
Maria Grazia Chiuri è tornata a casa con la FW26 di Fendi Il primo debutto del calendario milanese

È difficile, quasi impossibile, reinventarsi creativamente a 64 anni, ancora di più se si ritorna, dopo trent’anni, nello stesso posto in cui è iniziata la propria carriera. Ed è anche per questo che il debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi è stato, prima di tutto, equilibrato. Equilibrato perché ha conservato i codici ultracentenari della Maison italiana, ma equilibrato anche perché la mano di Chiuri era evidente in tutti i look che hanno camminato sulla passerella. Una passerella che riportava per tutta la sua lunghezza il motto della collezione, «Less I, More Us», una frase che risuona nel binomio Fendi/Chiuri ma che, nei fatti, ha faticato a emergere con la stessa forza all’interno della collezione.
La FW26 di Fendi si è aperta con una lunga sequenza di giacche, completi sartoriali, doppiopetti e camicie, in una visione volutamente classica, se non addirittura austera. La palette era quasi completamente priva di colore, fatta eccezione per alcune camicie con collo alla coreana declinate in un azzurro tenue. Il pizzo, materiale da sempre associato all’estetica di Chiuri, è comparso solo nei primissimi look, per poi essere rapidamente sostituito da silhouette più maschili, con il punto vita poco segnato e le gambe appena accennate.
Una scelta stilistica distante da quanto suggerito dai teaser pubblicati dal brand nei giorni precedenti la sfilata. Quelle immagini avevano infatti generato polemiche sui social, ritraendo le caviglie di una donna strette tra le mani di un uomo, in una composizione letta da molti come provocatoria, quasi alla Tom Ford. In tanti hanno trovato difficile accettare che la stessa designer che per anni ha portato avanti il messaggio «we should always be feminists» potesse avallare una rappresentazione del corpo femminile percepita come regressiva. In pochi, però, hanno colto il riferimento diretto all’opera Hands on Ankles della fotografa e attivista femminista Jo Ann Callis, da cui l’immagine traeva ispirazione.
Tornando alla collezione, dopo un inizio segnato dal rigore e dall’assenza di colore, a metà sfilata è arrivato un cambio di direzione improvviso. Una sorta di virata boho chic, tra gilet di pelliccia, cappotti shearling, pantaloni cargo, tonalità fangose e diverse stampe animalier, con richiami a un’estetica vagamente militare. Un cambiamento netto, che è apparso fuori asse rispetto all’impianto iniziale e che ha reso meno lineare la narrazione della sfilata. Il finale ha poi riportato tutto su un registro più classico, con lunghi abiti da sera, completi da smoking e un unico pop of color, un look rosso carminio isolato dal resto.
Se il ready-to-wear non ha convinto fino in fondo, gli accessori restano il punto di forza di Chiuri. La Baguette, borsa hero del brand e creazione della designer romana durante la sua prima esperienza da Fendi negli anni Novanta, è tornata morbida, giocosa e dichiaratamente appariscente ma rielaborata con una doppia fibbia, può ora essere indossata sia sotto il braccio che a tracolla. Il fil rouge dell’intera collezione sono stati i choker/colletti, presenti in quasi la metà dei look, abbinati sia ai completi da donna in variante classica bianchi, sia agli abiti da sera dove hanno preso una forma più “piumosa”.
Tra le collaborazioni della FW26, ce n’è una che funziona più delle altre, quella con l’artista napoletana SAGG Napoli. Per Fendi, SAGG ha sviluppato una serie di frasi-manifesto applicate a sciarpe da stadio e T-shirt, costruite come affermazioni accompagnate da un limite. Espressioni come «Rooted but not stuck» o «Loyal but not obedient» parlano di appartenenza senza fusione, di identità come equilibrio tra individualità e collettività. Un lavoro che riflette sull’idea di gruppo senza annullamento, di forza condivisa che non diventa sottomissione, e che trova una coerenza più immediata con il motto della collezione rispetto a quanto visto sulla passerella.
«Less I, More Us» resta quindi una dichiarazione di intenti, forse più leggibile sul piano concettuale che su quello visivo. Come si legge dalle show note, un richiamo alla storia di Fendi, alle cinque sorelle e a un’idea di lavoro fondata sulla collaborazione, sulla continuità e sulla stratificazione, più che sull’ego creativo. Un messaggio che prova a riportare il corpo, il desiderio e l’esperienza quotidiana al centro del guardaroba, senza controllarli né idealizzarli, ma accompagnandoli, non sempre con coerenza, ma con la consapevolezza di un ritorno che, per forza di cose, non poteva essere neutro (forse solo con la palette).




















































































































