
Tutti dovrebbero vedere "Half Man" Richard Gadd torna al fianco di Jamie Bell in un nuovo titolo HBO
Richard Gadd lo ha fatto di nuovo, solo che questa volta non sapevamo fin dove sarebbe arrivato. Con Baby Reindeer, serie-fenomeno esplosa su Netflix nel 2024 che lo ha reso noto al grande pubblico, il comico si è messo a nudo raccontando la storia della sua stalker e di come lo abbia influenzato, insieme a un passato fatto di traumi e abusi che ne hanno determinato una serie di ansie personali e lavorative. Stavolta, per HBO, Gadd crea e sceneggia Half Man, una serie in sei puntate incentrata sul rapporto morboso e violento tra due fratelli nati da genitori diversi, le cui vite si sono intrecciate portando ad estreme conseguenze.
La trama
Gadd interpreta la versione adulta del personaggio Ruben Pallister, la cui controparte degli anni della scuola è affidata a Stuart Campbell, mentre a spalleggiarlo è il Jamie Bell di Billy Elliot e Nymphomaniac, il cui corrispettivo giovane è invece l’attore Mitchell Robertson. Due metà di una stessa mela marcia, contraffatta, corrotta. Dei protagonisti che forse nemmeno insieme riescono a capire la propria natura di uomini. Ma in realtà la domanda è proprio questa: cos’è e cosa fa di una persona un vero uomo?
La figura del maschile viene messa sotto osservazione nello show, vivisezionata, fatta a pezzi, i quali a loro volta vengono rimontati per comprendere i graffi indelebili sul corpo (e sull’anima) dei personaggi. Due uomini che si sentono mezzi, perché convinti ci sia un modo per essere maschi per intero, per questo si crogiolano nel dolore generato da null'altro che la loro opinione. I protagonisti sono insicuri al punto da non mostrare mai le proprie debolezze, generando più danni di quanti avrebbero potuto immaginare. E tutto per colpa dell’idea errata che esista un modo corretto per essere uomini.
La mascolinità come metafora
Il silenzio diventa strumento narrativo
L’incapacità di comunicare è ciò che muove la scrittura della serie e che, al contrario, immobilizza i protagonisti. Che in Niall si trasforma in un risentimento malato che influirà sulle decisioni future della propria vita, mentre per Ruben equivale al non saper tenere a bada la bestia che risiede incontrollata dentro di lui. C’è una rabbia atavica che intercorre tra i personaggi, che riguarda il loro rapporto, ma fa parte anche di un quadro più largo in cui gli “uomini” devono rispettare le pressioni della società.
Preoccupazioni messe a tacere al punto da provocare delle lesioni non rimarginabili nei personaggi e che alimenteranno il loro rapporto contorto. Le instabilità di due ragazzini di periferia diventeranno la catastrofe l’uno dell’altro, delle decisioni che prenderanno da adulti, e tutto solamente perché non sono stati in grado di parlarsi. Perché è questo che fanno i veri uomini: non parlano. Non parlano, non piangono, non amano. Soprattutto non amano altri uomini.
Gadd conferma di essere un drammaturgo che scava negli anfratti più bui dell’umano, ma non trascura l’incisività che può avere la creatività, il suo essere setacciata e il diventare poi messinscena. Mentre Niall e Ruben non sanno usare le parole tanto che il personaggio di Gadd le sostituisce con la violenza fisica, per lo sceneggiatore sono lo strumento con cui andare più affondo nelle interiorità dei suoi protagonisti, facendo persino più male di un possibile pugno. Ed è così che lascia la serie: non accondiscendendo, non cedendo alla benevolenza.
La serie stordisce per le verità brutali che analizza, racconta la loro tossicità e come non ne sappiamo sfuggire. Half Man è un racconto che attinge dalla finzione, ma ciò di cui tratta è quanto mai reale. Lo è per tutti gli uomini che dovrebbero vederla e lo è per un Richard Gadd che continua a cercare un balsamo per i propri traumi, sperando che possa agire anche su quelli degli altri.












































