
Cosa significa «democratic design» secondo IKEA? Intervista a Patrik Gustafsson, Global Home Furnishing and Retail Design Manager di IKEA

Durante la Milano Design Week 2026, tra installazioni sempre più spettacolari e code sempre più lunghe, il design sembra aver smesso da tempo di essere solo oggetto per trasformarsi in esperienza. È proprio in questo slittamento che si inserisce IKEA, che negli ultimi anni ha costruito una presenza sempre più riconoscibile al Fuorisalone. Con Food for Thought, IKEA torna a Milano con un progetto che non si limita a mettere in scena prodotti, ma prova a raccontare come viviamo davvero gli spazi domestici oggi, partendo da uno dei gesti più quotidiani e universali, cucinare, mangiare, stare insieme.
Come spiega Patrik Gustafsson, Global Home Furnishing and Retail Design Manager di IKEA, il punto di partenza non è tanto l’oggetto quanto il comportamento. L’installazione nasce infatti da una riflessione sempre più centrale per il brand, quella sui rituali legati al cibo e alla convivialità, letti come chiave per comprendere come evolvono le case e, di conseguenza, il design.
Nel corso degli anni, la Milano Design Week è diventata sempre meno centrata sul design in senso stretto e sempre più orientata all’esperienza, un ambito in cui IKEA si muove con particolare efficacia. Come nasce il concept di quest’anno, Food for Thought?
Tutto parte da un’attenzione crescente che stiamo dedicando al cibo, alla cucina e al momento del mangiare. Con Food for Thought volevamo esplorare proprio questa dimensione, ma allo stesso tempo introdurre nuovi punti di vista attraverso collaborazioni con chef e interior designer. Si tratta quindi di osservare come viviamo oggi, ma anche di interrogarci su cosa dobbiamo ancora imparare e su come dobbiamo evolvere per rimanere rilevanti in futuro.
L’esperienza, naturalmente, è una componente fondamentale. Abbiamo lavorato molto sull’aspetto legato al cibo, ma anche sulla creazione di momenti più giocosi. Allo stesso tempo, venendo dal mondo dell’arredamento e dell’interior design, ciò che mi colpisce di più è il modo in cui siamo riusciti a mettere insieme competenze molto diverse tra loro per guardare alla casa da una prospettiva nuova.
Per me, ciò che rende davvero speciale il progetto sono anche le connessioni emotive che riesce a generare. C’è una stanza in cui i visitatori sono invitati a scrivere sui muri, e questo mi ha immediatamente riportato all’infanzia, quando mi era permesso disegnare sulle pareti di casa. È proprio questo tipo di interazione a creare un legame personale con lo spazio.
Si tratta di un’installazione ibrida, che non è solo da osservare ma da vivere, mettendo insieme cibo, design e dimensione sociale. Quanto è importante oggi per IKEA progettare non solo oggetti, ma elementi significativi per la vita quotidiana?
Il significato nasce da quello che definiamo «democratic design», ed è lì che si concentra tutto il nostro impegno nel creare prodotti realmente utili per le persone. Alcuni oggetti possono avere un valore autonomo, ma molti dei nostri prodotti funzionano come parti di un sistema più ampio, contribuendo a costruire la casa nel suo insieme.
Quello che rende IKEA piuttosto unica è il fatto di progettare soluzioni complete. Possiamo pensare a tutto, da come organizzare un armadio a come luce, letto e arredi dialogano tra loro all’interno di una stanza. È proprio in questa visione d’insieme che si costruisce il senso. Allo stesso tempo, la dimensione ludica è qualcosa che vogliamo abbracciare sempre di più. La si ritrova nei prodotti, ma anche nel modo in cui progettiamo le esperienze retail. Stiamo esplorando modalità per rendere gli spazi più interattivi, introducendo anche elementi ispirati alla gamification, con l’obiettivo di creare coinvolgimento e rendere l’esperienza dell’arredare più dinamica.
La Milano Design Week è spesso considerata uno dei momenti più democratici della città perché aperta al pubblico, ma allo stesso tempo sta diventando sempre meno accessibile a causa di code e affollamento. Qual è oggi la posizione di IKEA rispetto al concetto di democratic design all’interno della Design Week?
Per noi è sempre stato fondamentale scegliere luoghi che fossero aperti e accoglienti. È chiaro che esistono limiti legati alla capienza, ma l’accessibilità resta un criterio centrale. Se pensiamo alla nostra visione, ovvero creare una vita quotidiana migliore per il maggior numero possibile di persone, questo principio deve guidare tutto ciò che facciamo, anche qui a Milano. Il nostro obiettivo è continuare a essere inclusivi e restare fedeli all’idea di rivolgerci a molti, non a pochi.
È la prima volta che siete a Spazio Maiocchi?
Sì, è la prima volta. Siamo presenti alla Milano Design Week da diversi anni, di solito nel distretto di Tortona, quindi questa è anche un’occasione per cambiare contesto ed esplorare un’altra area della città. È interessante variare, pur mantenendo la stessa intenzione, quella di essere aperti e accessibili a tutti.
Questa è la decima edizione di IKEA PS, e sembra più giocosa rispetto alle precedenti. Perché questa collezione è particolarmente rilevante oggi?
Credo che sia molto legata al momento storico che stiamo vivendo. Ci sono molte incertezze e, in generale, un clima piuttosto complesso, quindi portare una dimensione più giocosa nel design diventa più importante che mai. È qualcosa che esploriamo con IKEA PS, ma anche in altri ambiti, non solo nel product design ma nell’esperienza nel suo complesso. Si tratta di rimanere coerenti con ciò che siamo, rispondendo allo stesso tempo ai bisogni attuali delle persone. E oggi, quella leggerezza e quella capacità di giocare con gli oggetti e con gli spazi hanno un valore reale.























































