
L’industria tessile europea sta scomparendo? Secondo Euratex, il settore è in grave crisi
L'industria tessile e dell'abbigliamento europea sta attraversando una delle fasi più difficili della sua storia recente. Secondo i dati più aggiornati diffusi da Euratex, la confederazione europea del settore, il declino è ormai strutturale e si protrae da almeno tre anni consecutivi. Secondo il report, intitolato senza troppe cerimonie Europe is losing its textile industry, le chiusure di fabbriche tessili in tutta Europa avvengono ormai con cadenza giornaliera, eliminando interi ecosistemi economici regionali.
Il comparto, che dà lavoro a circa 1,3 milioni di persone distribuite in oltre 200.000 piccole e medie imprese, è in forte ribasso su ogni fronte (ovvero produzione, fatturato e occupazione) almeno dal 2022. L’anno scorso l'occupazione ha toccato il livello più basso degli ultimi anni, con una perdita di posti di lavoro cresciuta del 4,6%. Nel settore dell'abbigliamento si era registrato un temporaneo aumento del fatturato di circa il 5% durante il 2023, ma a causa dell’inflazione. Anche questo effetto è svanito nei due anni successivi, a causa del crollo della domanda reale.
Perché questo declino?
@nssmagazine We had the opportunity to visit the Italian factory where Nike created the “Every Stitch Considered” collection, a project that combines the focus on Swoosh’s technical materials with the meticulousness of Made in Italy craftsmanship. Observing closely the production process, we can only be optimistic about the future of luxury sportswear. @Nike #NikeESC #nike #factory #swoosh #sportswear #madeinitaly #process #knitwear #italia #italy original sound - nss magazine
Stando al report, il declino che sta interessando il settore è una combinazione di fattori che sta erodendo la competitività europea. Il problema principale sono i costi energetici, strutturalmente elevati rispetto a quelli che invece affrontano i concorrenti internazionali. C’è poi una domanda interna debole, dovuta alla riduzione dei consumi, al boom del mercato secondhand e all’aumento di prezzi che ha interessato tanto il lusso che i brand medi.
E poi ovviamente c’è la questione delle importazioni asiatiche che, da un lato, sono cresciute grazie a falle normative come le franchigie doganali per i pacchi meno costosi di 150 euro su cui, dal primo luglio, sarà applicato un dazio di 3 euro per ciascuna categoria di prodotto che contengono. Ma il danno è fatto: negli ultimi anni sia Shein che Temu hanno beneficiato di queste politiche favorevoli mentre, in Europa, i produttori tessili dovevano affrontare i costi aggiuntivi di normative ambientali, di sicurezza e di sostenibilità.
Nel campo dell’abbigliamento puro, poi, il successo di Shein e Temu dimostra che la domanda fisiologicamente esiste, ma da qualche parte bisognerà fare dei tagli: o l’industria si ridimensiona, rimpicciolendosi e creando perdite di lavoro e monetarie, o il pubblico avrà tessuti prodotti eticamente e con stipendi corretti, ma che costeranno di più. Ma sostenere l’industria tessile continuando ad aspettarsi, poniamo, i prezzi di Shein e Temu non è possibile: delle due, una.
Cosa ha fatto l’Unione Europea?
Per farla breve, poco. La riforma del codice doganale è l’equivalente di un cerotto su un’emorragia, il fatto che debba arrivare solo entro il primo di luglio di quest’anno testimonia tutta la lentezza burocratica di cui Bruxelles è capace. Ci sono anche il consolidamento del mercato energetico europeo (che vedremo come andrà nel mezzo di tutta la crisi energetica) e l'Industrial Accelerator Act, che promuove l'acquisto di prodotti “Made in Europe” anche se serve capire con che modalità.
Un’altra importante riforma è quella del “deemed importer”, in base alla quale a venire considerato importatore della merce, e dunque responsabile di pagarne i costi, non sarà più il consumatore finale ma l’azienda che spedisce, quindi Shein o Temu. L’idea è di evitare che un singolo cittadino sia importatore di tanti piccoli pacchi e che sia l’azienda a calcolare e riscuotere dazi doganali e IVA al momento dell’acquisto, presentare le relative dichiarazioni, garantire la conformità del prodotto e pagare i dazi e l’IVA alle autorità europee. Ma se ne parlerà, salvo imprevisti, solo nel marzo 2028.
Il presidente di Euratex, Mario Jorge Machado, ha detto che: «Se l'Europa vuole davvero mantenere la sua base manifatturiera, deve agire più velocemente e con maggiore decisione. Ogni settimana chiudono aziende tessili. La produzione si sposta altrove, la dipendenza aumenta e l'impronta di carbonio complessiva peggiora. È esattamente l'opposto di ciò che l'Europa dichiara di voler raggiungere».
Cosa potrebbe succedere?
The deindustrialization of Europe continues.
— Hubert Łępicki (@hubertlepicki) April 5, 2024
The company my wife works for is in the textile industry too, and similar to Levi Strauss they moved the production away already completely.
The cost of electricity + gas + wages was just too high to make it profitable.
Good job https://t.co/dvRlhQzAkQ
Per questo Euratex richiede la riduzione dei costi energetici, la semplificazione della burocrazia, il rafforzamento dei controlli degli standard di sicurezza e ambientali dei prodotti extra-UE e l'obbligo per le grandi piattaforme cinesi o comunque di altri paesi di nominare un rappresentante legale sul territorio continentale. Chiaramente quando si parla di tessile ci si riferisce anche a settori come sanità, difesa, automotive, edilizia e agricoltura, non solo moda.
Inoltre, l'ambizione europea di realizzare un'economia circolare nel tessile, centrale nel Green Deal, è impossibile senza una base industriale locale. Secondo uno studio di Boston Consulting Group e ReHubs, servirebbero 11 miliardi di euro di investimenti iniziali e fino a 6,5 miliardi annui di costi ricorrenti solo per sviluppare il riciclo. Senza fabbriche europee, anche l'infrastruttura necessaria per riutilizzare e riciclare i tessuti scomparirebbe. Il rischio dunque è anche strategico e ambientale. Ma tutto il caos portato dal conflitto in Medio Oriente che influenze avrà su un settore già in crisi?















































