
Il vero costo della crisi energetica in Italia lo pagano i giovani Non dovremmo preoccuparci degli aerei cancellati, ma dei nostri stipendi
Ogni anno, il 22 aprile, c’è l’usanza di festeggiare il nostro pianeta. Il 2026, però, è stato un anno altalenante per la nostra relazione con la Terra: da una parte gli astronauti dell’Artemis II ci hanno dimostrato quanto siamo belli visti dall’orbita lunare, dall’altra viviamo una delle crisi energetiche più gravi dell’età post-industriale. C’è voluto il pericolo di far saltare le vacanze estive per far diventare la questione della dipendenza energetica un tema “croccante” abbastanza da essere finalmente discusso sia in politica sia tra i più giovani. Perché il volo cancellato è solo una conseguenza minima, temporanea e risolvibile, mentre l’impatto della dipendenza energetica in Italia sul salario minimo degli under-30 è, de facto, una delle spine nel fianco principali della Gen Z. Abbiamo intervistato un esperto del settore e Research Fellow in Environmental Policy alla Columbia University per capirne di più.
Come stiamo messi con le energie rinnovabili in Italia?
L’Italia è uno dei Paesi più dipendenti dalle importazioni nel settore energetico a causa di ripetute scelte sbagliate. Infatti abbiamo tra le bollette più care d’Europa. Serve una pianificazione economica centralizzata per costruire una vera sovranità energetica in tempi rapidi.
— Nicola Humar (@nicola_humar) April 16, 2026
L’Italia è uno dei paesi europei più dipendenti dall’estero per l’energia: secondo i dati Eurostat, importiamo oltre il 70% dell’energia che consumiamo, contro una media europea intorno al 55-60%. Ciò significa che più della metà della nostra vita quotidiana, dal riscaldamento alle fabbriche, fino a quello che mangiamo, dipende da dinamiche che avvengono fuori dai nostri confini.
Quando quelle dinamiche si inceppano, ce ne accorgiamo tutti insieme, anche se sempre con un leggero ritardo. Lo Stretto di Hormuz è solo l’ultimo promemoria, non perché da lì passi direttamente l’energia che usiamo in casa, ma perché da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale. E in un mercato dove petrolio e gas si comportano come sostituti, basta che uno si muova perché tutto il sistema inizi a oscillare. La nostra fonte ci ha spiegato che il punto non è tanto “da dove arriva” l’energia, ma quanto siamo esposti a quello che succede fuori. In Italia oggi solo un Watt su cinque arriva da rinnovabili, mentre tutto il resto, tra importazioni dirette e combustibili fossili, resta legato a un equilibrio internazionale estremamente fragile.
Abbiamo cambiato fornitori, non sistema
Come sottolinea Di Capua, dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 «ci siamo raccontati» che stavamo diventando più indipendenti, quando in realtà abbiamo fatto un’operazione molto più semplice – abbiamo sostituito la Russia con altri paesi, come l’Algeria, l’Azerbaigian, la Norvegia: «è quella che viene chiamata “diversificazione”, ed è stata venduta come una strategia di sicurezza».
Diversificare non significa emanciparsi, significa solo distribuire il rischio, restando dentro lo stesso sistema, solo con più interlocutori. Quando però molti di questi interlocutori si trovano in aree del mondo tutt’altro che stabili, in momenti di crisi globale decidono di ridurre l’offerta e far salire i prezzi in modo quasi immediato, com’è successo proprio con lo Stretto di Hormuz. Quello che raramente viene detto è che questa dipendenza ha un costo costante, non solo quando scoppia una crisi: «è una specie di interesse geopolitico che paghiamo ogni giorno», sottolinea il ricercatore. Perché ogni aumento del prezzo dell’energia si trasforma automaticamente in aumento dei trasporti, dei beni di consumo, degli affitti, dei servizi, quindi va ad impattare direttamente il costo della vita.
Il vero impatto della crisi energetica è sugli stipendi
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Il punto è che a un certo punto questa smette di essere una storia sull’energia e diventa una storia di soldi. Perché se vivi in un paese come l’Italia, dove il salario minimo legale non esiste e dove, secondo l’OCED, i salari reali sono tra i pochi in Europa ad essere rimasti sostanzialmente fermi negli ultimi trent’anni, ogni scossa esterna pesa molto di più.
È una questione quasi matematica, ma non viene mai raccontata così: se il costo dell’energia sale, salgono anche trasporti, bollette, produzione, spesa, mentre gli stipendi restano uguali. Non in modo spettacolare, non con un crollo improvviso, ma con una lenta erosione che si accumula mese dopo mese, anno dopo anno, finché la Gen Z a 30 anni non riesce ancora ad essere finanziariamente autosufficiente. Non a caso, secondo un recente report dell’International Monetary Fund, l’Italia sarà il paese del G20 il cui PIL crescerà di meno nel 2026, con solo un +0,50% su base annua.
Eurostat riporta che negli ultimi anni l’inflazione energetica è stata una delle principali componenti dell’aumento del costo della vita in Europa, con picchi che hanno superato anche il 40% nel pieno della crisi del 2022, e che continuano a riverberarsi oggi nei prezzi finali. In Italia questo impatto è stato ancora più evidente perché partiamo da una posizione più fragile: più dipendenza dall’estero, meno crescita salariale, meno margine di assorbimento. E allora succede che ogni crisi energetica diventa una crisi del reddito disponibile: come sottolineato dalla fonte «è successo nel 2008, poi nel 2014 con la Crimea, poi nel 2020 con la pandemia, e di nuovo adesso». Ogni volta, perdi un po’ di capacità di spesa e non la recuperi mai del tutto – e chissà se mai recupereremo.















































