L'edicola ieri, oggi e domani Il primo articolo estratto da "Edicola Italiana", il primo free press di nss edicola
Il primo numero deI «Corriere della Sera» uscì nel tardo pomeriggio del 5 marzo 1876, a Milano. Verrebbe naturale aggiungere che il giornale “uscì in edicola”, ma sarebbe un anacronismo. Le edicole a Milano non esistevano ancora. Quella sera i milanesi furono disturbati nella loro passeggiata serale dal vociare sguaiato di alcuni ragazzi, ingaggiati come “strilloni” per vendere il giornale al prezzo di cinque centesimi a copia. Non sorprende che già allora le notizie più attraenti per i potenziali acquirenti fossero quelle di ammazzamenti ed esecuzioni.
Solo qualche anno più tardi, nel 1882, Ulisse Sicola ottenne il permesso dalla Giunta di Mantova di costruire il suo chiosco in stile neogotico, in ferro battuto, legno e vetro. Chi passa per piazza Canossa lo può ancora ammirare, restaurato e perfettamente conservato. Oggi l’edicola di piazza Canossa è uno spazio espositivo e un bene posto sotto la tutela del FAI. Non vende più giornali, ma in virtù dei suoi meriti storici e architettonici gode di un prestigio che non è toccato alle molte edicole che negli ultimi anni sono state costrette a chiudere.
Fino a pochi anni fa, per molti, la giornata iniziava ancora con una processione all’edicola di quartiere per acquistare la copia di un quotidiano e scambiare due parole con l’edicolante, erede meno chiassoso e molesto dello strillone. Come un prete chiuso nel suo confessionale, l’edicolante è un uomo-torso, un mezzo busto, quasi sempre seduto nel suo chiosco, rassicurante nella sua semi-immobilità; come la sua edicola, è un elemento inconfondibile dell’architettura urbana – non a caso, quando una mattina il Marcovaldo di Calvino si risveglia nella città irriconoscibile perché ricoperta di neve, si chiede se sotto quello strato di bianco ci siano ancora, assieme alle pompe di benzina e alle fermate dei tram, le edicole.
La storia delle edicole coincide infatti con lo sviluppo della modernità e dei nuclei urbani; nella seconda metà del 1800, a Parigi, il piano urbanistico del barone Haussmann comprende anche i chioschi dei giornali. Le disegna, in stile Art Nouveau, Gabriel Davioud, che in quel processo di modernizzazione (e omologazione) architettonico avrà un ruolo importante e molto farà: teatri, fontane, piazze, ma anche pali della luce e balaustre.
Verdi, in ghisa, dal tetto ricurvo per proteggere dalle intemperie e sormontati da una cupola a scaglie, i chioschi delle edicole parigine sono segni, al pari di altre architetture haussmaniane, che aiutano anche il turista a orientarsi all’interno di una città di cui ha già avuto esperienza senza visitarla. Ad essi, da qualche anno si sono affiancati i chioschi più moderni disegnati dalla designer Matali Crasset, più luminosi, ampi, anch'essi di colore verde. Ma le mutazioni architettoniche dei chioschi sono meno rilevanti del cambiamento profondo che essi hanno subito nel corso degli anni. Se nel secondo Novecento vendere giornali e riviste era una ragionevole garanzia di guadagno, oggi che l’emorragia di lettori è costante sono altre le funzioni che l’edicola deve assolvere per garantirsi un futuro dignitoso.
Nel 1973, con il consueto stile caustico e paradossale, Guido Ceronetti notava come le due edicole di via Veneto a Roma sembrassero soffrire di gigantismo: oltre ai quotidiani italiani, infatti, vendevano riviste americane, giornali tedeschi, satira sovietica, molta pornografia. Soprattutto era arrivata un’orda di classici: Kant, Hegel, Kafka. I giornali erano spariti dietro pile di libri.
Per più di una generazione, le edicole hanno avvicinato alla lettura anche chi aveva coi libri un rapporto di scarsa frequentazione: attraverso fumetti, settimanali illustrati, romanzi d’appendice, l’editoria incontrava un pubblico vasto e variegato. Oggi le edicole vendono anche calendari, palloni di plastica, giocattoli, magliette, costumi da bagno, ciabatte, gonfiabili, penne, quaderni, ombrelli, oggettistica varia. Alcuni chioschi, come quello di piazza Canossa a Mantova, sono stati riconvertiti ad altri usi: ospitano mostre d’arte, presentazioni, eventi, vernissage, oppure sono diventati temporary shop o vetrine per i brand. Tocca reinventarsi per sopravvivere. Solo i più cupi apocalittici l’avrebbero pronosticato vent’anni fa.
Ai tempi le edicole in Italia erano oltre 30.000, oggi sono circa un terzo; una drastica diminuzione che asseconda quella, vertiginosa, nella tiratura dei quotidiani – che, un tempo, venivano non solo letti ma utilizzati per imbiancare casa, avvolgerci il pesce, i fiori, i coltelli affilati.
“Le strade sono le abitazioni del collettivo” scriveva Walter Benjamin, il pensatore che più di ogni altro nel Novecento ha indagato la città. E se per Benjamin i passages erano il salotto dell’uomo cittadino, le edicole cosa rappresentavano? Forse delle terrazze panoramiche, dalle quali guardare il mondo cercando di intravederne i cambiamenti. È evidente che oggi non è più così; quelle terrazze sono sempre più anguste, somigliano a balconcini che offrono allo sguardo una porzione di orizzonte limitato.
Non ha senso piangere la scomparsa delle edicole o celebrarne nostalgicamente il declino o la museificazione. Le edicole sono elementi in via di risemantizzazione all’interno di città che attraversano vasti e diseguali processi di cambiamento – non sempre positivi. Perché quei cambiamenti siano nell’interesse di chi le città le vive, e non di chi le città le sfrutta, dipende da tutti noi.