La guerra in Iran è un problema anche per le aziende tecnologiche Soprattutto quelle che hanno investito nello sviluppo di grandi data center in Medio Oriente, oggi sempre più a rischio
Visti dall'esterno, i data center sembrano normali capannoni industriali. Al loro interno, però, sono presenti numerosissimi server – cioè, generalizzando e sintetizzando molto, dei computer collegati tra loro – che archiviano ed elaborano enormi quantità di informazioni, da cui dipendono molti dei servizi digitali usati ogni giorno da milioni di persone.
A oggi esistono poco più di 11mila data center, la maggior parte dei quali si trova negli Stati Uniti. La corsa alla costruzione di grandi data center – che sono essenziali per lo sviluppo dei sistemi d'intelligenza artificiale – coinvolge però molti altri Paesi, tra cui quelli che si affacciano sul Golfo Persico, dove in totale sono presenti oltre 100 data center. La percezione di stabilità e ricchezza che questi Stati hanno consolidato negli ultimi anni, però, è stata messa fortemente in dubbio dal conflitto in Iran: la brutalità con cui opera il regime rappresenta un rischio per l'intera regione, dove sempre più economie hanno investito sulla fornitura di servizi tecnologici, oltre che sul turismo.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, per esempio, stavano per diventare dei punti di riferimento per il settore dell'AI, attirando ingenti capitali da grandi aziende tecnologiche come Amazon e Microsoft, anche grazie al vantaggio competitivo legato al basso costo dell’energia. Tuttavia, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz (fondamentale per il traffico di petrolio e gas naturale) hanno rapidamente cambiato le carte in tavola, cosa che potrebbe rallentare di molto – o addirittura ridimensionare – le ambizioni della regione nel campo dell'intelligenza artificiale.
Gli attacchi iraniani contro i data center
@dwnews Iran’s Revolutionary Guard says it struck AWS sites to disrupt what it claims are US military and intelligence-linked operations hosted there. For the first time, data centers have become targets of a military drone strike. What is really behind the attacks? #dwdigital original sound - DW News
In risposta alle offensive militari di Washington e Tel Aviv, Teheran ha fin da subito deciso – come forma di ritorsione – di prendere di mira l'infrastruttura digitale occidentale attiva nella regione: per esempio, sono stati colpiti tre data center di proprietà di Amazon, dislocati negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, provocando interruzioni significative su una vasta gamma di servizi online – dal settore bancario a quello delle comunicazioni. I Pasdaran – conosciuti anche come Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare dell'Iran – hanno poi diffuso un comunicato in cui indicavano come obiettivi legittimi del regime le sedi in Medio Oriente delle più grandi aziende tecnologiche al mondo, tra cui Meta, Nvidia, Oracle e Tesla, accusate in maniera pretestuosa di collaborare con l'esercito statunitense.
Più in generale, il conflitto ha evidenziato quanto i data center siano in realtà infrastrutture critiche, soprattutto per la loro importanza a livello militare, e potenzialmente vulnerabili. Il problema è che al loro interno convivono servizi commerciali e applicazioni legate alla sicurezza nazionale — cosa che li rende bersagli "facili" in caso di attacchi con droni o missili.
Il dibattito su come rendere i data center più sicuri
La guerra in Iran ha spinto il settore tecnologico a cercare soluzioni concrete per rendere i propri data center più sicuri. Una delle idee più dibattute è quella di abbandonare i grandi data center a favore di una serie di strutture più piccole e distribuite: se una di queste venisse colpita, le altre garantirebbero la continuità del servizio, al contrario di quanto accade oggi. Un sistema del genere sarebbe insomma più resiliente, ma anche più costoso da gestire.
C'è poi chi propone di separare nettamente le infrastrutture civili da quelle militari. In questo contesto si parla sempre più spesso di "ambasciate digitali", cioè reti di server che archiviano i dati di un determinato Paese mantenendone però la giurisdizione, anche se fisicamente collocate altrove; l'Estonia è stata la prima a muoversi in questa direzione, trasferendo i propri dati in Lussemburgo — Paese considerato molto sicuro, sempre più attivo nel settore dell'AI. Lo stesso ha fatto il Principato di Monaco.
Una terza ipotesi per rendere i data center a prova di conflitto ha a che fare con la costruzione di bunker, o strutture simili, dove "stoccare" i centri di elaborazioni dati: soluzioni del genere possono contribuire a ridurre i rischi, ma difficilmente riuscirebbero da sole a garantire i volumi di spazio che il settore dell'intelligenza artificiale richiede.