
Ma i mocassini sono davvero diventati le nuove sneaker? Secondo noi, non le hanno ancora sostituite del tutto
C’è stata un’epoca in cui indossare una sneaker era l’unica opzione possibile. Ma quell’epoca è finita con il Covid. Fu con la stagione FW21 nello specifico che le Fashion Week di Parigi e Milano si riempirono letteralmente di scarpe formali che soppiantarono le sneaker fino ad allora onnipresenti. Da lì in avanti, oltre che nella moda, il fiorire di pagine come Uniform Display segnò l’inizio di un nuovo stile fatto di pantaloni baggy, camicie di cotone croppate, boxer a vista e mocassini.
E i mocassini sono particolarmente importanti perché, a differenza di derby e stivali, sono diventati la scarpa da tempo libero di default per il pubblico più attento alla moda, sostituendo di fatto le chiassose sneaker dell’era streetwear e imparando a coesistere solo quelle più minimali e classiche. Col tempo, poi, abbiamo visto il mocassino classico evolversi verso nuove forme analoghe o ibride, come le ballerine da uomo o le snoafer che lo rendevano sia più sofisticato che meno formale. Ma come è avvenuta questa evoluzione?
Crescere oltre lo streetwear
Il mocassino è diventato un surrogato di scarpa slip-on quando il vecchio pubblico dell’era streetwear è invecchiato. Quando arrivò la battuta d’arresto della pandemia, in effetti, il mercato stava soffocando nelle sneaker: all’inizio erano funzionali, moderne e le collaborazioni le mantenevano fresche; dopo un po’ però il meccanismo si incartò su se stesso. I drop erano diventati giornalieri, la creatività latitava sempre di più. Con la release nel 2020 delle Air Dior si arrivò al vertice assoluto del luxury streetwear: Kim Jones chiuse il cerchio aperto con Louis Vuitton x Supreme rappresentando però l’esaurimento concettuale del trend.
A quel punto le collaborazioni erano troppe, dimenticabili e deludenti; il mercato era iper-saturo con uscite sempre più insulse e sfacciatamente commerciali, il pubblico si era ridotto a reseller/hypebeast che andavano ancora al liceo (o si vestivano come se ancora ci andassero) e il pubblico era stanco della superficialità del tutto. Lo stesso Virgil Abloh disapprovava le nuove derive della scena e, dopo la sua morte, anche a seguito della tragedia di Astroworld e dell’epico downfall di Kanye West, la cultura mainstream si rivolse verso nuovi e meno rischiosi lidi.
Dopo la fine del lockdown, l’hype culture divenne una cosa da adolescenti. Le sneaker tornarono nelle nicchie del gorpcore, del running. Gli ex-hypebeast erano appassionati di moda ma volevano un prodotto che avesse pregio materiale e non fosse solo hype: Aimè Leon Dore mantenne la comodità dello streetwear ma lo rese più maturo unendo alla hoodie il cappotto di lana, il blazer al berretto da baseball e lo short sportivo alla scarpa da barca. Un cambiamento che venne letto come ritorno del preppy, stile old money o quiet luxury.
Il ruolo del mocassino
@haval.s Loafers or sneakers ?
original sound - luke
Perno di tutti questi cambiamenti era il mocassino. Chiunque abbia iniziato a indossarli dopo le sneaker ha pensato a un certo punto che fossero proprio come dei sostituti perfetti delle sneaker solo con un fascino più composto e maturo. Potevano essere indossati in modo giovanile, ma soprattutto rappresentavano una ricerca di classicità e di un centro concettuale in una moda maschile confusionaria.
Oggi abbiamo il problema opposto, ovvero troppi brand eccessivamente basici che cavalcano l’onda normcore come espressione di un sé più autentico. Ma il mocassino incredibilmente resiste, anche grazie al fatto che è disponibile su diverse categorie di prezzo, che il mercato vintage ne è pienissimo e che la cultura calzaturiera può accogliere livelli di nerdismo sulle scarpe molto superiori a quelli del mondo sneaker.
Ma qui c’è il colpo di scena. Se nell’immediato momento post-hype culture il mocassino veniva contrapposto alla sneaker come alternativa superiore e matura, con l’avvento delle più neutrali e classiche slim sneakers ci si è spostati su una narrativa di equivalenza. Su TikTok, ad esempio, i contenuti che dicono che il mocassino eleva ogni outfit sono stati soppiantati da quelli che dicono che la scelta tra sneaker e mocassino è la più difficile da fare ogni giorno. Da un rapporto di competizione si è arrivati a uno di equivalenza.
Una pacifica coesistenza
something i've noticed is that people who are new to something — whether it's tailored clothing or catholicism — are often very rigid and dogmatic in their thinking. much more zealous than people who have been into it for a while. not sure what causes this. pic.twitter.com/g89bEYbzYS
— derek guy (@dieworkwear) March 18, 2026
Oggi i trend del footwear possiedono un’ampiezza e una varietà che fino al 2019 erano impensabili. Potremmo utilizzare come indicatore generale dell’intero settore il footwear di Miu Miu, che è al momento il brand-guida di quasi tutti i trend che vediamo oggi. Se la collaborazione con New Balance ha rivitalizzato le sneaker dal profilo basso e riportato in auge gli stivali da motocicletta, una grossissima parte dell’offerta del brand sono mocassini.
Analizzando l’e-commerce di Miu Miu, su 156 modelli di scarpe diverse, mocassini e scarpe analoghe rappresenta il 24,4% dell’offerta totale con 38 modelli, la percentuale più alta a cui segue un 21,2% di sandali con 38 modelli e un 18,6% di ballerine con 29 modelli. Le sneaker, con 19 modelli, sono il 12,2% dell’offerta. È chiaro che questi dati sono approssimativi, relativi alla stagione presente e non tengono conto di eventuali differenze regionali nell’offerta ma, non di meno, possono fare capire come, se anche oggi i mocassini restano la categoria più popolare, perché più versatile e genderless, il loro non è un predominio completo.
La situazione è quasi identica per altri brand, ovviamente con “miscele” di modelli relative all’ecosistema di ciascuno, ma è comunque indicativo che i mocassini siano attualmente tra i prodotti di punta di brand come Saint Laurent, The Row, Prada, Chanel e ovviamente Gucci solo per citare i più famosi. Una pacifica coesistenza di trend che indica in effetti l’enfasi che la moda sta ponendo sulla classicità ma anche la presenza di un pubblico che, ispirandosi sempre più alla molteplicità di stili proposta dagli algoritmi, diventa sempre più eclettico nelle sue richieste e, dunque, più difficile da anticipare e sorprendere.