
Tutto quello che non è pelliccia Trovare il surrogato perfetto al materiale che tutti vogliono ma nessuno osa mettere
Negli ultimi tempi, e specialmente nell’ultimo periodo invernale, le pellicce sono tornate sia sulla passerella che fuori. Il grande ritorno del vintage e la diffusione della cultura della seconda mano hanno stabilito l’opinione generale che un cappotto di pelliccia è poco etico solo se è nuovo, mentre la pelliccia della nonna è perfettamente scusabile. Tutte conversazioni che si concludono nell’immancabile ammissione che, in effetti, niente è meglio o tiene più caldo di una pelliccia vera.
Diverse sono le cose per la moda. Il mondo dei designer ha capito subito che dopo tanti anni il momento della pelliccia stava tornando ma, grazie al cielo, i tempi in cui Tom Ford e Karl Lagerfeld utilizzavano le pelli di decine di cincillà, castori e altri roditori assortiti per i cappotti di Gucci e Fendi sono ormai trascorsi per sempre. Ecco dunque calare sulle passerelle di tutta Europa tutta una serie di materiali alternativi ma altrettanto “pellicciosi” capaci di essere il surrogato migliore per l’unico materiale che, insieme alla seta, ha da sempre rappresentato aristocrazia e successo materiale. Ma proprio l’uso di questi materiali ha spostato leggermente la semantica della pelliccia. Ma come?
Rimpiazzi, innovazioni e nuove discipline
Chiunque ricordi il mondo di un tempo, avrà presente chi sono i pellicciai. Un tempo, infatti, la pelliccia si trovava in una categoria a sé nella moda e c’erano negozi specifici che la vendevano così come c’erano artigiani specifici e separati dai semplici sarti che la riparavano o alteravano. Grazie al moderno boom della pelliccia usata, quei vecchi pellicciai hanno trovato oggi nuove vagonate di lavoro essendo moltissime le persone che si rivolgono a loro per modificare un vecchio cappotto ereditato da un familiare o comprato di seconda mano. La nuova wave delle pseudo-pellicce però richiede una serie di competenze leggermente diverse.
La chiave qui sta nella particella “pseudo”. Ciò che vediamo in passerella, infatti, oltre ai pochi casi di pellicce recuperate a partire da scarti di produzione pre-esistenti (un punto che è stato centrale e molto rimarcato nel debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi) nel resto del mondo della moda si usa praticamente di tutto come alternativa: il montone rovesciato è l’opzione più usata per simulare l’effetto della pelliccia vera, mentre abbondano pelli di cavallo, piume, lana e cachemire sfilacciati in modo da sembrare pelliccia vera, organza e chiffon lavorati ad hoc e, nel caso dei jeans virali di Loewe, anche cuoio lavorato in modo tale da sembrare “piumoso”. Ma la vera zona calda del settore sono le eco-pellicce vegane.
Tra due tabù
La ricerca di un’alternativa alla pelliccia, insomma, ha rappresentato una nuova branca dell’innovazione sui materiali. Se da un lato abbiamo avanzamenti sulle lavorazioni di tessuti già esistenti che diventano pseudo-pellicce, dall’altro si aprono nuove intere industrie. Bottega Veneta ha usato la fibra di vetro, Stella McCartney ha fatto debuttare le piume vegane dell’azienda Fevvers nel suo show SS26; Collina Strada ha usato le eco-pellicce a base vegetale nel suo show FW26 mentre BioFluff, che è anche supportato da LVMH, ha pure sviluppato una pelliccia del tutto vegana adesso utilizzata da Louis Vuitton, Martine Rose e Collina Strada, come racconta BoF.
La nascita di nuovi materiali (che include anche le ecopelli vegane) serve perché proprio la categoria delle pellicce, il cui appeal commerciale è innegabile e che semplicemente il mercato richiede, si trova stretta tra i due tabù, entrambi del tutto condivisibili. Da un lato il già noto tabù della pelliccia vera, ormai bandita da quasi ogni brand e quasi ogni pubblicazione di settore, oltre che oggetto di furiose proteste da parte di PETA, insieme all’intero mercato delle pelli rettili; dall’altro il tabù della plastica che ha condannato pellicce, pile e pelli artificiali fatte sostanzialmente di plastica nell’inferno della cheapness e delle microplastiche inquinanti.
Eppure questi due tabù non hanno solo spinto verso l’innovazione tessile, che include anche il riciclo, ma anche a un tipo di innovazione che è a tutti gli effetti un avanzamento di quell’eccellenza tecnico-artigianale su cui tanta moda si basa e che, in fondo, risponde a quelle esigenze di pregio materiale che oggi sono tornati a essere un selling point del lusso dopo anni di loghi, grafiche e in generale di mediocrità commerciale programmata.
Un post-status symbol
Arriviamo qui al vero punto in cui la semantica della pelliccia si è capovolta. Se un tempo una pelliccia durava interi decenni e rappresentava un bene di grande valore per la donna che l’aveva, la sua desiderabilità era legata a un ruolo simbolico di prestigio sociale. La pelliccia era per la “signora” e spesso comprare la prima pelliccia era una sorta di rito di passaggio per le ragazze come la prima automobile lo era per gli uomini. Col tempo la pelliccia rappresentava benessere materiale e successo e dunque indicava l’inclusione in una sorta di “casta” di persone rispettabili che affidavano il proprio status a una sorta di uniforme che, per gli uomini, includeva il completo e l’orologio e, per le donne, le scarpe, i diamanti e le pellicce. Oggi ci troviamo in un nuovo scenario.
Pur rimanendo legata a un immaginario altoborghese e vintage, oggi la pelliccia è ciò che in semiologia verrebbe definito un “significante vuoto” il cui aspetto esteriore rimane ma il cui significato si svuota (indossare una pelliccia non è più un significante diretto di ricchezza personale) per essere sostituito da significati nuovi, che in questo caso sono il comfort, l’escapismo e un senso di pregio, sofisticazione ed elevazione materiale che separa la pelliccia di oggi da quella di ieri sul piano semiotico. Il fatto che la chiamiamo pelliccia quando non è nemmeno vera pelliccia testimonia questo slittamento: non è più lo status symbol del passato, ma lo evoca con distacco, ironia o nostalgia quello stesso status symbol senza però essere identico.
La nuova esigenza a cui risponde, invece, è secondo molti, inclusi gli intervistati di BoF, un nuovo e più alto livello nella sofisticazione artigianale che oggi viene richiesta a un capo per essere percepito come “di lusso”. Paradossalmente, più la pelliccia si allontana da se stessa più rimane identica a se stessa arrivando a fare il proverbiale giro e tornare a essere un sinonimo di eccellenza e avanzamento artigianale ma per motivi del tutto diversi e cioè per il fatto di essere una simulazione così vicina alla cosa vera da diventare perdobaile.




























































































