L'Italia è il Paese più esposto alla crisi del Medio Oriente Tra dipendenza dal gas estero, ritardi nelle rinnovabili e fragilità economica

La guerra in Medio Oriente sta provocando un forte aumento dei prezzi di petrolio e gas, una crisi energetica i cui effetti potrebbero rivelarsi realmente disastrosi per l’economia mondiale. Per l’Italia, nonostante sia uno dei più importanti Paesi europei, il rischio sembra essere ancora più elevato rispetto ad altri Stati. Le ragioni sono sia strutturali che politiche.

Anzitutto, l’economia nazionale oggi è più fragile rispetto anche solo a pochi anni fa, e risulta quindi meno preparata ad assorbire un aumento generalizzato dei prezzi dei beni. In secondo luogo, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, in linea con la posizione europea l’Italia ha sostituito una parte rilevante delle forniture di gas provenienti da Mosca, affidandosi però a partner commerciali situati in regioni storicamente poco stabili a livello geopolitico. Un dei principali fornitori di gas dell'Italia è oggi il Qatar, coinvolto nel conflitto in corso in Medio Oriente.

Perché l'Italia è in una posizione di svantaggio sull'energia

Negli anni successivi alla guerra in Ucraina, che provocò una crisi energetica le cui ripercussioni sull'economia si sentono ancora oggi, il governo di Giorgia Meloni non è stato del tutto in grado di sostituire certi fornitori di energia inizialmente scelti come soluzione temporanea (tra cui l'Algeria e l'Azerbaijan), facendoli così diventare dei partner strutturali.

Lo stesso Qatar fornisce all’Italia circa il 10% del totale di gas importato dall’estero. Recentemente, un attacco al principale impianto del Paese, quello di Ras Laffan – che produce circa il 20% del gas naturale liquefatto (GNL) che circola a livello globale – ha ridotto drasticamente le sue capacità di esportazione. Anche una volta terminato il conflitto in Medio Oriente, saranno necessari diversi anni prima che lo stabilimento possa tornare a operare a pieno regime.

Un altro fattore che rende l’Italia più vulnerabile di altri Paesi di fronte a un'imminente crisi energetica globale è il ritardo accumulato nella transizione verso le fonti rinnovabili. Una loro maggiore diffusione contribuirebbe infatti a ridurre alcuni dei principali rischi del sistema energetico italiano, come la forte dipendenza dalle importazioni e l’elevata esposizione alle oscillazioni del mercato internazionale dell’energia.

Come se passa il resto dell'Europa?

@dwnews EU chief Ursula von der Leyen has called for negotiations with Iran describing a "critical" situation for energy supply chains globally. #dwnews original sound - DW News

Se si considerano i principali Paesi europei importatori di gas dai paesi del Golfo, la posizione dell’Italia è quella più delicata. Nei primi tre mesi del 2025, circa il 6% del gas che transitava quotidianamente nello stretto di Hormuz – oggi praticamente bloccato a causa del conflitto – era destinato all’Italia: si tratta di quasi quanto l’insieme delle importazioni di tutti i Paesi europei provenienti da quella regione.

Per questo, quando a causa delle forniture limitate aumenta il prezzo dei combustibili fossili – vale a dire gas, petrolio e carbone – le conseguenze per famiglie e imprese in Italia si fanno sentire più rapidamente e in modo più significativo rispetto ad altri Paesi occidentali. Tra le principali economie europee, infatti, l’Italia è quella che dipende ancora di più da queste risorse per la produzione di energia. In Spagna, per esempio, oltre il 50% dell’energia nazionale proviene da rinnovabili, mentre in Francia circa il 60% è generato dal nucleare, che negli ultimi anni è stato incluso tra le fonti considerate sostenibili. All'interno di sistemi energetici strutturati in questo modo gli aumenti del prezzo di gas e petrolio –  tendono ad avere un impatto più contenuto sull'economia nazionale.

Negli ultimi anni, tuttavia, in Italia la maggioranza di destra ha fatto relativamente poco per accelerare la transizione energetica. In questo campo, il governo-Meloni ha invece insistito molto sul cosiddetto Piano Mattei, un progetto di cooperazione economica con i Paesi africani che resta ancora in buona parte da definire e che, tra le altre cose, sembra continuare a puntare in misura rilevante sulle fonti fossili.