Il ruolo del direttore creativo ha ancora senso? L'ingresso di Marco De Vincenzo da Givenchy riapre il dibattito

Ieri è giunta la notizia che Marco De Vincenzo è diventato il nuovo Head of Leather Goods di Givenchy. La notizia era in parte prevedibile dato che borse e pelletteria sono da sempre il campo specialistico del designer, che è stato a capo del design delle borse e della pelletteria di Fendi dal 2008 al 2022, ma ha forse un po’ stupito dato che rappresenta un ruolo assai meno pubblico di quello di direttore creativo che De Vincenzo ha ricoperto da Etro per quattro anni. È impossibile non provare a interpretare questa nuova svolta nella carriera del designer perché ci si può leggere in filigrana come è cambiata la percezione del ruolo di direttore creativo in questi anni.

Upgrade o downgrade?

@nssmagazine Marco De Vincenzo has left the creative direction of Etro. Beginning in June 2022, De Vincenzo’s tenure marked the brand’s first creative chapter without the direction of a member of the founding family. Who will be the next creative director? #tiktokfashion #etro #marcodevincenzo #creativedirector original sound - lush

Sulla carta, De Vincenzo è passato da un ruolo di preminenza a uno gerarchicamente più subordinato, anche se importantissimo. Questo cambio di postazione, se vogliamo, è un nuovo capitolo del rapporto tra De Vincenzo e LVMH che nel 2014 aveva acquisito il 45% del suo brand e sostenendone lo sviluppo per diversi anni. Nel 2021 il designer era tornato proprietario unico del suo brand, ma rimase Head Designer delle pelletterie di Fendi. Pochi mesi dopo, nell’estate del 2021, L Catterton, il fondo di private equity della famiglia Arnault, acquisì il controllo del 60% di Etro. Nel maggio 2022, per rilanciarla, e dietro indicazione di L Catterton, De Vincenzo divenne il direttore creativo del brand.

Ora, non conosciamo le ragioni esatte dietro l’uscita di De Vincenzo da Etro, ma che il designer sia tornato nel suo ruolo originale di designer di pelletteria per il prossimo brand che LMVH vuole rilanciare indica, da un lato, un forte rapporto di fiducia e, dall’altro, la volontà del mega-gruppo francese di rendere più efficiente lo schieramento delle proprie “truppe”. In breve, si può sicuramente dedurre che avere De Vincenzo nel team manageriale di Givenchy sia per LVMH un investimento migliore che averlo come direttore creativo di un brand (ci si passi il termine) minore in termine di dimensioni, giro d’affari e riconoscimento mondiale come Etro.

Senza voler presumere troppo, però, potremmo benissimo pensare che tornare a ricoprire il ruolo di Head of Leather Goods rappresenti una sorta di ritorno a casa per De Vincenzo, oltre che una posizione più specialistica e forse anche meno sfidante di quella di direttore creativo. E portando il ragionamento su un piano più astratto, è difficile non considerare quello di direttore creativo un ruolo che negli ultimi anni è diventato sempre più scomodo ricoprire: quelli che un tempo erano considerati geni creativi e rockstar, si sono vagamente trasformati (ci si passi ancora il termine) in metaforiche piñatas che sono al centro della festa ma che tutti si divertono a bastonare.

La direzione creativa è l’ambizione definitiva?

Dal 2020 al 2023 la moda assistette a un mini-reset creativo (non devastante come quello del 2025) che ci fece parlare di una rimonta dei “secondi” della moda: una serie di direttori del design interni che uscirono dalle retrovie e divennero direttori creativi di grandi brand. De Vicenzo era tra di loro. Ora, alcuni di questi esperimenti funzionarono bene (Blazy da Bottega Veneta, Chemena Kamali da Chloé e di recente Michael Ryder da Celine) altri ebbero esiti meno brillanti, quando non del tutto disastrosi. Basti sapere che per il successivo reset creativo i brand hanno investito su nomi molto noti e riconoscibili.

E ora che diversi ex-direttori creativi si sono reinventati come creativi in senso puro abbandonando un ruolo che lo stesso pubblico ha iniziato a percepire come troppo stressante (lo stakanovismo di Jonathan Anderson è di base diventato un meme) o addirittura sempre più scollato dalla moda in quanto tale, viene da domandarsi se gli stessi insider del settore abbiano riallineato le proprie ambizioni su mansioni meno esposte e stressanti. Insomma, quello che sembrava il culmine ideale della carriera di qualsiasi creativo si è rivelato essere un ruolo che richiede, più di un creatore di abiti, quasi una one-man-band che sia creativo, celebrity e anche capro espiatorio quando le cose vanno male.

Forse dunque dalla nuova fase di carriera di Marco De Vincenzo potremmo trarre una duplice lezione. Da un lato andrebbe riscritta la retorica del successo nell’industria, insieme alla percezione che il punto più alto in cui arrivare per un designer sia quello della mega-celebrità. Dall’altro che la nuova e multiforme natura del direttore creativo oggi, con il suo ruolo di predominanza, non può più corrispondere né essere la naturale e ovvia prosecuzione del ruolo del solo designer, ma solo una delle differenti opzioni. Ne è una prova la fama raggiunta tra gli insider di Thibo Denis, ora direttore del design di Louis Vuitton, e di Edouard de Weissenbruch che è l’incredibilmente chic direttore dello studio di Celine.

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