insiste rimanendo insieme approssimativa riguardo all’innocenza fanciullesca dell’uomo-artista. Una contraddizione, quasi, visto che il film spinge sulla tematica pur scegliendo volontariamente di non approfondirla. L’attaccamento di Jackson al suo inner child non viene analizzato, e questo suo spirito puerile viene fatto passare come qualcosa di puro, non problematizzato nemmeno quando il personaggio diventa un adulto nel corso del film.
Che delle inesattezze punteggino il film ne hanno dato notizia altri famigliari di Michael Jackson. Lo ha fatto la sorella Janet Jackson, c he si è voluta tirare fuori dal film fin dal principio e che, dopo averlo visto in una proiezione privata per i famigliari, ha criticato aspramente il biopic. E lo ha fatto anche Paris Jackson, figlia del re del pop, la quale non ha voluto essere coinvolta nel progetto e che da anni è molto critica nei confronti di chi gestisce l’eredità di suo padre.
@universalpicsph Just beat it ~ MICHAEL in cinemas only this April 22.
original sound - Universal Pictures Philippines
Che Michael sia per i fan è evidente. Che sia stato fatto anche per ripulirne un po’ l’immagine è molto probabile. Che si tratti di un progetto a scopo di lucro per i famigliari, infine, è evidente. Ciò che dispiace, tra le molte cose, è che Michael Jackson era un appassionato di cinema, e il desiderio di creare videoclip come Thriller diretto da John Landis o Bad da Martin Scorsese ne sono una prova. Chissà perciò cosa ne penserebbe, se venisse a sapere che il primo vero film biografico che gli viene dedicato è tanto mediocre. E che, se incasserà quanto ci si aspetta, porterà alla produzione di un secondo capitolo come teoricamente preventivato - con voci che dicono che il film sia già in fase di sviluppo, e ripartirà proprio dagli anni Novanta, i medesimi delle prime accuse nei suoi confronti.