5 volte in cui i designer di moda hanno disegnato delle uniformi Dai musei alle proprie scuole d’infanzia

Di solito pensiamo alle uniformi solo quando certi vestiti ce le ricordano. E la moda non ha mai fatto mistero di subire il fascino di questi particolari tipi di abiti che sono funzionali ed eleganti insieme e che con la loro (ci si passi il pasticcio verbale) uniformità sono in grado di suggerire un approccio radicalmente opposto a quello del vestire moderno, ovvero quello dello stile personale come espressione di un’identità unica. Anche se il fascino di divise e uniformi finisce comunque per riguardare la questione dell’identità, dato che magari sopprime quella del singolo ma esalta quella di un gruppo. In questo senso, l’uniforme è anche appartenenza.

Peccato però che oggi, specialmente nella moda, il concetto di divisa sia stato molto diluito: le boutique consentono ai dipendenti di comporre una divisa più o meno con i medesimi prodotti che sono in vendita, online e in diversi negozi invece si comprano e vendono delle uniformi per dipendenti di brand di moda che sono abiti basici ma non quelle capsule del tutto uniche come quelle che, negli anni ’60 e ’70, i brand di moda disegnavano per le hostess. 

Ma i casi di moderne uniformi create da brand e designer non sono certo mancati. Ed ecco i più famosi.

1. Gucci – Staff del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Torino (2021)

Per la mostra A.B.O. Theatron. L’arte o la vita, dedicata ad Achille Bonito Oliva, amico di Alessandro Michele, il designer, che ai tempi si trovava da Gucci, disegnò un set di uniformi per il personale della mostra (non sarebbero diventate, come alcuni credevano, le divise permanenti) che attirarono qualche attenzione indesiderata. 

Dal taglio vintage e di un color verde acqua identico a quello dei camici chirurgici, le divise vennero associate a quelle di guardie carcerarie o di infermieri di un manicomio. Non aiutò la scritta ricamata Jardiniers du Théatre, molto Alessandro Michele-coded, che però aggiunse un ulteriore velo di pretensione intellettuale all’intero sforzo. Oggi guardiamo a quelle uniformi con occhio diverso: e cioè come a un’occasione in cui la moda creò qualcosa per amore del gioco e non per bieco profitto. L’iniziativa, inoltre, gettò un riflettore enorme su un’iniziativa che altrimenti sarebbe rimasta assai di nicchia.

2. Loewe – Team di restauro del Museo del Prado di Madrid (2026)

Forse il migliore e più recente esempio sulla lista, Loewe ha presentato da poche settimane i camici da laboratorio tecnici per i restauratori del Prado di Madrid. E sono design oggettivamente magnifici: fatti a mano, tagliati in una stoffa scura per impedire riflessi indesiderati durante i delicati lavori e soprattutto dotati di una doppia tasca sul petto foderata da due tipi diversi di pelle in toni differenti che reca il doppio branding di Loewe e del museo.

Le uniformi qui sono il passo avanti (e di certo non l’ultimo) di una collaborazione che il brand ha avviato nel 2023 con il Prado con l’iniziativa Writing the Prado. E la notizia migliore è che Loewe continuerà a fornire ogni anno un nuovo set di camici da laboratorio al team di restauratori. Il che significa che tra un anno circa potremo iniziare a cercarli su Vinted come si fa oggi con le vecchie uniformi delle boutique di Chanel.

3. Christian Dior – Staff delle Gallerie dell’Accademia di Venezia (2022)

Quelle di Christian Dior per le Gallerie dell’Accademia furono una collaborazione ingiustamente dimenticata, notevole per essere stata la quarta collaborazione tra moda e musei per delle divise custom ma la prima ad essere veramente apprezzata: la prima, quella tra Christopher Raeburn  e il V&A Museum di Londra, venne ingiustamente odiata nel 2017; mentre quella di Vivenne Westwood per il Museo Leonardo Da Vinci di Milano venne giustamente odiata, era in effetti terribile; e la terza fu quella di Gucci per la mostra di Bonito Oliva, anch’essa accolta non benissimo come dicevamo sopra.

Ma per le Gallerie veneziane, Dior creò una serie di completi sartoriali in fresco lana blu con camicie bianche e un caban con cravatte per gli uomini  e foulard per le donne. La collaborazione fu interessante non tanto per la sua originalità (è un completo blu, dopo tutto) ma perché arrivò alla fine del lockdown e, per il museo, rappresentò «un nuovo segno della ripartenza delle Gallerie» ma, in chiave più ampia, può essere letto come la testimonianza dell’apertura sistematica che la moda avrebbe operato verso la cultura per coltivare sinergie favorevoli alla propria immagine.

4. Anrealage – Staff del Nippon Telegraph and Telephone Corporation Pavilion (Osaka, 2025)

 

Facili le uniformi con giacca e pantalone, ma provate a farne un set con un sistema di ventilazione integrato. Sono quelle che ha prodotto Anrealeage per l’Expo di Osaka dell’anno scorso, per il personale del padiglione del Nippon Telegraph and Telephone Corporation. Il founder Kunihiko Morinaga, i cui show a Parigi sono sempre tra i più attesi, ha creato cinque pezzi accomunati da un pattern “ottico” di puntini in diverse sfumature di blu applicati principalmente sui top. I puntini rappresentavano i “puntini da unire” per espandere il potenziale umano.

Erano tutti pezzi eccellenti (forse meno le polo, ma sicuramente i pantaloni e accessori) ma il design che si è guadagnato gli onori della cronaca e che tra qualche anno diventerà un interessante grail di nicchia da recuperare è la giacca windbreaker dalla silhouette circolare dotata, sulle anche, di due ventilatori elettrici che rinfrescano l’interno e gonfiano la giacca creando un volume assolutamente avant-garde. Semplicemente incredibili.

5. Off-White & Nike - Boylan Catholic High School Football Kits (2018)

Torniamo indietro nel tempo al 2018, praticamente una vita fa. Virgil Abloh, che ai tempi si trovava all’apice della sua gloria lavorativa, decise di dotare di kit completi la squadra di calcio senior del suo vecchio liceo, la Boylan Catholic High School, che vennero prelevati dalla collaborazione tra Off-White e Nike che ancora doveva uscire. 

Il gesto fu molto bello e molto nelle corde di Virgil Abloh, un designer che aveva fatto dell’idea di comunità, di omaggio alle proprie radici ma anche di innovazione e sportività, un po’ la chiave del proprio stile. E fu anche un momento di piacevole rottura rispetto alle classiche dinamiche della moda, dato che la collaborazione era attesissima e i primi a riceverla e vederla furono dei liceali e non le massime celebrità del calcio (che la ricevettero comunque poco dopo) ricordandoci che la moda può avere un suo impatto quando esce dalla propria bolla.