In tempi di incertezza, la "panic industry" continua a crescere Dalla profezia del 2012 ai bunker dei miliardari

Oltre dieci anni fa prese piede la bizzarra idea che il mondo sarebbe dovuto finire il 21 dicembre 2012, data che coincideva con la conclusione di un ciclo temporale del calendario della civiltà maya, un’antica popolazione dell’America centrale. Questa interpretazione non derivava da fonti storiche, ma si era diffusa soprattutto attraverso libri e ambienti legati alla cultura New Age, poi ulteriormente amplificata da certi media, da documentari spesso poco rigorosi e dalla circolazione di video essay su YouTube.

Nonostante l’assenza di fondamenti scientifici, in quel momento diverse testate tra cui alcune autorevoli raccontarono che una minuscola quota di persone aveva preso la previsione piuttosto seriamente. In diversi Paesi c’era chi aveva accumulato scorte di acqua e cibo, oltre che di generatori elettrici e tutto il necessario per affrontare il presunto e imminente collasso della civiltà.

Dovremmo essere più preparati all'arrivo di possibili emergenze?

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Dopo il 2012, alcune delle persone che avevano investito rifugi di sicurezza hanno continuato a utilizzarli come strutture di emergenza, spesso giustificandone l’utilità con il crescente numero di eventi meteorologici estremi – soprattutto negli Stati Uniti, dove i cicloni sono relativamente frequenti e intensi. Comunque sia, l’idea di prepararsi a un eventuale collasso della società non è considerata così stravagante in certe aree del mondo. Negli USA, per esempio, soprattutto in diverse zone rurali, esiste un mercato piuttosto fiorente legato a kit di sopravvivenza, corsi di addestramento e rifugi privati.

In questo contesto si usa il termine prepper per indicare chi si prepara al possibile avvento di scenari catastrofici. Il New Yorker già qualche anno fa aveva provato a inquadrare meglio queste persone: spesso si tratta di appassionati di attività all’aperto o di armi, provenienti dall’entroterra statunitense, e talvolta vicini ad ambienti cospirazionisti o a correnti politiche legate all’estrema destra.

Resta il fatto che, nel 2024, NorvegiaSvezia e Finlandia hanno revisionato e distribuito a livello nazionale degli opuscoli in cui si trovano indicazioni e raccomandazioni per cittadine e cittadini in caso di guerra o di emergenze di vario tipo. Si tratta dell’aggiornamento di un’edizione già preparata durante la Seconda guerra mondiale, rivista durante la Guerra fredda e poi nel 2018, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia. L’edizione più recente, però, presenta il doppio delle pagine rispetto a quella precedente. All’interno dell’opuscolo ci sono consigli pratici su  come cercare rifugio o allontanarsi da zone di pericolo, quali cibi tenere in casa come scorta o come reagire in caso di bombardamenti aerei.

Quelli che investono in bunker di sicurezza

Resta il fatto che, da tempo, la costruzione di rifugi di sicurezza non è più soltanto una prerogativa dei soli capi di Stato. Max Levchin, uno dei fondatori di PayPal, ha sostenuto in passato che circa la metà di coloro che hanno accumulato grandi ricchezze grazie alla new economy avrebbe investito in un piano di emergenza, pensato per proteggersi in caso di guerre o rivoluzioni. Tra questi ci sarebbero personalità come Jack Ma, fondatore di Alibaba, Mark Zuckerberg o il finanziere William Foley, ma anche figure del mondo dello spettacolo come Post Malone o il regista James Cameron.

In questo contesto, c’è anche chi ha scelto di investire direttamente nel business della costruzione di bunker per miliardari. Il New York Times nel 2017 fece un approfondimento-video su questo mercato emergente, riuscendo anche a parlare con l’acquirente di un rifugio sotterraneo, che non nascose di percepire quella attuale come una delle età più pericolose e incerte della Storia. Il quotidiano statunitense lo scorso anno ha poi pubblicato un altro articolo simile, intitolato Il boom della Panic Industry.

A farci caso, i potenziali clienti dei bunker di lusso rappresentano, in un certo senso, una nuova generazione di prepper, il cui timore però riguarda anche e soprattutto la possibilità di rivolte sociali contro i loro stessi privilegi economici.