L’allegra confusione dello show FW26 di Dior Homme Jonathan Anderson si è proprio divertito a giocare con proporzioni e volumi

«Perché, come uomini, ci vestiamo come ci vestiamo?» si è chiesto Jonathan Anderson nel creare la collezione FW26 di Dior Homme che ha sfilato poco fa a Parigi. Anche se il vero quesito a cui avrebbe dovuto cercare soluzione sarebbe dovuta essere: «Cosa rappresenta l’uomo Dior?». La risposta, oggi, è stata data sotto forma di top di strass che citavano vecchi abiti di Paul Poiret, adattamenti maschili della Bar Jacket dalle proporzioni certamente donanti, ampi manicotti di finta pelliccia che orlavano le maniche dei cappotti, maglioni di lana lunghi come tuniche e anche da un mantellina trasformata in parka voluminoso. Non c’è che dire: delle scelte sono state fatte.

Un problema di immediatezza  

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La verità, pura e semplice, è che non abbiamo capito molto bene questa collezione. La sensazione è che, oltre che ai suoi soliti trucchi, il talentuoso Anderson abbia deciso di strappare una pagina dal libro di Rei Kawakubo enfatizzando proporzioni insolite: jeans cargo con bottoniere frontali che creavano l’illusione ottica di una silhouette arrotondata, lunghe parrucche-mullet giallo fluo e una serie di gonne o simil-gonne da uomo hanno portato alla luce il lato più genderfluid e queer del brand.  

A seguire, una serie di scelte estetiche ha confuso il profano pur venendo capite da chi invece conosce l’arte di Anderson. In ordine sparso: pantaloni bianchi ottico, giacche di nylon a clessidra con pelliccia e stampa damascata; camicie decorate da spalline con nappe fatte di brillantini, cappotti con drappeggi di foulard colorati grandi come un mantello, pantaloni attillati di raso luminoso e color pesca oppure decorati con caleidoscopici colori, caftani iridescenti indossati sopra jeans. Il genio di Anderson non ha lasciato intatto davvero nessun pezzo del guardaroba maschile. In passerella sono comparsi persino dei leggings a coste da uomo.  

Ma cosa ci è piaciuto di più?

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Ci sono pezzi che abbiamo amato di più, forse perché più familiari come estetica: una giacca navale dal vibe napoleonico interamente foderata in montone, un blazer molto svelto e corto, i completi in quello che pare essere cavallino o velours, un paio di giacchette striminzite di lana intrecciata che potrebbero risultare donanti su davvero poche fisicità, un bel fishtail parka verde oversize foderato di pelliccia bianca, un paio di stupendi e lunghi cappotti apparsi verso il finale, effettivamente desiderabili. Anche le borse erano belle.  

Secondo le show notes, la collezione dovrebbe essere «un gioco di associazioni sfrenate, che collega elementi improbabili e lascia che vecchio e nuovo si scontrino con spontanea facilità». Una frase eufemistica, ma vera: le associazioni sono effettivamente sfrenate, gli elementi sono in effetti improbabili e vecchio e nuovo effettivamente si scontrano. I risultati si possono facilmente vedere.

Rivelarsi senza spiegarsi

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Forse chi vi scrive non sta cogliendo il senso generale di quello che ha appena visto sfilare. Le idee in passerella erano davvero moltissime, e si vede che Anderson ha voluto scegliere una congerie di citazioni e rimandi che possono essere troppi da elaborare a una prima e sicuramente superficiale analisi. Si tratta evidentemente di una collezione che va contemplata a lungo prima di poter essere capita fino in fondo. 

Sembra però che con questo show ci sia stato stato un cambio di visione negli atelier di Dior Homme. Se nelle prime due collezioni sembrava che Anderson volesse mescolare il mondo preppy a certi stilemi dell’aristocrazia di fine ‘700 con un sapore e proporzioni riprese dall’abbigliamento per skateboard, il nuovo show è andato in una direzione del tutto diversa: più moderna, più androgina, con capi fortemente concettuali pensati più per il sogno che per la vita. 

La collezione commerciale sarà diversa? Non lo sappiamo, l’importante (direbbe forse l’amministrazione Dior) è che la merce venda. In tempi confusi come questi, dove non è possibile stabilire cosa sia il dritto e cosa il rovescio, e dove distinguere tra esteticamente discutibile e apprezzabile è diventato sinonimo di rigidità e conservatorismo di pensiero, perché pronunciarsi subito? Se noi siamo impreparati per apprezzare i molti strati e la ricchezza semantica di questo show, il mercato non lo sarà.